Space Junk: non solo stelle, nello spazio i rifiuti aumentano

Space Junk: non solo stelle, nello spazio i rifiuti aumentano

Nello spazio non ci sono solo oggetti celesti. A far compagnia a stelle, asteroidi e pianeti c’è qualcosa di molto più terrestre. Galleggiano nel cosmo miriadi di rifiuti. E la spazzatura, naturalmente, viene dalla Terra. A fluttuare sono quello che resta di satelliti e missioni, mescolati a detriti più piccoli. Formano un vero e proprio inquinamento in orbita, che, in alcuni casi, può essere molto dannoso. Oltretutto, il fenomeno non accenna a regredire. Anzi, tra 200 anni gli oggetti orbitanti nello spazio circumterrestre segneranno una crescita continua del 30%. Il dato lo hanno elaborato sei dei dodici componenti del Comitato per l’uso pacifico dello spazio. Ciascuno per proprio conto ha elaborato una simulazione del futuro della spazzatura spaziale. Sono partiti dai dati del 2009, considerando che i flussi sia in entrata nello spazio che in ricaduta verso la Terra rimanessero inalterati. Tutto questo con un’applicazione al 90% di norme e linee guide per la mitigazione del fenomeno della spazzatura in orbita. Ebbene, i risultati dei sei, tra cui l’Agenzia spaziale italiana, sono stati concordi: la spazzatura aumenterà. La crescita dei rifiuti nello sapzio dipende dalle collisoni. I detriti si scontrano con altri detriti o con i satelliti e, raramente, i satelliti collidono tra di loro. L’ultimo episodio in ordine di tempo di un incidente tra le stelle risale a gennaio. Capire cosa è successo non è affatto semplice. Ci aiuta a ricostruire l’episodio e a fare chiarezza l’Ingegnere Claudio Portelli, dirigente tecnologo dell’Asi.


Cosmic web, la forma dell’universo
La forma è quella di una ragnatela. Una rete cosmica ampia miliardi di anni luce, fatta di galassie, gas, polveri e di zone apparentemente vuote. Questa è la fotografia dell’universo. O almeno è così che appariva 7 miliardi di anni fa, quando aveva la metà dell’età attuale. Il colpo d’occhio lo dobbiamo al progetto Vipers, che, grazie allo spettrografo Vimos, ricostruisce la distribuzione spaziale delle galassie. Già all’epoca della ‘fotografia’ di cui ora disponiamo, l’universo era articolato in grandi strutture filamentose, che connettono gli ammassi di galassie e circondano ampie zone vuote. E’ il cosiddetto Cosmic Web, la ragnatela cosmica che i ricercatori spiegano come il risultato dell’amplificazione da parte della forza di gravità di piccole perturbazioni nell’Universo primordiale.

Italia e Usa, unite per lo spazio da un nuovo accordo bilaterale
La collaborazione dura da 50 anni. Il 19 marzo è stata rafforzata da un accordo quadro firmato a Washington. Così, Italia e Stati Uniti proseguono il loro lavoro insieme nel campo dello spazio. Da ora in poi i rapporti tra il nostro Paese e gli Usa potranno contare su una garanzia ulteriore di cooperazione. Uno degli aspetti più evidenti di questo rapporto lo mette in luce il presidente dell’Asi, Enrico Saggese, intervenuto a Washington per la firma nell’evento organizzato dall’ambasciata italiana in occasione della rassegna “2013 – Anno della cultura italiana negli Stati Uniti”. Si tratta della fiducia accordata dalla NASA all’Italia e al Centro Italiano Ricerche Aerospaziali (CIRA). Dei tecnici americani verranno infatti a testare al CIRA le proprie componenti spaziali nel Plasma Wind Tunnel (PWT), il più potente al mondo, per effettuare prove sulle condizioni termodinamiche di rientro dallo spazio.

Gli occhi fotovoltaici 
Chi ha la retina danneggiata può trovare aiuto in un materiale biocompatibile preso in prestito dalle celle solari. Si tratta di un polimero organico, un semiconduttore fotovoltaico in grado di adattarsi alla curvatura dell’occhio. E’ morbido, leggero, flessibile e, soprattutto, è sensibile alla luce. Gli esperimenti, condotti da un gruppo di ricercatori dell’istituto italiano di Tecnologia guidati da Fabio Benfenati e Guglielmo Lanzani, hanno dimostrato che, con l’invio di stimoli luminosi sul materiale, si registra un picco di attività nei neuroni della retina. Il polimero, quindi, può restituire a chi l’ha persa la sensibilità alla luce. Per il momento mancano le conferme sull’efficacia in vivo, tuttavia la strada per nuovi impianti retinici sembra aperta. Quello che è certo, infatti, è che il tessuto retinico degenerato nei fotorecettori, una volta a contatto con lo strato di semiconduttore, recupera la sua fotosensibilità e genera segnali elettrici nel nervo ottico del tutto simili a quelli generati da retine normali.

Al buio e sotto pressione, la vita c’è anche qui: nella fossa delle Marianne
E’ il punto più profondo della Terra, privo di luce e con pressioni fortissime. Eppure, c’è vita anche lì. In fondo alla Fossa delle Marianne, nella parte nord occidentale dell’oceano Pacifico, proliferano microrganismi che consumano ossigeno. Non solo. La loro presenza è in misura maggiore rispetto a quella che c’è qualche chilometro più su. Lo studio condotto da ricercatori danesi ha riacceso i riflettori sulla zona più misteriosa del nostro pianeta, dove si era inabissato per un’impresa solitaria James Cameron, il regista di Titanic. Forse lì sotto non ha trovato ‘il cuore dell’oceano’, lo splendido diamante blu che indossava Kate Winslet nel film, ma qualcosa c’era. Forme di vita molto resistenti, che suggeriscono che si crei un accumulo di detriti proveniente ‘dall’alto’, pronto a diventare un banchetto eccellente per i microrganismi. I quali, oltre a dare informazioni sulle condizioni ambientali estreme in cui vivono, potrebbero aiutare i ricercatori a capire come si comportano alcuni enzimi utilizzati nei processi industriali ad alta pressione.

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