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AFRICA: TUKO PAMOJA, RACCONTI

AFRICA, KENYA, NAIROBI. Racconti di vite passate per strada. Giorni soli, affamati, sofferti. Giorni vissuti. Non sono incubi ma realtà esistenti.

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Quelle che racconterò, sono alcune delle storie di alcuni delle decine di migliaia di bambini di strada (street children) di Nairobi, Kenya, numero che purtroppo va aumentando di giorno in giorno. Storie di vite passate a soffrire la fame, la solitudine, la perdita della famiglia o la “casa”; vite di sofferenza e dolore. Non sono incubi ma realtà esistenti dall’altra parte del emisfero terrestre, realtà di cui purtroppo in molti, troppi, non ne conoscono la gravita o addirittura l’esistenza o non se ne preoccupano. Ma ci sono. Per accorgersi che sono cosi tanti basta girare il centro di Nairobi, fermarsi a un semaforo rosso e vedere la macchina subito circondata da mani tese. Qualcuno vende cartocci di patatine sui marciapiedi. Altri, che non avranno nemmeno dieci anni, portano sulle spalle un piccolo di pochi mesi, un fratellino, e chiedono l’elemosina.

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Tutto ciò sembra terribile eppure il peggio non è in città ma in periferia dove si trovano le immense e caotiche baraccopoli, luogo in cui i bambini tornano la sera dopo aver cercato di raccimolare qualcosa durante il giorno in citta (per chi ancora non avesse mai sentino parlare di una baraccopoli, in inglese si dice Slum che significa feccia.) Gli abitanti delle baraccopoli sono i tre quarti della popolazione a Nairobi. Gli slum scoppiano, sono stracolmi di gente; non c’è pulizia; non c’è salute; non ci sono fogne o case. Non ci sono soldi per fare niente. Un grande Problema degli street children è la colla. Quando ti ritrovi solo, senza cibo è la soluzione più veloce e efficace. Alcuni bambini raccontano come sniffare la colla ti faccia sentire molto meglio; “senza colla hai freddo, hai fame, pensi troppo”.

Parla Alvin, bambino tra i 9-11 anni che abita in una tra le più grandi e sovrappopolate baraccopoli di Nairobi, Kariobangi, voce bassa, sguardo in giù : “Mio padre non c’è, non so dove sia. Mia madre non mi da mangiare, non si cura di me, nemmeno i miei fratelli più grandi lo fanno, nessuno si cura di me, così cominciai ad andarmene per strada. Vengo spesso qui alla parrocchia di Kariobangi sperando in un po’ di cibo avanzato, sono pochi e fortunati i giorni in cui metto qualcosa in pancia. Alla parrocchia ho amici con cui parlare. Ma quando cala la sera sono solo. La sera per dormire metto dei cartoni e delle bucce di banana per terra, il pavimento così è più comodo”.
La storia di Alvin è simile a quella di migliaia di altri bambini. Decine di migliaia. Quanti siano di preciso nessuno lo sa, si dice sessantamila solo a Nairobi, chi dice molti di più. A Nairobi ci sono parecchie iniziative che tentano di rispondere a questo dramma sociale. Ci sono oltre duecento organizzazioni, religiose e non, che lavorano con questi ragazzi. Molti di essi riescono a toglierli dalla strada e metterli in istituti o collegi, quelli più piccoli vengono mandati negli orfanotrofi.

Uno degli orfanotrofi di Nairobi dove ho avuto l’occasione di lavorare è quello delle Sisters of charity di Madre Teresa, si trova tra Kariobangi e Korogocho(altro grande slum). Li ho conosciuto tanti bellissimi bambini tra disabili e non. Una di loro è Michelle, bambina che ora si trova su una sedia a rotelle, che mi racconta la sua storia: “Mi hanno abbandonata qui quando ero più piccola,ora ho 12 anni. Vedi, qui sulle ginocchia, queste cicatrici mi sono venute dopo l’operazione che mi hanno fatto, è durata tantissimo. Non so chi siano i miei genitori, non li ho mai visti. Sono felice di stare qui, ho tanti amici e sto bene.” Durante questo episodio ci trovavamo sole in una stanza in cui lei mi aveva portato chiedendomi, indicandosi la gonna, di poterla aiutare a cambiarsela che non avendo fatto in tempo si era sporcata di pipi. Molti non capiranno ma questa sua richiesta mi ha provocato un senso di immensa gioia quasi commozione, perché mi aveva dato fiducia. Non si vergognava. Michelle è stata, per me, durante questa esperienza una presenza fondamentale, mi ha insegnato e dato più di quello che io ho potuto dare a lei, e come lei tanti altri bambini che non avendo niente si sono rivelati molto più ricchi di moltissime persone che incontriamo qui, nella nostra civiltà occidentale.

Non è una cosa che si può spiegare a parole. Ma le sensazioni che provi stando li sono più forti di mille parole, cambiano la vita e il modo di vederla, e sono grata per averla conosciuta. Queste mille emozioni, che si rivelano contrastanti, mi portano a pensare che purtroppo bambini che hanno avuto fortuna come Michelle sono pochi. Molto pochi. Alvin ne fa ormai parte grazie alla collaborazione di tutto il nostro gruppo. Il grande numero è ancora li fuori, al freddo, al buoio, buio in cui ho visto uno spiraglio di luce grazie a l’aiuto delle tante altre grandi persone che mi hanno accompagnato in questo viaggio ed è grazie a persone come loro che riesco a credere che ci sia la Speranza. “Tuko Pamoja”

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Credits: Lavinia Inciocchi