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Nevio Scala si racconta: gioie e dolori di una vita al servizio del calcio

nevio scala

ROMA – Metterci la faccia, sempre. Nevio Scala è così, lo è sempre stato: schietto, sincero, diretto. Senza fronzoli, e non per un qualche senso di superiorità, ma perché la vita, la carriera, la propria storia professionale e morale se l’è costruita così, con trasparenza assoluta. Come lo vedi, lui è. Quando ci richiama, quasi si scusa di non aver sentito squillare il cellulare ma, come tiene a precisare: “…col trattore acceso, sentire ‘sti cosi diventa impossibile”. Un uomo che ha scritto la storia del calcio italiano ed internazionale che di sabato mattina lavora le sue terre: chapeau. A Parma, per curare le ferite dell’orribile fallimento morale, ancor prima che societario, sopraggiunto la scorsa estate (che ha relegato il club – in grado ad inizio millennio di stazionare con merito nel cosiddetto club delle “sette sorelle” della nostra Serie A – alle tristi prospettive della Serie D), la nuova proprietà (una holding con i maggiori imprenditori cittadini affiancata da una vivace forma di azionariato popolare) lo ha chiamato, volto tra i più autorevoli della storia di tutti i tempi del club emiliano, allo scranno più importante, quello della presidenza, per portare in primis il Parma Calcio “fuori dal marciume che questo nostro sport vive tutt’ora”, fatto di faccendieri e prestanome senza scrupoli e, con i tempi dovuti, per tornare al fasto che fu. La redazione di diregiovani.it, in esclusiva, lo ha contattato per un’intervista a tutto tondo: il calcio, la famiglia, la scuola, lo sport in generale. Ecco cosa ci ha risposto.

Presidente, partiamo dalle sue ultime fatiche: come è stato possibile ridare fiducia agli sportivi di Parma?
“Ci siamo rivolti alla città, agli sportivi, con franchezza, da subito. Chi avevamo di fronte pareva non volesse sentire altro, dopo la grande delusione del fallimento sportivo. Noi siamo andati in conferenza stampa, e abbiamo lanciato il messaggio, forte e chiaro: noi volevamo, e a tutt’oggi lo vogliamo ancora, praticare un calcio che io ho definito “biologico”, vale a dire un calcio privo di veleni. E la gente, in questo periodo di grande confusione e di piccoli o grandi scandali, non soltanto riconducibili al mondo del calcio, ci ha ripagati con fiducia, dimostrando di voler cambiare pagina, perché staccare più di diecimila abbonamenti in Serie D non è da tutti. La tifoseria, ma direi di più, la città ha capito la nostra voglia di trasparenza e freschezza, e ci ha premiati”.

Ha fatto riferimento agli scandali. È notizia di questi ultimi giorni, che la camorra abbia tentato, e secondo l’accusa, vi sia riuscita, di influenzare, nelle scorse stagioni, alcuni risultati di incontri della nostra cadetteria, promuovendo un giro di scommesse clandestine e un numero di giocatori compiacenti così vasto da assicurarsi la buona riuscita degli illeciti. Garantendo l’estraneità degli indagati fino a prova contraria, quanto se ne ricava è assai avvilente: come se ne esce?
“Guardi, io credo che laddove girino un bel po’ di soldi, è inevitabile che si registri un’attenzione, chiaramente illegale, da parte delle mafie di ogni genere. La criminalità poi, non dimentichiamolo, è esperta nel trovare le giuste vie per insediarsi nei meandri di settori così permeabili come quello del calcio. Che la criminalità abbia preso così di mira e in maniera esagerata il calcio, mi dispiace molto; però per trovare una soluzione, credo veramente si dovrebbe fare quello che noi a Parma abbiamo cercato di fare, vale a dire trasparenza, pulizia, agire non per interessi personali bensì per quelli di un club o di una città più in generale. Noi abbiamo avuto un clamoroso successo perché abbiamo detto: “noi siamo questi, non vogliamo fare cose fuori dal normale, ben consci dei nostri limiti e delle nostre disponibilità”.

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La locandina che invitava gli sportivi alla sottoscrizione degli abbonamenti per la nuova stagione, la raffigurava circondato di ragazzi e ragazze. Voi siete ripartiti potenziando fortemente il settore giovanile, e dunque le domando: il calcio di oggi in Italia, riesce a parlare ai giovani? Riesce anche a trasmettere loro dei valori? Se si, quali?
“Le posso garantire che se anche lei venisse a toccare con mano la realtà che abbiamo costruito a Parma, se ne innamorerebbe. Siamo andati nei reparti di pediatria infantile con i nostri giocatori a portare, per quanto possibile, allegria e conforto. Io sono convinto che il mondo del calcio, se si limita al risultato, è un mondO finito. Se riesce a guardare il mondo che gli sta attorno, a parlare ai giovani che tanto tempo spendono con un pallone in mano, allora non tutto è da buttare”.

Tornerei per un momento alla cronaca del calcio di periferia, che non ha i riflettori delle grandi platee: quasi quotidianamente si legge di genitori che pagano per far giocare i propri figli a dispetto del merito, arbitri picchiati perché applicano il regolamento; risse furibonde in partite tra sedicenni. Come si fa a bloccare l’infezione e a riproporre il calcio come sport, fatto di vittorie ma anche e soprattutto di sconfitte?
“Guardi, c’è stato un periodo in cui l’esasperazione, il risultato ad ogni conto, il genitore arrogante ed invadente hanno avuto la meglio. Io do una grandissima responsabilità alla famiglia, primo centro di promozione di valori ed aspettative. Con i miei storici collaboratori ed allenatori, ho premesso che da me non avranno mai la richiesta di vincere a tutti i costi un incontro, ma piuttosto quella di creare giocatori rispettosi dell’avversario, del giudice di gara, del responso del campo. Aggregazione prima del risultato”.

La scuola potrebbe aiutare il mondo del calcio in questo nuovo corso?
“Tocca un tasto assai dolente, nel senso che purtroppo, la categoria degli insegnanti, categoria bistrattata, sottopagata, che spesso fa miracoli con poco, non ha, comprensibilmente, quell’entusiasmo necessario per creare delle sinergie tra scuola e sport, non soltanto calcio. Secondo il mio punto di vista, si dovrebbe creare una categoria di insegnanti dedicati in maniera esclusiva alla sintesi tra sport e scuola, che abbia come unico compito, quello della promozione dell’aggregazione tra la parte istituzionale della scuola e quella del divertimento e della pratica sportiva”.

Una curiosità, per finire: tra poco terminerà la scuola e per molti giovani inizierà il periodo relativo agli esami di maturità. Se li ricorda i suoi? Che voto conseguì?
“Guardi, sostenni l’esame di maturità che ero già un giocatore di Serie A. Avevo difatti abbandonato gli studi al terzo anno dell’istituto per geometri, perché la carriera da calciatore stava decollando. Più avanti, ebbi dei contatti con un professore di Milano, che faceva parte dell’organigramma del Milan, squadra perla quale giocavo al tempo, che mi spronò a riprendere la carriera scolastica e a conseguire il diploma. Con questo suo entusiasmo mi coinvolse a tal punto che un po’ da privatista, un po’ nelle città dove fui mandato a giocare (Foggia, ndr), riuscii a concludere la mia carriera scolastica, conseguendo con molta fatica, un onesto “quarantotto su sessanta”.

Chiuderei con un suo giudizio alla prossima spedizione azzurra agli europei di Francia 2016.
“Mah…io credo che qualcosa faremo ma non ritengo la nostra nazionale all’altezza delle altre compagini. Auguro a Conte di arrivare più in alto possibile però, anche a seguito degli ultimi infortuni occorsi, credo non sia altamente competitiva. E pur vero che la nostra nazionale spesso e volentieri sa tirare fuori le unghie e raggiungere risultati anche insperati. Spero sia questo il caso”.