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I pilastri della distruzione immortalati da MUSE del VLT

I pilastri della distruzione 

I pilastri della distruzione – La Nebulosa della Carena (nota anche come Nebulosa di Eta Carinae o con le sigle di catalogo NGC 3372 e C 92) è un oggetto celeste posto nel cuore della Via Lattea australe, nella costellazione della Carena. È perfettamente visibile anche ad occhio nudo, sebbene la sua osservazione sia limitata alle regioni dell’emisfero australe terrestre e a quelle tropicali boreali; fu catalogata per la prima volta da Nicolas Louis de Lacaille nel 1751, durante la sua permanenza a Città del Capo.

Si tratta di una delle più grandi regioni H II conosciute all’interno della nostra Galassia: la nebulosa ha dimensioni reali che raggiungono i 260 anni luce e circonda diversi ammassi aperti, nonché una delle stelle più massicce che si conoscano, la variabile η Carinae. Al suo interno sono attivi alcuni fenomeni di formazione stellare, sebbene in misura più ridotta rispetto ad altre nebulose simili: ciò sarebbe un indicatore dell’elevato grado evolutivo di questa nebulosa. La sua distanza è stimata sui 7500 anni luce da noi.

I pilastri della distruzione 1

Questa immagine composita mostra alcuni pilastri all’interno della Nebulosa Carena, osservati e studiati dallo strumento MUSE, montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO. Le stelle massicce all’interno della zona di formazione stellare stanno lentamente distruggendo i pilastri di polvere e gas da cui hanno avuto origine. Crediti: ESO/A. McLeod


I pilastri della distruzione 2

Questa immagine è stata presa dallo strumento MUSE, montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e mostra la regione R44 all’interno della Nebulosa Carena, a circa 7500 anni luce da noi. Le stelle massicce all’interno della zona di formazione stellare stanno lentamente distruggendo i pilastri di polvere e gas da cui hanno avuto origine. Crediti: ESO/A. McLeod

Dal VLT nuove spettacolari immagini della Nebulosa Carena

Lo strumento MUSE, montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO ha realizzato nuove, spettacolari osservazioni di vaste strutture colonnari all’interno della Nebulosa Carena. Le diverse colonne analizzate da un’equipe internazionale sembrano essere “pilastri di distruzione” – per analogia con i famosi “pilastri di creazione” della Nebulosa Aquila, di natura simile.

Le guglie e le colonne che appaiono in queste nuove immagini della Nebulosa Carena sono estese nubi di polvere e gas all’interno di una fucina di formazione stellare a circa 7500 anni luce da noi. I pilastri che si vedono nella nebulosa sono stati osservati da un’equipe guidata da Anna McLeod, studentessa di dottorato all’ESO, che ha utilizzato per le osservazioni lo strumento MUSE montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO.

I pilastri della distruzione 3

Le macchie scure, molto evidenti nella zona centrale e verso destra in questa immagine, si chiamano globuli di Bok: sono nebulose oscure isolate e relativamente piccole, dense di polvere e gas. Sono ancora soggetto di intense ricerche perchè la loro struttura e la loro densità non sono ancora ben conosciute.
Crediti: ESO/A. McLeod


La grande risorsa di MUSE è di produrre contemporaneamente migliaia di immagini della nebulosa, ciascuna a una diversa lunghezza d’onda. In questo modo gli astronomi possono mappare le proprietà chimiche e fisiche della materia in diversi punti della nebulosa.

Le immagini di strutture simili, i famosi Pilastri della Creazione [1] nella Nebulosa Aquila e alcune formazioni in NGC 3603, sono state combinate con quelle mostrate qui. I dieci pilastri osservati in totale hanno mostrato un chiaro legame tra la radiazione emessa dalle stelle massicce nei dintorni e le strutture caratteristiche dei pilastri.

I pilastri della distruzione 4

Questa immagine è stata presa dallo strumento MUSE, montato sul VLT (Very Large Telescope) dell’ESO e mostra la regione R18 all’interno della Nebulosa Carena, a circa 7500 anni luce da noi. Le stelle massicce all’interno della zona di formazione stellare stanno lentamente distruggendo i pilastri di polvere e gas da cui hanno avuto origine. Crediti: ESO/A. McLeod

Per ironia della sorte, una delle prime conseguenze della formazione di una stella massiccia è che a mano a mano distrugge la nube da cui è nata. L’idea che le stelle massicce abbiano un effetto notevole sui loro dintorni non è nuova: queste stelle infatti producono vaste quantità di radiazione ionizzante – emissione con energia sufficiente per strappare agli atomi i loro elettroni più esterni. È però molto difficile ottenere prove osservative dell’interazione tra queste stelle e l’ambiente circostante.

L’equipe ha analizzato l’effetto di questa radiazione energetica sui pilastri: un processo noto come fotoevaporazione, per mezzo del quale il gas viene ionizzato e poi si disperde. Osservando i risultati della fotoevaporazione – con un modello che comprendeva la perdita di massa dai pilastri – hanno potuto identificare i colpevoli: risultava chiara la correlazione tra la quantità di radiazione ionizzante emessa dalle stelle vicine e la dissipazione nei pilastri.

È quasi una calamità cosmica, con le stelle massicce che si rivoltano ai loro stessi creatori. Resta di fatto che la complessità dei meccanismi di interazione tra le stelle e i pilastri rimane ancora non del tutto compresa. I pilastri sembrano densi, ma in realtà le nubi di gas e polvere che li formano sono molto tenui. È possibile che la radiazione e i venti stellari delle stelle massicce aiutino anche a formare zone più dense all’interno dei pilastri, ove di conseguenza si possono formare le stelle.

Queste fantasmagoriche strutture celesti hanno ancora molto da dirci e MUSE è lo strumento ideale per scoprirlo.


[1] I pilastri della creazione sono un’immagine ormai iconica, presa con il telescopio spaziale Hubble della NASA/ESA, divenuta ormai la più famosa di queste strutture. Paragonate anche a elefantiache proboscidi, queste strutture possono raggiungere lunghezze di parecchi anni luce.

Ulteriori Informazioni sul risultato

Questo risultato è stato presentato nell’articolo intitolato “Connecting the dots: a correlation between ionising radiation and cloud mass-loss rate traced by optical integral field spectroscopy“, di A. F. McLeod et al., pubblicato dalla rivista Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.