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Alla Sapienza ‘tutto bene’ con Dario Brunori

Roma – All’universita’ tutto bene, come a casa. Sono due i tour che il cantautore cosentino Dario Brunori sta realizzando dall’uscita del suo ultimo disco ‘A casa tutto bene’. Uno, con la Brunori Sas, la band di sempre, nei teatri italiani. L’altro, in compagnia di due chitarre, negli atenei di tutta Italia.
Difficile dire quale dei due abbia piu’ successo.
In entrambi i casi la parola d’ordine e’ sold out. Sold out, come la data romana dell’Atlantico sabato sera.
E come oggi nell’aula magna del rettorato dell’universita’ La Sapienza di Roma, dove il cantautore ha fatto tappa dopo aver toccato gli atenei di Cosenza, Padova, Ancona, Siena e Milano.

E la prima domanda e’ proprio sul motivo che lo ha spinto a fare un tour accademico. ‘In realta’ non e’ vero che non e’ un’iniziativa a scopo di lucro- ironizza-. Quest’idea nasce un po’ dal fatto che gli universitari sono sempre stati il mio target di riferimento, quindi mi e’ sembrato un atto dovuto. E poi c’era l’idea di collegarsi al percorso del disco sulla contemporaneita’. Mi sembra un buon segnale quando gli artisti cercano di entrare in relazione con i luoghi dove si crea cultura’.

 

Una cultura accademica che pero’ a Brunori stava stretta fin dai tempi in cui frequentava Economia a Siena, dove ‘quando mi hanno invitato ho pensato che avevano l’onore di ospitare un ex studente che nella vita ha fatto tutt’altro’. E lo ha fatto perche’ mentre doveva studiare per superare diritto commerciale, in realta’ voleva solo suonare.

Suonare, perche’ Brunori, classe 1977, proprio non si immaginava un futuro da cantautore. ‘Quando ero ragazzo non ascoltavo i cantautori, cantavo solo le loro canzoni nei falo’, ma per altri scopi. L’energia sessuale repressa si sublima nella creativita” racconta agli studenti divertiti, definendo il Dario di prima del debutto ‘un chitarrista classico grezzo di provincia’. ‘Ho cominciato ad ascoltare i cantautori dopo il primo disco, anche perche’ quando i giornalisti mi dicevano che sentivano nelle mie canzoni il Dalla di ‘Com’e’ profondo il mare’ non sapevo cosa rispondere perche’ non lo ascoltavo. Poi mi sono innamorato dei cantautori italiani. Tanto, forse troppo’. Un amore, quello per i cantautori e per Dalla, che secondo Brunori ha influenzato soprattutto il suo secondo disco.

In ‘A casa tutto bene’ invece il cantautore calabrese ha deciso di ‘non girarci intorno’ e di parlare di paura, quella paura che ‘ho sempre infilato sotto il tappeto e affrontanto in maniera indiretta’, ma che ‘usciva fuori spesso, da cio’ che mi arrivava dall’esterno e da cio’ che io sentivo’. Fondamentale per la gestazione del disco e’ stato l’incontro con un tassista: ‘Quando mi parlava mi sono sentito in colpa e ho deciso che dovevo occuparmi delle paure anche di chi e’ diverso da me ma che come me e’ spaventato’. Indagare le paure, anche quelle personali, che ‘possono essere castranti per l’esistenza’.

E allora nascono ‘Canzone contro la paura’, ‘La verita”, e quell”Uomo nero’, che ‘si annida anche nel mio cervello’. ‘L’episodio del ragazzino arabo sull’autobus di Milano mi e’ successo davvero. Quando e’ salito e ha iniziato a pregare ad alta voce leggendo il Corano- racconta- una parte di me ha detto: ‘Scendi’. Poi sono rimasto perche’ un’altra parte di me ha detto: ‘No, voglio morire integro’. Pero’ e’ un pensiero che mi ha attraversato’. E parla della parte mostruosa presente in ciascuno di noi.

Si’, perche’ Brunori non e’ uno solo, e’ centomila. E in questo disco ha provato a far dialogare tra loro i centomila pirandelliani presenti in ogni uomo del presente, li ha interrogati per creare un attrito, ha guardato in faccia le ‘voci che non fanno comodo’ per farle emergere. Senza infingimenti. ‘Le cose che ho detto in questo disco non le ho dette prima per paura di non essere brillante, di cadere nella retorica- spiega agli studenti-. Poi Ho trovato il coraggio di dire le cose in maniera diretta, anche perche’ ho cominciato a soffrire un po’ la mia ironia, che stava diventando una sorta di gabbia che mi faceva diventare meccanico nell’approccio. Anche se dopo il disco c’e’ una parte che continua a ribollire in me e dice che sono cose gia’ sentite. Ho pensato di raccontarlo questa sorta di condominio inferiore dove ci sono vari personaggi che prendono la parola’.

Per superare quel cinismo che ‘forse e’ una forma di difesa dell’ego’, da cui Brunori vuole emanciparsi. Un po’ guru, un po’ giullare, Brunori racconta quello che viene considerato il suo disco della maturita’ con la leggerezza di chi non si prende troppo sul serio. Di chi per anni ha fatto parte di quel panorama indie snobbato dal mainstream, che comincia oggi ad accorgersi di una scena musicale di estremo interesse.

‘Quello mio e di altri cantanti della scena indie che stimo molto e’ un percorso lungo, che aveva a che fare con il mondo reale, anche se in questo momento da’ l’idea della novita’, perche’ la proposta da talent ha raggiunto un momento di saturazione e quindi si cerca altro. Mi sembra che sia accaduto quello che speravamo, cioe’ che una parte del mondo indie che non si e’ posto in contrasto nella proposta riesca ad essere rappresentato’. E Brunori ha bucato il mainstream con ‘La verita”, il primo singolo uscito alla fine del 2016, trasmesso spesso dalle radio, amato dal pubblico come ogni traccia di ‘A casa tutto bene’ perche’ racconta una generazione intera, appesa ad un futuro incerto, tra consapevolezza e disimpegno, sguardo giocoso e necessita’ di crescere. ‘Per me sono tre le componenti che devono essere in equilibrio e che volevo fossero presenti nel disco. La parte istintiva, come in ‘Sabato bestiale’ e ‘Diego e io’, quella emotiva e quella razionale’.

Un equilibrio cercato anche nel sound, piu’ lavorato rispetto alle schitarrate dei dischi precedenti. ‘Volevo che emergesse il fatto che fossi un musicista, anche perche’ non mi sarei mai immaginato frontman di qualcosa. Volevo far uscire anche il ruolo della band e fare un lavoro al meglio de nostre possibilità. Abbiamo lavorato sui suoni per farne una colonna sonora di canzoni all’italiana, non vestite all’italiana, e in questo un ruolo fondamentale l’ha avuto il produttore Taketo Gohara, con la sua capacita’ di fotografare un momento’.

E lo hanno avuto anche i musicisti della band, che vengono da altre formazioni musicali: ‘La piu’ grande soddisfazione e’ che loro che hanno studiato al conservatorio sono a mio servizio che sono un ignorante’, scherza Brunori, che alla domanda di una studentessa ammette di non leggere piu’ l’oroscopo: ‘Per un periodo ho letto Paolo Fox. Ora ho smesso perche’ avendo raggiunto un certo grado di congiunzione con gli astri gli oroscopi me li faccio da solo’. Ride e fa ridere il cantautore calabrese e risponde sdrammatizzando ad uno studente che lo definisce ‘punto di riferimento e voce di una generazione’. ‘Mi mette un po’ in imbarazzo questa cosa, pero’ e’ giusto avere dei riferimenti. Ne ho avuto anche io, che riconosco alla mia esperienza personale una certa tendenza alla distrazione, un’attitudine acritica che mi ha portato a comprendere certe dinamiche in ritardo’.

Per questo raccomanda, un po’ da fratello maggiore, ‘di conservare la parte giocosa, bambina’ e un po’ naif, quel costume da torero che salva il mondo intero con un pugno di poesie. Ma non restando ‘bambini adulti che cercano un padre per capire cosa fare’ e sono funzionali a ‘dinamiche di facile governabilita”. ‘Come e’ cambiato Dario?’, chiede in chiusura una fan della prima ora. ‘Non avrei mai pensato di rivestire questo ruolo dopo il primo disco. Nel mio percorso ha giocato il senso di colpa che mi ha aiutato ad essere all’altezza, a meritare cio’ che ho avuto. Dopo il primo disco ho coltivato con attenzione la mia interiorita’, la mia spiritualita’. E ho cercato la solitudine’. Una solitudine che ha fatto uscire Darione, come lo chiama affettuosamente un altro studente, dalla casetta in cui si era rinchiuso. Un percorso sintetizzato nell’ultima traccia del disco, ‘La vita pensata’. ‘Me lo dicevi sempre, la vita e’ una prigione che vedi solo tu. Me lo dicevi sempre, la vita e’ una catena che chiudi a chiave tu’.