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Agricoltura e yougurt dal cuore africano: la cooperativa Barikamà

ROMA – Questa è una storia che parte da lontano, dal cuore dell’Africa, dal Senegal, dalla Guinea, dal Benin, dal Mali. Africa dura e pura, dove nessuno regala nulla a nessuno, e se sei giovane è peggio che mai.

Cheikh, Abubacar, Suleman, Ismael, Kabà, Sidiki: eccoli i nomi e i volti della storia che vi racconteremo. La loro storia passa per l’Italia, dalla Calabria precisamente, dove anche li nessuno regala nulla a nessuno. È una storia fatta di vite, di speranze, di delusioni, di addii e di incontri: tutto ha un costo, un conto da pagare, ma non sempre il finale lascia l’amaro in bocca, anzi.

Questa è la storia di eroi fragili, a cui la vita l’ha mandata per il verso storto ma che alla vita non l’hanno data per vinta, pretendendo e affermando con tutte le loro forze e possibilità che un’altra vita era possibile, è possibile. Si scappa da guerre, carestie, povertà, e non è un film, un reportage, è la pura e semplice vita quotidiana, l’oggi uguale allo ieri e assai simile al domani. Si lasciano madri, padri, figli, amici, case: si prende la via per l’Europa, ricca ed opulenta, che non può fare finta di nulla. Vengono i brividi a pensare cosa possano aver passato. Forse però il disagio maggiore lo si prova a conoscere della loro vita una volta in Italia.

I ragazzi di cui raccontiamo sono passati quasi tutti per Rosarno, Piana di Gioia Tauro. Economia agricola da sempre, con l’ombra dello sfruttamento e del caporalato a firma n’drangheta, che non faticano a stagliarsi sulle migliaia di ettari messi a coltivazione. Qui, all’alba del 2010, il mondo si è capovolto, almeno per un paio di giorni, lasciando nella memoria – troppo corta – di questo Paese il ricordo dei “fatti di Rosarno”.

Quanto accadde è di semplice lettura: non bastasse l’umiliazione di lavorare dodici ore al giorno per venti euro, sotto il sole, la pioggia, il vento, il freddo che punge, si pretese troppo dall’umana sopportazione di centinaia di immigrati che vivevano a ridosso della cittadina calabrese. Quando due idioti del luogo spararono, la notte dell’Epifania, con un fucile ad aria compressa su degli immigrati che nessun disturbo arrecavano, la misura fu colma. Dai ghetti fuori città, traboccarono circa un centinaio di immigrati esasperati: la collera dei lavoratori dei campi, quasi tutti africani, si indirizzò sulle vetrine dei negozi, sulle automobili dei rosarnesi, su qualche cittadino. Più rabbia repressa che violenza cieca, che fu artatamente bollata da chi speculò sull’evento. Roberto Maroni, l’allora solerte Ministro degli Interni, inviò polizia e bus navetta per portare via di peso gli immigrati. Tutte azioni che non risolsero il problema, ma lo spostarono di qualche centinaia di chilometri. Chi riparò a Roma, chi a Milano, chi fuori dall’Italia. Cheikh e gli altri finiscono nella Capitale, in un centro sociale, dove respirano appunto l’aria della socialità dei mezzi di produzione e dell’impresa dal basso. Ecco che nasce l’idea della cooperativa sociale “Barikamà”, che nella lingua bambara parlata in Mali, significa “resistente”.

E i sei ragazzi resistono, eccome. Vanno addirittura oltre: per una serie di fortunati (finalmente) incontri, si spostano sulle sponde del lago di Martignano, verso Bracciano, dove sono accolti dalla lungimiranza dei fratelli Ferrazza, titolari della omonima azienda agricola che sorge sulle rive del lago. Ai ragazzi della cooperativa viene riservata una parte dei centoquaranta ettari di cui l’azienda dispone: è l’agricoltura sociale, non più concetto astratto, ma vera impresa che produce lavoro e risultati.

Coltivazione biologica, nessun aiuto dalla chimica. Broccoli, zucchine, pomodori, insalata, chi più ne ha più ne metta; ma non solo ortaggi. Barikamà è ormai famosa nel settore bio per lo yogurt che produce, lavorando latte comperato da allevatori di Amatrice: una mano lava l’altra, verrebbe da dire. Nella cooperativa poi collabora anche un ragazzo italiano, Mauro, affetto dalla sindrome di Asperger che cura la parte web e dei tirocini agricoli organizzati dalla cooperativa: ora le due mani lavano il viso. Sudore della fronte e quella sapienza “all’africana” sulla quale ridiamo su con Cheikh. Lo incontro mentre zappa il terreno, nell’orto sociale che Barikamà cura e coltiva a bordo lago.

Cheikh, dunque, l’avventura inizia nel 2012?

“Si, esatto. In quegli anni, intervenendo a delle iniziative di alcuni Gas (gruppi di acquisto solidale, ndr) dove raccontavamo la nostra storia, il perché della cooperativa, la scelta di produrre lo yogurt, abbiamo verificato che c’era una grossa disponibilità nei nostri confronti e una crescente richiesta per il nostro prodotto principale, appunto lo yogurt. Abbiamo quindi partecipato ad un bando della Regione Lazio, che poi abbiamo vinto, per ottenere i finanziamenti al nostro progetto. Da lì la necessità di reperire un caseificio a norma per poter vendere ai bar, ai ristoranti, che chiedevano il nostro yogurt. Fortunatamente, qui al Casale di Martignano lo abbiamo trovato, potendo così iniziare la nostra avventura. Qui lavoriamo insieme con loro i due-tre ettari messi a nostra disposizione”.

Quanta difficoltà avete incontrato all’inizio?

“È stato molto difficile all’inizio. Noi siamo venuti qui nella speranza di migliorare la nostra vita, ma una volta in Italia ci siamo resi conto che le cose non stavano affatto così. La mancanza di documenti, la difficoltà di imparare e parlare la lingua, la mancanza di un lavoro: ci vuole molto, molto coraggio nel superare una fase di grande smarrimento. Grazie anche all’aiuto degli italiani, anche dei Gas, dei vari acquirenti dei nostri prodotti, le cose si sono via via aggiustate”.

Nella vostra filosofia, nessuno deve rimanere escluso. La collaborazione con Mauro e gli altri ragazzi affetti da sindrome di Asperger si spiega così?

“Si, è così. Pensando che nessuno nella società deve essere escluso, ci siamo trovati con naturalezza a proporre questa collaborazione. Come noi, anche loro hanno la stessa difficoltà a reperire un lavoro, anzi; il 90% degli affetti dalla sindrome di Apserger risulta disoccupato secondo le più recenti statistiche”.

Come ha risposto la comunità al vostro insediamento?

“Molto bene. Stiamo facendo l’orto biologico, continuiamo la collaborazione con i Gas, abbiamo un altro ettaro da lavorare dato che la domanda si è fatta sempre più forte. La comunità del luogo ci sostiene convintamente”.

Agricoltura sociale significa anche ricchezza e lavoro per terre e popolazioni. È così anche nel vostro caso?

“Certo, creare lavoro significa anche creare ricchezza per il territorio, permettere alle persone di vivere, guadagnare uno stipendio, promuovere ricchezza e benessere personale. Credo siano tutte cose positive che facciano bene alle persone”.

Guardando indietro alla tua esperienza, alla tua vita ed ai sacrifici che hai fatto, ti senti soddisfatto del punto dove sei arrivato?

“Si, sono molto felice di quello che sto facendo adesso, perché sto lavorando per me stesso, cercando di migliorare il nostro progetto aiutando anche persone in difficoltà (molti sono i tirocini offerti a cooperative sociali del luogo che lavorano con disabili, minori a rischio, ecc, ndr)”.

Mentre parliamo si avvicina un altro ragazzo della cooperativa, Ismael. Cheikh ci saluta, è arrivato un fornitore di piante e bisogna controllare la fattura. Con Ismael, avviandoci sulla via del ritorno, tracciamo un bilancio.

Se pensi alla cooperativa da qui a dieci anni, dove vi vedete?

“Io credo che abbiamo una strada luminosa davanti a noi. Il mio sogno è arrivare ad una quarantina di persone che lavorino nella nostra cooperativa; potremmo dire di aver partecipato allo sviluppo della zona nella quale ci troviamo, dando lavoro a chi un lavoro ancora non ce l’ha. Bisogna credere nei propri obiettivi, nei propri sogni. Sembra un miracolo che tutti i membri della nostra cooperativa vadano d’accordo, che tutti si prodighino per aumentare le potenzialità del gruppo. Abbiamo nuove sfide davanti a noi: recentemente la cooperativa ha vinto un bando regionale che le assegna la gestione di un bar all’interno del Parco Nemorense insieme ad un locale del Quadraro. Superate le beghe burocratiche, per la prossima primavera dovremmo essere presenti col nostro chiosco, aumentando così i lavoratori della nostra cooperativa. Sembra un sogno, ma è realtà”.