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Intervista esclusiva ad Assunta Legnante: cuore e tenacia per continuare a sognare

ROMA – “Un braccio coraggioso rende lunga una spada corta”, dice il proverbio. No, non ci occuperemo di sciabole, spade e via dicendo. Racconteremo del coraggio, questo si. La storia è una storia densa di sfide, di cadute e di risalite, che a raccontarle ce ne vuole; parla di coraggio, appunto. E di una donna e della sua avventura, complicata ed affascinante. Impossibile non conoscere Assunta Legnante, “il getto del peso” in Italia.

Assunta Legnante da Frattamaggiore, su di un suo ideale biglietto da visita potrebbe qualificarsi, non fosse la splendida atleta che è e che sarà ancora per molto (fortunati noi), come “donna coraggiosa”. Ed è specialità della casa, non servono scuole, lauree o master. Ci nasci, è dall’inizio della gara, per parafrasare la quotidianità di Assunta, che lo sei. E la vita, l’occasione per fartelo sapere, prima o poi te la presenta, spesso senza mezzi termini o misure, col poco garbo che a volte solo lei sa usare. Assunta coraggiosa ci è nata, “quanto” lo ha scoperto in pieno cammino. Metti una carriera che ti sorride, premi, riconoscimenti, medaglie. Che poi per uno sportivo sono la quintessenza della passione, di quel fuoco sacro che muove ogni tuo muscolo mentre ti alleni. Assunta colleziona record (primatista italiana con la distanza di 19,20 metri che dal 2002 ancora nessuno le ha portato via ,ndr), successi, medaglie, la partecipazione alle Olimpiadi di Pechino 2008, dove solo una giuria poco serena ne ferma la corsa.

Una straordinaria atleta, una straordinaria carriera. Nel 2009, però, il destino le riserva un banco di prova che avrebbe atterrato chiunque: un problema agli occhi, un glaucoma con cui combatteva da tempo, degenera a tal punto da privarla definitivamente della vista tre anni più tardi. Riteniamo inimmaginabile comprendere quanto dura possa esser stata questa prova, azzardare il contrario sarebbe un fastidioso esercizio di arroganza: meglio, molto meglio, godersi come Assunta sia riuscita a trasformare il fuoco in saetta, a non perdersi e a rimanere la splendida atleta che è.

La decisione di continuare la sua carriera nelle categorie paralimpiche restituisce ai nostri colori una vera autorità nel getto del peso: anche qui, un’ascesa che sa di record e medaglie, anche il Collare d’Oro al Merito Sportivo che le viene assegnato nel 2014. Anno d’oro per Assunta che in un meeting a Padova, stabilisce il nuovo record mondiale paralimpico di 17.32 metri. Chapeau e standing ovation a seguire. Fino ad arrivare all’oro di Rio, medaglia d’oro nella categoria paralimpica F12, rivali e concorrenti sbaragliati al ritmo di un samba sfrenato. Abbiamo incontrato Assunta in un caffè di Civitanova Marche, città gentile e disponibile come lei, dove si allena e, poco distante, vive con la sua famiglia. Ecco la nostra intervista.

Assunta, partirei con quello che vuoi “fare da grande”: la tua mail recita “assuntatokyo2020”, ti vedremo quindi in Giappone?
“E’ un progetto che abbiamo definito insieme allo staff che mi segue: si, l’obiettivo è arrivare anche in Giappone e fare il “triplete” (ride divertita, ndr), dopo le partecipazioni a Londra 2012 e Rio 2016”.

Cosa ci vuole per puntare un traguardo così ambizioso? Cosa chiedi ad Assunta oltre a determinazione ed allenamenti?
“Ci vuole passione, cosa che ho sempre avuto. Anche prima di diventare non vedente sono stata atleta, un’atleta che nutriva una grandissima passione per le proprie discipline. Questo potente carburante è rimasto con me e tuttora mi spinge. Come dissi in occasione della consegna del Collare d’Oro (2014, ndr): finché arrivo prima perché debbo smettere (ride ancora, ndr)?”.

Come è stato il passaggio dalla pratica olimpica a quella paralimpica?
“Forse la difficoltà più grande è stata quella di accettare il “passaggio” di Assunta da atleta normodotata ad atleta paralimpica. Per quello che riguarda, invece, il livello tecnico ed organizzativo non ho avuto alcun tipo di problema. Ho trovato un comitato italiano paralimpico e una federazione in continua evoluzione, quindi mi è sembrato di rimanere nello stesso ambito ed agli stessi livelli”.

Come sono le strutture dedicate agli atleti paralimpici delle tue specialità?
“A livello strutturale, per le discipline in cui io gareggio non servono grandissime risorse. Forse la maggiore difficoltà è per i ragazzi in carrozzina. Nel mio esempio, qui a Civitanova dove mi alleno, non ho alcun impedimento ed ho la piena disponibilità del Comune e delle altre istituzioni”.

Tu arrivi nelle Marche per…?
“Io sono arrivata nelle Marche, ad Ascoli Piceno, nel 2000, per fare l’atleta a tutto tondo ed inseguire il sogno delle Olimpiadi, raggiunto nel 2008. Nelle Marche c’erano delle buone strutture e soprattutto c’era un ottimo allenatore, una vera e propria autorità nella disciplina del getto del peso, Nicola Silvaggi, a tutt’oggi uno dei migliori tecnici che abbiamo in Italia. Nel 2012, poi, ho scelto di tesserarmi per una squadra marchigiana, lasciando l’ex Snam di Milano con la quale gareggiavo da normodotata. Oggi, con soddisfazione, sono nelle fila dell’Anthropos Civitanova”.

Come concili la tua vita da atleta con gli impegni di mamma?
“E’ semplicissimo, perché a quel punto lì mi adeguo io: alle otto porto i bimbi a scuola (un maschio ed una femmina, ndr), mezz’ora dopo sono in palestra pronta per allenarmi. Ho quindi tutto il tempo per dedicarmi alla palestra, fino alle quattro almeno. Per la mia carriera da atleta, la famiglia non è un peso, anzi: se c’è una gara di sabato o domenica è bello prendere e partire tutti insieme.”

Che consiglio daresti ad un giovane che vuole fare dello sport la sua vita e la sua professione?
“Senza dubbio, e prima di tutto, di divertirsi e scegliere questa carriera perché lo si vuole intimamente e non perché si è costretti. Io ancora mi diverto, sia in allenamento che durante le competizioni. Qualora sentissi il tutto diventare un peso, smetterei l’attimo dopo”.

C’è una vittoria che ricordi con più piacere? E una sconfitta che ancora brucia?
“Beh, sconfitte non direi…non ho nemmeno rimpianti, perché dall’atletica ho avuto tutto; sono andata alle Olimpiadi di Pechino, nonostante non abbia conseguito grandi risultati, ma poco importa perché l’obiettivo di un atleta è gareggiare e scendere in pedana. Quando sei lì, sul campo, e incroci con lo sguardo la fiaccola olimpica accesa, credimi, è un’emozione che non si può descrivere a parole. Una vittoria, invece…potrei dirti il Campionato Europeo indoor del 2007, quando a Birmingham ho battuto due atlete russe molto forti. Sentire il nostro inno e vedere la nostra bandiera sopravanzare tutte le altre non ha eguali. Grandissimo piacere mi da anche il ricordo della prima gara a livello paralimpico, vale a dire la vittoria a Londra 2012”.

Tu sei stata lontana dalle gare per tre anni, dal 2009 al 2012, periodo nel quale mi raccontavi, hai provato a curare la malattia. Quando vai nelle scuole, oggigiorno, ti capita di dover parlare di quella stagione della tua vita con i ragazzi?“Si, come no. La cosa più bella, quando parlo con loro, è fargli conoscere il mio mondo, dimostrando loro che un disabile non è, come spesso invece è nel loro immaginario, una persona chiusa dentro casa a fare nulla. Secondo me, quando mi incontrano restano a bocca aperta (ride divertita, ndr); non si aspettano che una non vedente possa usare Facebook o un i-phone, rimangono spiazzati”.

Scendiamo in pista. Vorrei farti una domanda che mi ha sempre incuriosito: riesci a darci un’idea di come ci si senta, lassù, sul gradino più alto del podio?
“Questa è una domanda che mi fanno spessissimo nelle scuole, quando andiamo a parlare delle nostre esperienze. Io rispondo chiedendo loro come si sentono quando prendono un bel voto ad un’interrogazione. Potrei farti la stesa domanda chiedendo come ti senti quando scrivi un articolo ben fatto. È un’emozione fortissima che ripaga dei grandi sforzi e sacrifici compiuti per raggiungere l’obiettivo”.

Concludendo: dove ti immagini tra dieci anni?
“Semplicissimo. Alle Paralimpiadi di Los Angeles 2024. No?”.