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“Solo: A Star Wars Story”, la recensione dello spin-off

ROMA – L’attesa sta per terminare. Dopo Rogue One, il 23 maggio arriverà nelle sale il secondo spin-off della saga di Star Wars, interamente dedicato ad un giovanissimo Han Solo.
Scritto da Lawrence Kasdan e suo figlio Jon, il film era stato inizialmente affidato alla regia di Phil Lord e Chris Miller, per poi passare, a causa di divergenze creative, nelle sapienti mani di Ron Howard, che si è trovato di fronte ad un’impresa per nulla semplice: girare circa il 70% del lavoro intervenendo in medias res.
Nonostante tutti gli inconvenienti del caso, il regista statunitense è riuscito a restituire le atmosfere dei primi film della Saga, mettendo a punto un’opera coinvolgente, capace di accontentare i fan di sempre, ma pure di catturare l’attenzione di quelli nuovi.

E’ chiaro che il rischio principale per lo spin-off di una saga così univocamente apprezzata è quello di non essere all’altezza delle aspettative che lo accompagnano e di non dimostrarsi degno dei precedenti episodi. Ma la grandezza di ciò che è stato, specie nel caso di Star Wars, non può essere eguagliata, così come sarà difficile per i fan osservare nei panni di Han Solo qualcuno che non sia Harrison Ford.
Inoltre, la turbolenta gestazione dell’opera e l’improvviso cambio di regia non hanno certamente aiutato: si percepisce chiara la rottura tra una prima parte molto concitata,forse troppo, ed una seconda che, seppur elettrizzante, si concentra su un “mood” diverso, tradizionale e sicuramente più apprezzabile.

Fatte queste premesse, bisogna comunque sottolineare i meriti di un film costruito sulla forte ombra di personaggi e ambientazioni già portate alla loro massima espressione.

Le origini di Han

La storia non è solidissima, nel senso che non c’è,di fatto, molta sostanza. Ed è questa la pecca principale. Il racconto delle vicende clou della gioventù di Han Solo emozionerà comunque i più nostalgici: scopriamo qui l’origine del cognome di Han, la nascita dell’amicizia con Chewbecca, il modo in cui il protagonista entra in possesso del Millennium Falcon e l’incontro con Lando Calrlissian, interpretato da Donald Glover, che ha messo in scena una delle migliori performance attoriali del film, insieme a quella di Emilia Clarke, la bellissima Daenerys de “il Trono di Spade”, qui Qi’ra, donna misteriosa e affascinante, nonché primo amore del protagonista.

Ma il compito più arduo è toccato proprio a Alden Ehrenreich che, nei panni di Han Solo, lotta continuamente contro l’ombra di Harrison Ford, riuscendo comunque a convincere.

Elementi di un colossal

Il punto di forza dell’intera opera risiede nel riuscire a conservare quell’aria da “colossal” che da sempre caratterizza la Saga.
E lo fa in maniera piacevolmente originale.
L’opera si tinge infatti di colori diversi, dai toni dello “war movie” al western, fino a tornare ai classici effetti speciali, tutti aspetti “insaporiti” da appassionanti inseguimenti intergalattici e scontri ravvicinati, all’insegna di un’esaltazione che è un crescendo continuo.

Il coinvolgimento costante costringe lo spettatore a tenere gli occhi sbarrati fino alla fine: l’elemento del “colpo di scena inaspettato” gioca un ruolo molto importante e chi guarda è consapevole che tutto ciò che vede potrebbe subire improvvisamente una svolta inattesa, perché non ci si può fidare di nessuno. Questo è l’insegnamento che il film mira a dare. E questo è pure il nucleo del film: il racconto della maturazione di Han Solo e delle esperienze che lo hanno portato a divenire il personaggio eccentrico che conosciamo, attraverso una graduale presa di coscienza che si articola per tutto il racconto.

Nel complesso “Solo: A Star Wars Story” è un film che si riallaccia in maniera naturale agli episodi precedenti della Saga e, nonostante non sia un sorprendente capolavoro, riesce sicuramente a coinvolgere e, in più occasioni , anche ad emozionare.

VOTO: ★★★☆☆