Donald Sassoon e l'identità europea spiegata ai ragazzi

Donald Sassoon e l’identità europea spiegata ai ragazzi

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Sulla nave dei libri per Barcellona abbiamo incontrato uno dei più grandi storici contemporanei, il britannico Donald Sassoon, profondo conoscitore del nostro Paese. In vista delle europee, abbiamo intavolato un’intervista sull’identità europea e sul razzismo dilagante nel nostro Paese.

Professore, come si costruiscono le identità europee?

Le identità europee si costruiscono di solito dall’alto. Occorre un sistema che sia burocratico, politico, scolastico, universitario che, dall’alto, dica alla gente, “non siete siciliani, siete italiani; non siete provenzali, siete francesi; non siete bavaresi, siete tedeschi”. E questo si fa con uno Stato nazionale che ha a sua disposizione tutta una serie di strumenti importantissimi come una appunto burocrazia statale, un sistema scolastico e via di questo passo. Questo si è fatto per gli Stati nazionali in Europa durante tutto il corso dell’Ottocento e oltre. In Italia la costruzione è relativamente recente, nel senso che l’unità italiana risale a circa 150 anni fa, come quella tedesca o quella rumena di cui non si parla molto dato che la Romania non è tra i Paesi di cui si discute molto, ma anche l’identità francese è relativamente recente.

Si può chiedere all’Europa la costruzione di una identità europea?

L’Europa non ha nessuno di questi strumenti. Non ha un sistema fiscale, non ha un sistema burocratico, non ha un sistema che riesca a dire alla gente “noi siamo europei e non non-europei” e dunque è praticamente impossibile costruire una identità europea che equivalga a quella nazionale. C’è un feeling quando si viaggia all’estero e ci si sente europei perché gli altri non lo sono ma questo non è importantissimo. Bisogna dire che il continente Europa è stato disgregato da circa duemila anni e non c’è mai stata una unità europea. Non solo: nessuno è mai riuscito a soggiogare l’Europa intera, né Carlo Magno, né Napoleone, né Hitler, né Giulio Cesare. Non è mai stato un continente unito, non è mai riuscito a fare quel che, per esempio, la Cina ha fatto: un Paese che più o meno allora aveva una popolazione un poco superiore a quella europea ma avevano uno Stato vero, una burocrazia, una lingua e una scrittura in comune. Queste sono tutte cose che sono mancate in Europa. Chiedere all’Unione europea di costruire una identità europea è una cosa completamente assurda: poverina, l’Unione europea non ha neanche dei poteri fiscali, non ha una legislazione fiscale, non ha neanche un sistema di welfare, anzi è un mercato libero con regole per sistemare le regole interne di questo mercato. Dunque la retorica che diceva che stiamo costruendo l’Europa è giusta nel senso che bisogna andare avanti ma il processi si è arenato, e non solo clamorosamente in Gran Bretagna con il voto per uscire dall’Ue. Gli euroscettici sono in aumento dappertutto. In Italia avete un Governo costituito da due partiti euroscettici mentre trent’anni fa gli italiani erano i più filoeuropei d’Europa. La Francia che un po’ ha costruito l’Unione europea il 30 per cento ha votato per marie Le Pen che è anti europeo, persino in Germania c’è una crescita di partiti anti europei. La situazione per chi è filoeuropeo, come me, è drammatica

Esiste una via da percorrere per l’Italia?

Se esiste per l’Italia esiste anche per gli altri Stati. Io faccio lo storico ed è gia abbastanza complicato capire e spiegare cosa è successo prima, non può essere compito mio indicare cosa fare o non fare. Paradossalmente, essendo l’Europa democratica, la gente vota chi vuole e se vuole votare per Salvini o Le Pen o la Brexit è libera di farlo e nessuno può fare niente. In Gran Bretagna durante il periodo elettorale chi voleva restare in Europa ha scelto la strategia che gli euroscettici chiamano “project fear” cioè progetto paura: se usciamo avviene la catastrofe, la fine del mondo. Il che non è molto positivo dal punto di vista dell’Europa. Pensate se Garibaldi fosse andato avanti e indietro, nell’Ottocento, dicendo “Bisogna fare l’Italia perché se no è peggio”. No, bisogna fare l’Italia perché con un’Europa unita saremo più forti.

L’euroscetticismo dilagante, secondo lei, è una condizione quasi naturale dovuta alla struttura stessa o è dovuto ad errori commessi nel processo di costruzione?

L’aumento dell’euroscetticismo è una cosa complessa, ma la cosa importante da rilevare è che non è in un Paese solo: paradossalmente unisce l’Europa in questo momento. Perché è cresciuto l’euroscetticismo? Questo è il problema di cui bisognerebbe parlare e cioè: quali sono i problemi dell’Europa? Sono tanti. Intanto c’è il problema economico: non abbiamo avuto una forte crescita dei salari. Facciamo il paragone dell’Europa tra il 1945 e il 1975 con i trent’anni successivi. Anche se stiamo meglio oggi che nel 1975, ci siamo abituati all’idea di un costante aumento del tenore di vita, al fatto che le giovani generazioni stanno meglio delle precedenti ma non è più cosi: le giovani generazioni quasi certamente dappertutto staranno peggio ed avranno un tasso di disoccupazione più alto. Quando ci sono problemi bisogna dare colpa a qualcuno: si può dare colpa alla globalizzazione, che è una cosa un poco astratta; si può dare la colpa agli immigrati, ce ne sono di più oggi, certo, e meno male che ci sono se no staremmo ancora peggio; si può dare la colpa ai banchieri e quindi al 2007 – 2008. Ci sono vari motivi per trovare un colpevole: nelle situazioni di crisi, la ricerca di un colpevole è molto più forte della ricerca di una soluzione perché la soluzione è più difficile, significherebbe anche colpire posizioni già consolidate. Trovare il colpevole è la risposta più semplice e dunque i partiti politici fanno questo, cercano il colpevole, e naturalmente è facile trovarlo.

A proposito di immigrazione, quello che sta succedendo in Italia oggi è storicamente “normale”, nel senso che nei Paesi che hanno una maggiore esperienza come la Francia e l’Inghilterra, dove gli immigrati sono già alla seconda terza generazione e quindi hanno una integrazione maggiore, hanno, in passato, vissuto un periodo simile a quello che stiamo vivendo noi oggi, oppure è una reazione cavalcata dalla politica ed esasperata quella che vediamo in Italia?

La reazione contro gli immigrati c’è sempre stata però c’era anche una crescita continua, la gente stava meglio. In Inghilterra arrivavano dal Pakistan e dall’India o dalle Indie occidentali, in Francia venivano dal Marocco e dall’Algeria, in Germania dalla Turchia e dall’Africa del Nord. Potevano esserci dei momenti di razzismo, come è accaduto in Inghilterra, ma nel complesso, si cresceva. In Italia l’immigrazione è molto più recente, arriva in un momento in cui ci sono difficoltà economiche abbastanza complesse e forti. Questo, secondo me, spiega un po’perché in Italia il razzismo è più pronunciato e più forte che altrove. Ma non è solo la quantità di persone. I Paesi più razzisti in questo momento sono l’Ungheria e la Polonia dove non ci sono immigrati: il tasso di immigrazione in questi due Paesi è bassissimo ma l’odio verso l’altro è determinato dalla costruzione di una identità ungherese e polacca dopo l’uscita dal sistema sovietico.

Di Anna Maria De Luca

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

Le notizie del sito diregiovani sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «diregiovani.it» e l'indirizzo “ www.diregiovani.it