Prayer: Gandhi, uno dei più abili comunicatori dei nostri tempi

Prayer: Gandhi, uno dei più abili comunicatori dei nostri tempi

L'intervista al docente di Storia e Istituzioni dell'Asia presso l'Università Sapienza di Roma
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ROMA – Oggi ricorre il 72esimo anniversario dalla morte di Mohandas Karamchand Gandhi, il padre spirituale dell’India, ucciso dal fondamentalista indù Nathuram Godse che lo riteneva il colpevole delle concessioni indiane al neonato Pakistan. Gandhi è stato ed è tuttora un personaggio discusso e controverso, per capirne di più abbiamo rivolto alcune domande a Mario Prayer, docente di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università Sapienza di Roma.

Come definirebbe Gandhi?
“Di fronte a una figura così complessa, forse più che dare definizioni sintetiche conviene interrogarsi su quale sia stata, in prospettiva storica, la sua rilevanza. Anche qui, del resto, sono state proposte interpretazioni diverse. Personalmente direi che Gandhi ha testimoniato la valenza creativa, perfino rivoluzionaria, del servizio disinteressato al prossimo. Ai politici, in particolare, ha ricordato l’importanza di promuovere unità e giustizia sociale nel rispetto di valori condivisi”.

Quanto ha pesato l’esperienza sudafricana nel giovane avvocato indiano ancora non pienamente cosciente della condizione dei suoi connazionali?
“È stata fondamentale, come lui stesso ha raccontato nell’autobiografia. Quella notte trascorsa nella stazione ferroviaria di Pietermaritzburg, dopo essere stato espulso, solo perché era indiano, dal vagone di prima classe del treno su cui viaggiava, fu il momento di svolta del suo impegno civile e politico. Da allora si dedicò interamente al recupero della dignità negata alla comunità indiana attraverso una mobilitazione dal basso”.

Da cosa derivava il successo della comunicazione di Gandhi?
“Se leggiamo i discorsi pubblici, così come gli articoli di giornale e le lettere private di Gandhi, ci rendiamo conto, da un lato, di come egli utilizzasse un linguaggio estremamente lucido e affilato, capace di andare alla radice delle questioni affrontate, e dall’altro, di come ogni sua parola si richiamasse a un imperativo etico fondato su valori condivisi con i suoi interlocutori, così che questi erano immediatamente coinvolti nel dialogo. Gandhi comunicava poi anche in modi non verbali: l’abito da contadino filato e tessuto a mano, i digiuni di preghiera e raccoglimento, le lunghe marce a piedi e i viaggi in terza classe, lo sguardo sereno e acuto, il sorriso. Se pensiamo alla grande diversità che caratterizza la società indiana, allora come oggi, dobbiamo riconoscere che Gandhi è stato uno dei più abili comunicatori dei nostri tempi”.

In ‘Ogni giorno un pensiero’ scrive: ‘La lettura dei giornali costituisce un vero problema. Essi non danno la verità. Non ci si perde nulla, non leggendoli’. Però in realtà Gandhi fondò almeno due quotidiani, come si concilia il pensiero e l’azione?
“Gandhi utilizzava tutti i mezzi di comunicazione disponibili, specie quelli più efficaci. L’idea che fosse contrario al progresso tecnologico è basata su un’interpretazione fuorviante della sua critica alla modernità industriale. La sua denuncia della stampa era piuttosto rivolta all’uso che ne veniva fatto da chi aveva a cuore più un interesse politico di parte che non l’espressione della verità e il bene comune”.

In questo senso si sarebbe avvalso della modernità dei mezzi odierni di comunicazione o li avrebbe rifiutati?
“Dobbiamo supporre che se ne sarebbe avvalso, salvo eventualmente denunciarne modalità di utilizzo che ritenesse controproducenti”.

Oggi il satyagraha sarebbe possibile come arma contro il potere nonostante quest’ultimo abbia sviluppato una forma di potere che non prevede, almeno non sempre, una violenza manifesta?
“Il satyagraha per Gandhi era la riaffermazione ostinata della verità, anche a costo della propria vita. La violenza manifesta è solo un aspetto della negazione di quella verità, ma Gandhi ha sempre rammentato che vi sono altri modi assai più subdoli, compresi quelli che noi stessi attuiamo nel nostro animo. Per Gandhi, la verità risiede nel fondo della coscienza, e cercarla richiede un arduo lavoro di introspezione che, in conclusione, ci trasforma nel nostro vivere individuale e sociale. Per questo il satyagraha non è uno strumento o una tecnica di lotta, ma è esso stesso il fine. Nell’era della ‘post-verità’, il satyagraha gandhiano rappresenta una lezione salutare che tutti noi dovremmo sempre tenere a mente”.

Possiamo dire che il successo del ‘Quit India’ sia dipeso da Gandhi, dal Congresso nazionale indiano e di tutto il movimento non violento oppure gli inglesi sarebbero partiti comunque soprattutto dopo la seconda guerra mondiale?
“Se ci riferiamo specificamente alla campagna del Quit India del 1942, fu certamente un’iniziativa di Gandhi e del partito del Congress, ma poiché tutta la leadership venne immediatamente incarcerata, furono gli attivisti locali a portare avanti le iniziative di protesta, spesso anche in uno spirito di confronto violento con il governo coloniale. Il movimento venne represso nel giro di pochi mesi. Quanto poi alle cause che condussero alla fine della dominazione coloniale britannica in Asia Meridionale, gli storici concordano sul fatto che fin dagli anni successivi alla prima Guerra Mondiale si erano innescati processi economici, politici e geo-strategici che avrebbero indotto gli inglesi a rivedere radicalmente la propria posizione in India. Il movimento indipendentista ebbe comunque un ruolo essenziale nel determinare e accelerare tali sviluppi, mentre la seconda Guerra Mondiale rese il ‘trasferimento dei poteri’ non solo ormai inevitabile, ma improcrastinabile. Gandhi ebbe il merito di assicurare alle campagne nazionaliste una dimensione di massa all’inizio degli anni Venti, ma in seguito il suo effettivo impegno in politica lasciò spazio ad altre priorità: la ricostruzione del tessuto sociale ed economico nelle campagne e l’eliminazione dell’intoccabilità. E ricordiamo che Gandhi non volle partecipare alle festose celebrazioni per il raggiungimento dell’indipendenza il 15 agosto 1947, il cui prezzo era stata la Partition”.

Che eredità ci ha lasciato la figura di Gandhi?
“E’ un’eredità complessa e difficile, specie se consideriamo quanto è cambiato il mondo da allora. In questa fase, a livello collettivo, possiamo forse trovare un’attualità in Gandhi nella sua sensibilità verso i più deboli, nella difesa di un rapporto individuale e collettivo virtuoso con l’ambiente, e nel rilancio di quei valori che uniscono gli uomini e li liberano dalle idee preconcette e distruttive”.

C’è una differenza fra l’immagine di Gandhi in India e quella fuori dall’India?
“In Occidente la figura di Gandhi è ancora oggi al centro di un dibattito fra chi vede in lui un santo, e chi un astuto politico, chi un difensore delle masse e chi un amico del grande capitale. Altri hanno evidenziato la sua irriducibile indianità, oppure al contrario la sua universalità basata però su elementi culturali assorbiti dall’Occidente. In India la percezione è stata per molto tempo più inclusiva e sfumata: santo, politico, rivoluzionario, conservatore, occidentale e orientale non sono necessariamente termini incompatibili. Gandhi era per tutti il ‘Mahatma’, un modello e un esempio da seguire in modi diversi secondo la propria inclinazione, ma sempre in un atteggiamento di venerazione e gratitudine. In questi ultimi anni osserviamo invece tre fenomeni, che si alimentano a vicenda. In primo luogo, Gandhi è al centro di una contesa politica fra partiti che vogliono strumentalmente impadronirsi della sua figura carismatica, salvo poi ignorare i contenuti del suo esempio. Al contempo, è in atto una riabilitazione, anch’essa a fini politici, degli assassini di Gandhi e degli ambienti culturali a cui essi appartenevano. Infine, va ormai scomparendo anche l’ultima generazione di testimoni diretti di Gandhi: mentre nuovi interessi tengono occupati altrove i giovani, sembra così avvicinarsi quel giorno in cui, secondo la celebre profezia di Albert Einstein, si sarebbe stentato a credere che “un simil uomo, in carne ed ossa, abbia mai camminato su questa terra”.

 
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