La quarantena come luogo di guarigione psichica: regressione e/onormalizzazione di sintomi clinici

La quarantena come luogo di guarigione psichica: regressione e/o normalizzazione di sintomi clinici

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L’isolamento forzato dovuto all’emergenza che stiamo affrontando sta causando forti ripercussioni e contraccolpi sulla popolazione, anche dal punto di vista psicologico. Se, come prevedibile, stiamo assistendo ad un incremento dell’intensità e della frequenza di sintomi clinici, in particolare nelle situazioni già precedentemente a rischio, è interessante sottolineare come in altre condizioni si possa osservare un andamento decisamente opposto. In alcuni casi sembrerebbe infatti che il periodo di quarantena stia giocando un ruolo di prim’ordine nel miglioramento del quadro sintomatologico, a dimostrazione del fatto che ogni situazione varia da soggetto a soggetto e una categorizzazione totale degli individui e dei meccanismi psichici non è mai possibile.

Se infatti i momenti di crisi possono avere un effetto negativo, bisogna considerare allo stesso tempo che è proprio nelle difficoltà che alcune persone riescono ad attivare la propria capacità di “coping”, attingendo a quelle risorse personali che permettono di far fronte alle situazioni di stress e di superarle mantenendosi integri e in salute. Anche se, come detto, ogni situazione è singola e specifica, ci sono alcuni disturbi e condizioni che più di altri sembrano mostrare cambiamenti positivi per quanto riguarda i sintomi clinici. Innanzitutto alcune situazioni caratterizzate da un disagio legato al confronto con il pregiudizio e lo stigma sociale, in cui determinati comportamenti non appaiono più bizzarri rispetto alla norma.

Ecco dunque che alcuni pazienti ossessivo-compulsivi o ipocondriaci stanno mostrando dei miglioramenti probabilmente dovuti alla “normalizzazione” di quelle condotte che solitamente sono considerate patologiche, ma che in questo momento specifico vengono messe in atto dalla maggior parte della popolazione, come ad esempio la minuziosa e scrupolosa attenzione all’igiene e al forte timore per la propria salute fisica. Discorso simile vale per quei casi contraddistinti da forte ansia causata dal doversi confrontare con le altre persone, come ad esempio la fobia sociale, che porta all’evitamento di determinate situazioni e nei casi più gravi al completo ritiro sociale, come nel caso degli Hikikomori.

Durante questo periodo di reclusione sembrerebbe che questo tipo di pazienti stia sperimentando una diminuzione dell’ansia e una maggiore apertura rispetto al passato, con miglioramento di alcuni sintomi secondari legati ad esempio al sonno o all’alimentazione. L’isolamento pone tutti gli individui nella medesima condizione e questo stato di uguaglianza, unita alla sospensione della dimensione sociale, sembrerebbe offrire a queste persone una maggiore sicurezza e serenità, liberandoli dallo stress causato dall’interazione con il mondo esterno.

Per quanto riguarda i bambini stiamo assistendo in alcune situazioni a manifestazioni di comportamenti regressivi, ma anche a casi in cui sono riscontrabili notevoli miglioramenti dovuti probabilmente al fatto di poter trascorrere molto più tempo assieme ai genitori. È noto infatti come la componente relazionale sia fondamentale per lo sviluppo e per la salute mentale dei bambini.

La condizione attuale ha dunque contribuito a donare ad alcuni bambini una dimensione di maggiore tranquillità, scevra dalla frenesia quotidiana, e la possibilità di condividere una relazione più genuina e costante con i genitori. È necessario specificare che tali andamenti non denotano un assoluto miglioramento né una guarigione, trattandosi di disturbi legati a nuclei profondi di cui i sintomi non sono altro che una manifestazione esterna. Questi casi, però, possono far riflettere ancora di più sull’influenza che la società, troppo spesso basata sulla competizione e sulla prestazione, ha nel rafforzamento e nell’acutizzazione di alcuni disturbi psichici.

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