VIDEO | Mafie, Grasso e Dalla Chiesa a studenti: "Non servono eroi ma impegno quotidiano"

VIDEO | Mafie, Grasso e Dalla Chiesa a studenti: “Non servono eroi ma impegno quotidiano”

Lo speciale di Diregiovani per l'anniversario della strage di capaci
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ROMA – In occasione del 23 maggio diregiovani.it ha  passato il microfono a due studenti: Tommaso Cotellessa e Mercedes Vitali per un’intervista speciale a tutto campo sul fenomeno mafioso a due esperti del calibro di Nando Dalla Chiesa, professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Milano, e Pietro Grasso, senatore della Repubblica italiana ed ex procuratore nazionale antimafia.

GRASSO: UNA GUERRA IMPARI FRA CODICI E TRITOLO

“Ripercorrere con la mente quelle stragi, in cui tanti amici e colleghi sono stati uccisi, significa rivivere quei sentimenti di sgomento, di desolazione, di angoscia, di impotenza, di rabbia e di dolore che ogni volta ho provato in quei momenti – confessa Grasso a Tommaso- Penso al dolore che provai a Palermo dinanzi alle bare di Giovanni prima e di Paolo dopo appena 57 giorni. Il senso d’impotenza era grande perché combattevamo una battaglia impari, noi con le armi della democrazia, dei codici e delle leggi loro con gli esplosivi”.

Lo stesso Grasso è stato più volte in pericolo, una volta si trovò anche nella posizione scomoda di dover indagare su un attentato che la mafia voleva organizzare nei suoi confronti.

“Un giorno fui chiamato per sentire le dichiarazioni di un pentito che si chiamava Gioacchino La Barbera il quale aveva preannunciato un attentato che doveva fare nei confronti di un magistrato a Monreale. Dovevo cercare attraverso il colloquio di scoprire chi era questo magistrato contro cui era stato preparato questo attentato. Era il dicembre del 1993 quando arrivai e mi presentarono a La Barbera questo, nel sentire il mio cognome, si dà una gran manata sulla testa e incomincia a dire ‘è lui, è lui’. Dopodiché gli scatta un meccanismo per cui non voleva più parlare perché aveva davanti la vittima designata per l’attentato. Ovviamente la mia prima reazione fu quella di capire se la minaccia fosse ancora attuale, che cosa avevano organizzato, ma solo dopo parecchio tempo riuscii a convincerlo a raccontarmi i particolari”.

O quella volta a Catania, “ero stato in un ristorante con Giovanni Falcone e per poco non organizzavano una strage anche lì”. O quella volta che “dovevo tornare con Giovanni venerdì il giorno prima della strage a Palermo è solamente per un caso fortuito io riuscì a trovare un aereo per tornare il venerdì mentre lui tornò il sabato successivo, giorno della strage. Questa sensazione- conclude Grasso- mi ha fatto scattare spesso quella che si chiama sindrome del sopravvissuto quasi un senso di colpa che però riesco a superare proprio con la memoria e con l’impegno che ogni giorno profondo nel portare avanti quelle idee”. 

DALLA CHIESA: L’ESPERIENZA DE ‘LA RETE’. IN PARLAMENTO SI PARLA MENO CHE NELLA SOCIETA’

“La scelta di entrare in politica fu presa sull’onda di movimenti civili che erano nati negli anni ’80 contro la mafia – risponde Dalla Chiesa a Mercedes- e a cui avevo partecipato obiettivamente da protagonista perché allora un movimento antimafia non c’era, in quell’esperienza si erano strette molte relazioni e pensammo di entrare in Parlamento, con un movimento chiamato ‘la Rete’. Il nostro obiettivo principale era quello di combattere la mafia visto che i partiti non lo facevano, per loro era una questione marginale o comunque da non affrontare. Entrammo in Parlamento in modo abbastanza avventuroso perché finanziammo la campagna elettorale ipotecando le nostre case, ma fortunatamente ce la facemmo; anche se siamo stati inseguiti per una decina d’anni dal problema di restituire quello che avevamo ottenuto in prestito. Nei primi anni fu un’esperienza bellissima, poi tutto tende a burocratizzarsi. In Parlamento non è che ognuno dice quello che pensa possono parlare pochissime persone che sono decise dal gruppo di appartenenza secondo dei tempi contingentati, si chiama Parlamento, ma alle volte si parla meno che nella società. In certi momenti ho sofferto molto questa condizione soprattutto quando ero al Senato dal 2001 al 2006 ed è per questo che sperimentammo l’esperienza del Teatro dei parlamentari perché ci consentiva di dire più cose di quelle che potevamo dire tra una commissione e l’aula del Senato. La politica- ha concluso- dà in certi momenti la sensazione di essere molto utili mentre in altri momenti sembra di perdere tempo e questa purtroppo è una brutta sensazione. Ecco perché dico di fare molto di più contro la mafia dall’università rispetto a quello che potevo fare all’epoca in Parlamento. Con questo non voglio dire che manchi il mio impegno nella politica, sono stato nel comitato Antimafia di Pisapia per l’Expo e adesso nel comitato regionale Antimafia della Regione Lombardia, gli impegni ci sono, ma parlare del niente non lo accetto più”.

DALLA CHIESA: TEORIA E PRATICA DELL’ANTIMAFIA

“All’Università degli Studi di Milano dove insegno abbiamo 9 corsi su questi argomenti. È un clima bello di una comunità scientifica che si sta formando e il risultato è molto positivo- evidenzia Dalla Chiesa a Mercedes- tenga conto che attualmente in provincia di Milano ci sono tre miei ex studenti allievi, più vari presidenti di commissione antimafia che stanno sperimentando ciò che hanno imparato in università nell’amministrazione pubblica e lo ritengo un fatto di rilievo”.

GRASSO: NON ABBIAMO BISOGNO DI EROI, MA DI ESEMPI

“Non dobbiamo avere bisogno di eroi, perché i supereroi sono persone che hanno poteri soprannaturali che non muoiono mai. Non dobbiamo presentare ai giovani le figure di, per esempio, Falcone e Borsellino come eroi credo sia importante far vedere come fossero persone normali, proprio come noi, certamente dei fuoriclasse, delle persone eccezionali e fuori dal comune, ma persone come noi. Sono figure importanti perché devono fare da esempio, devono essere imitate non devono essere idolatrate e viste come irraggiungibili, non hanno fatto quello che hanno fatto perché avevano poteri speciali, ma perché si sono impegnati ogni giorno nel proprio lavoro per la comunità con un grande spirito di servizio. Non si sono sottratti alle responsabilità anche di fronte alle stragi di mafia, un po’ come tutti quei medici, quegli infermieri, i rider, i lavoratori nei supermercati e tutti coloro che in questo periodo difficile segnato dal Covid 19 non si sono sottratti alle loro responsabilità. Dobbiamo portare avanti il loro esempio- ha concluso Grasso- non coltivare il mito irraggiungibile degli eroi; è importante che tutti i cittadini dicano no alla mafia sottraendole quel consenso che è il ‘brodo di coltura’ dell’organizzazione criminale”. 

GRASSO: COVID-19 OCCASIONE PER LE MAFIE

“La restrizione economica dovuta a questo lockdown rappresenta per le mafie un’occasione per il consolidamento del proprio potere sul territorio- ha detto Grasso rispondendo a una domanda di Tommaso- abbiamo visto come un quartiere popolare come lo Zen di Palermo o a Napoli i mafiosi hanno cominciato a distribuire la spesa cercando di riconsolidare quel consenso che noi abbiamo efficacemente combattuto negli anni. Questa situazione rischia di farci fare dei passi indietro nella lotta alla mafia sotto questo profilo”.

Consenso, ma anche usura e riciclaggio di capitali nell’economia tradizionale. “Ovviamente le mafie hanno una grande disponibilità di liquidi e nel momento in cui le imprese e le famiglie hanno necessità di soldi non c’è dubbio che ci sia il pericolo concreto che la mafia si infiltri ancora di più di quanto non facesse prima nell’economia legale. Le indagini della magistratura e della polizia devono porre particolare attenzione in queste operazioni diversificate nei vari mercati tradizionali per esempio quello alimentare, quello immobiliare o la ristorazione perché c’è il pericolo che acquisiscano migliaia di imprese in stato di dissesto”.

Sempre per il rischio Covid-19 che ha richiesto una forte diminuzione delle presenza in carcere, fra i detenuti posti ai domiciliari, anche centinaia di mafiosi hanno approfittato della situazione.

“Per quanto riguarda le scarcerazioni dei mafiosi- risponde Grasso- penso che ci sia stato un annebbiamento di tante istituzioni perché non è possibile che si sia verificato senza che non ci sia stato una parte di responsabilità di tutti i soggetti. Non c’è dubbio ci fosse la necessità di diluire la presenza nelle carceri anche spingendo i magistrati di sorveglianza a spostare dal carcere ai domiciliari persone non perché fossero malate o non potessero sopportare la detenzione in carcere, ma soltanto per il pericolo che la loro fragilità potesse essere frutto dell’aggravamento da coronavirus. Questo ha spinto i magistrati di sorveglianza a emettere questi provvedimenti, i pubblici ministeri a dare i pareri favorevoli o a non impugnare e quindi si è creata questa situazione assurda. Nonostante ci sia una legge che specifica come non sia permesso ai mafiosi di poter scontare gli ultimi mesi di pena ai domiciliari, come per gli altri detenuti. Questa legge è stata aggirata con il pretesto della malattia, credo che tutta questa situazione sia frutto di panico, di un annebbiamento. Se le istituzioni non lavorano tutte nella stessa direzione e si crea una falla quella falla diventa una voragine e in quella voragine 500 tra mafiosi e narcotrafficanti si sono ritrovati da un giorno all’altro ai domiciliari con la possibilità di poter riallacciare i contatti con la criminalità locale. Ricordiamoci – ha concluso- che la mafia e l’antimafia sono condizionate anche dai simboli e questo non è stato un bel momento e non abbiamo dato l’immagine di uno Stato forte e rigoroso nel contrastare questo fenomeno”. 

DALLA CHIESA: FILM E FICTION SU MAFIE, RAPPRESENTAZIONI FUORI DALLA REALTA’

“Quando sono stato all’Università di Lione c’era una rassegna cinematografica su cinema e giustizia. Avevano fatto vedere la prima puntata della serie Gomorra e durante la discussione ero intervenuto sottolineando come fosse ancora peggiore del film perché non faceva vedere nulla di ciò che c’è all’esterno del mondo mafioso, come se ci fosse il vuoto assoluto. Era tutto camorra, mentre chi ha vissuto in quei territori, chi è andato a fare delle analisi sociologiche, chi ha parlato con i testimoni sa che non è così. Se studi il fenomeno della Camorra come fenomeno chiuso non lo puoi capire, soprattutto vivendo in una società aperta. E’ importante far vedere che ci sono altri mondi possibili, chi può offrirli, è importante sapere che ci sono delle vie di fuga. Io intervenni in quella discussione dicendo che non riconoscevo la Casal di Principe o la Scampia di Napoli nelle esperienze che avevo vissuto; non era soltanto il modo in cui la Camorra veniva presentata era il rapporto tra la Camorra e la società. Ricordo che quando uscì il film Gomorra avevo avuto la stessa sensazione. Uscendo dal film avevo detto a mia moglie che secondo me mancava qualcosa e poi ho capito cosa mancava, mancava un prete, uno studente, un’ insegnante, una giornalista, mancavano quelle persone che qualche anno dopo Gomorra a Casal di Principe hanno fatto eleggere sindaco, con il 66% dei voti, un medico anticamorra. Uno non può dire questa è la realtà, non è vero che è la realtà”. 

IL MESSAGGIO AGLI STUDENTI

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