“Con il burqa non respiro, i nostri compagni non ci difendono”: le parole di una protagonista del #donottouchmyclothes

Intervista a una giovane studentessa afghana che si ribella alle restrizioni imposte dai talebani: "Nessuno dei nostri compagni vuole difenderci"

Di Alessandra Fabbretti

“Do not touch my clothes”, “Non toccate i miei vestiti” è la campagna social che donne afghane da ogni parte del mondo hanno lanciato per opporsi all’obbligo di indossare il burqa imposto dal nuovo governo dei talebani. In Afghanistan esistono almeno 14 gruppi etnici riconosciuti, ma le tradizioni sono molte di più, e così tante ragazze e donne stanno condividendo foto con indosso abiti tipici della loro cultura, dalle fogge variegate e i colori accesi. A completare il tutto, gioielli finemente cesellati e volti truccati, mentre i capelli restano sciolti o acconciati, oppure ordinati sotto veli altrettanto colorati e bordati di ricami. Certamente, l’immagine che viene restituita all’osservatore è molto lontana da quella delle foto che hanno fatto il giro del mondo qualche giorno fa: quelle delle studentesse che hanno preso parte alle celebrazioni per l’insediamento dei talebani all’Università di Kabul, l’11 settembre, costrette in niqab neri, che come i burqa non lasciano intravedere neanche le mani o gli occhi.

“TOGLIE IL RESPIRO”

“Indossare il burqa è terribile, toglie il respiro” accusa Telaya – un nome di fantasia – all’agenzia Dire. Lei ha 20 anni e frequenta l’università di Jalalabad. In questi giorni ha dovuto adeguarsi alle nuove regole annunciate per gli atenei dal ministero della Cultura, che prevedono la creazione di classi specifiche per le donne e l’obbligo di indossare il velo integrale. Attorno a Telaya ora tutto è cambiato. “Non c’è stato neanche bisogno che i talebani venissero all’università a minacciare studenti e professori, è bastato che arrivassero al potere e di colpo il clima intorno a noi è diventato pesante, arretrato, così come è accaduto fuori, per le strade” dice la giovane. “Noi ragazze non osiamo neanche immaginare cosa potrebbero farci se non rispettassimo le loro regole. Nessuno dei nostri compagni, con cui prima ogni giorno studiavamo insieme, ha il coraggio di difenderci”.

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Un post condiviso da Wida (Weed-Ah) (@widakarim)

“QUELLE CHIUSE NEI NIQAB NON SONO AFGHANE, SONO DONNE DEI TALEBANI”

Così, se sui social network le donne stanno cercando di ritagliarsi uno spazio di libertà, tra i corridoi delle università la realtà è un’altra. “Abbiamo paura per la nostra vita” dice Telaya. “In molti hanno rinunciato a frequentare le lezioni ultimamente”. La studentessa cita un altro problema: “Tutti sanno che le università non hanno la capacità di creare classi apposite per noi donne e inoltre in Afghanistan c’è carenza di insegnanti. Tutti quindi temono di perdere la possibilità di studiare e che vengano fatte pressioni sulle famiglie affinché ritirino i figli, e soprattutto le figlie. Ma la nostra società ha bisogno di una generazione di giovani preparati, che possano studiare e lavorare nei vari settori. E questo non esclude le donne”. “Le donne afghane sono colorate e vivaci, Quelle chiuse nel niqab sono le donne dei talebani” ha scritto un giornalista su Twitter, condividendo la foto di una manifestazione di donne a Bamyan, una distesa di colori e volti sorridenti. Preoccupano anche gli annunci dei talebani sulla chiusura di alcuni corsi di studio, giudicati “non conformi con l’islam”. “Di certo elimineranno psicologia, psichiatria, astronomia e geologia” dice Telaya. E probabilmente toccherà anche alla cattedra in Studi di genere fondata per la prima volta dalla professoressa Bahar Jalali, la prima a lanciare l’hashtag #donottouchmyclothes. “I talebani voglio portare a termine un genocidio culturale” ha avvertito la docente, ora residente negli Stati Uniti.

2021-09-17T16:46:17+02:00