Da Mercurio agli asteroidi, Italia e Usa guardano allo spazio

Da Mercurio agli asteroidi, Italia e Usa guardano allo spazio

Lo spazio nasconde ancora tanti misteri. L’unica soluzione per svelarli è continuare ad esplorare. E più si esplora più si capisce perché sia così importante farlo. Il messaggio è chiaro e la fonte da cui arriva è forse la più autorevole in materia. Charles Bolden, 67 anni ad agosto, afroamericano, è a Capo della Nasa. E’ lui ad incontarre la stampa al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca durante un tour europeo per rafforzare i rapporti di collaborazione in materia spaziale. Rapporti molto stretti, specie con il nostro Paese:

E Bolden non nasconde che il futuro dell’esplorazione spaziale è strettamente legato anche al ruolo dei privati e dei loro investimenti. Un esempio è quello della navetta Cygnus, costruita in Italia per l’azienda privata statunitense Orbital e destinata a portare rifornimenti alla Stazione Spaziale. Ma per discutere di tutto questo l’appuntamento è per gennaio prossimo a Washington. Una data da segnare sul calendario, perché è allora che sotto i riflettori finirà il progetto a cui sembra legato il futuro prossimo dell’esplorazione spaziale. Naturalmente stiamo parlando di asteroidi. Gli americani hanno nel mirino la possibilità di intercettare un asteroide, sposatre la sua orbita grazie a un motore elettrico verso la luna e poi, una volta al sicuro, farci atterrare un astronauta. Questo sarebbe il preludio per un futuro atterraggio sul pianeta rosso, Marte.
Intanto, si procede passo passo, e sempre insieme. "Adesso ognuno si fa carico di un pezzo di sistema" chiarisce il Presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese, "mentre prima si aggiungeva qualcosa al lavoro della Nasa, che faceva un po’ tutto. Adesso il progetto per lo spazio è, a tutti gli effetti, collettivo".



Un esempio di questa collaborazione è lo studio dell’atmosfera di Mercurio. Il 20 giugno Bolden e Saggese hanno firmato un accordo su uno strumento che sarà a bordo della missione europea Bepi Colombo. Lo strumento si chiama Strofio ed è uno spettrometro americano messo a punto da un gruppo di ricerca coordinato dall’italiano Stefano Livi e programmato per studiare la composizionedell’esosfera di Mercurio, e, in partciolare, come interagisce con il suolo del pianeta. Strofio è l’acronimo di Start from a Rotating FIeld mass spectrOmeter ed è uno dei cinque sensori che compongono il grande occhio di Bepi Colombo, Serena. Ma la partecipazione italiana non si limita solo all’impegno scientifico. E’ anche industriale, grazie alla Thales Alenia Space. I moduli che raggiungeranno Mercurio, uno dell’Esa e uno dell’agenzia spaziale giapponese, prenderanno il volo a metà 2016 dalla base di Kourou.

Il rifugio alpino che sembra un’astronave
‘Pensare globale, agire locale’ è il mantra che ha guidato la costruzione del nuovo rifugio del Gouter, sul versante francese del Monte Bianco. La struttura è all’avanguardia per design e sostenibilità ambientale: è realizzata con pannelli in fibra per l’isolamento, legno lavorato dagli artigiani della zona e tripli vetri ed è un modello di ecocompatibilità. Il 20% del fabbisogno elettrtico e l’80% di quello termico è coperto dal sistema fotovoltaico e le tecnologie prese in
prestito dalla Marina permettono di recuperare le acque reflue. Il rifugio ultramoderno è a 3.836 metri d’altitudine e, sospeso, su uno sperone di roccia e ghiaccio, sembra proprio un’astronave appena atterrata.

La luna si avvicina e si tinge di rosa
L’appuntamento è per la notte tra sabato 22 e domenica 23. Chi alzerà gli occhi al cielo si troverà di fronte a uno spettacolo impagabile: la Super Luna rosa. Intorno alle sette il nostro satellite si troverà alla distanza minima dalla Terra, che corrisponde a 356.991 chilometri, e sarà visibile in piena illuminazione. Non sarà solo più grande del solito, ma avrà anche un colore particolare, che virerà tutto verso il rosa. Il perigeo, ovverosia il momento di massima vicinanza tra due corpi celesti che orbitano l’uno intorno all’altro, avviene circa una volta l’anno. Il fenomeno sarà visibile ad occhio nudo.

I buchi neri? Di taglia media
Le origini dell’universo hanno ancora tanti aspetti misteriosi da esplorare, ma, passo dopo passo, gli scienziati aggiungono qualche mattoncino in più. L’ultimo riguarda i buchi neri. Il loro numero, infatti, sarebbe stato molto più elevato di quanto ritenuto finora e la loro massa intermedia. Il risultato è stato ottenuto mettendo in relazione le fluttuazioni della radiazione di fondo cosmico nei raggi infrarossi con quelle registrate nei raggi X. A questo lavoro, curato da Nico Cappelluti dell’Inaf, si aggiunge quello di Bin Yue dell’Accademia Cinese delle Scienze, con cui hanno collaborato Ruben Salvaterra dell’INAF-IASF di Milano e Andrea Ferrara, della Scuola Normale Superiore di Pisa. Sono stati loro a fare un passo in avanti nella spiegazione di come questo affollamento primordiale sia stato possibile. Hanno elaborato un modello teorico di formazione ed evoluzione dei buchi neri subito dopo il Big Bang, osservando dai dati della simulazione che la distribuzione e le proprietà della radiazione emessa sono in buon accordo con le osservazioni, sia nell’infrarosso che nei raggi X. La scoperta mostra come nell’Universo primordiale "esista una grande popolazione di buchi neri di massa intermedia formatisi direttamente durante il collasso degli aloni primordiali” spiega Salvaterra. "Molti studi teorici hanno individuato in questi oggetti gli antenati dei buchi neri di grande massa che vediamo splendere come quasar".

I Medici, nobili e rachitici
A ‘parlare’ sono gli scheletri di 9 bambini appartenuti alla nobile famiglia fiorentina dei Medici. A dispetto di quello che si potrebbe pensare soffrivano di rachitismo, una patologia che si accompagna a una vita povera trascorsa in ambienti chiusi e inquinati. Probabilmente i
piccoli nobili l’avevano sviluppata perché fino a due anni si nutrivano con latte materno, povero di vitamina D, e, per preservare la loro pelle candida simbolo di alto lignaggio, non venivano esposti alla luce del sole. Non solo. Venivano vestiti con pesanti drappeggi e le loro mamme pativano il deficit della stessa vitamina a causa del trucco pesante che le ricopriva e delle frequenti gravidanze. L’affascinante scoperta è opera dei ricercatori dell’Università di Pisa, guidati da Gino Fornaciari.

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