Il Sole è da record, eruzione di classe X

Il debutto del 2014 sulla nostra Stella è segnato dalla più violenta eruzione degli ultimi dieci anni. E' un evento spettacolare, che è stato subito classificato con il più alto valore di riferimento registrato nell'ultimo dec

10 Gennaio 2014
Il Sole è in fermento. Il debutto del 2014 sulla nostra Stella è segnato dalla più violenta eruzione degli ultimi dieci anni. A scatenarla è stata una macchia sulla superficie, AR1944 è il suo nome, che interessa un’area di 200.000 chilometri quadrati. Ha fatto la sua comparsa il 2 gennaio con un’espulsione di massa coronale, mentre il 7 gennaio, alle 19.32 ora italiana, sono state registrate dagli strumenti della Nasa due nuove tempeste di classe X, la più alta, e una nuova espulsione di massa coronale in direzione della Terra. E’ un evento spettacolare, che è stato subito classificato con il più alto valore di riferimento registrato nell’ultimo decennio.

– POLVERE DI STELLE
– DATI SCIENTIFICI CERCASI
– LA CONCENTRAZIONE MISURATA DAI GOOGLE GLASS
– IL PIANETA GONFIO

Ma che cos’è un’eruzione solare? Tecnicamente, in astronomia, questo fenomeno viene chiamato anche Brillamento stellare. Si verifica quando una certa quantità di materia erutta, esplodendo dalla fotosfera di una stella. L’eruzione è sempre violenta: basti pensare che l’energia che si sprigiona è equivalente a quella di diverse decine di milioni di bombe atomiche. Quando viene rilasciata si generano onde d’urto che viaggiano lateralmente attraverso la fotosfera e verso l’alto attraverso la cromosfera e la corona. La loro velocità raggiunge i 5.000.000 di chilometri all’ora. Questo si può verificare più volte al giorno, nei periodi di maggiore attività della Stella, o anche una sola volta a settimana quando invece è più quieta. Sulla Terra gli effetti di questo lancio di particelle sono ben visibili, visto che è proprio questo fenomeno il responsabile dell’aurora boreale e di quella australe.


Le radiazioni emesse dalle particelle rivestono un ruolo fondamentale per il futuro delle esplorazioni spaziali, perché costituiscono uno dei principali ostacoli per le missioni umane su Marte. La Nasa ha calendarizzato questa tappa cruciale per la Storia dello spazio per il 2030 almeno, e sono allo studio delle protezioni per gli astronauti. Si parla di scudi, o fisici o magnetici. Tra l’altro proprio in questi giorni la Casa Bianca ha annunciato che l’impegno della Nasa sulla Stazione spaziale internazionale durerà almeno fino al 2024. L’amministratore delegato della Nasa, Charles Bolden, ha voluto sottolineare che la permanenza in orbita sul laboratorio più avanzato mai costruito è fondamentale anche per capire come intervenire sulle radiazioni, così da permettere agli astronauti di atterrare su un asteroide, prima, e sul pianeta rosso, poi.

La gigantesca eruzione solare che ha avuto luogo il 9 gennaio ha destato qualche allarme. Di solito gli effetti dei brillamenti non hanno conseguenze dirette sulla Terra. Ma questa volta il rischio di tempeste geomagnetiche è salito al 60% . La stima è quella elaborata dall’Agenzia americana per l’atmosfera e gli oceani (Noaa), che si è basata sui dati dell’osservatorio solare Soho- Solar and Heliospheric Observatory- della Nasa. L’ipotesi era che lo sciame di particelle emesso in direzione del nostro pianeta potesse provocare appunto delle tempeste geomagnetiche. Questa circostanza si è combinata con la grande probabilità che si verificassero altre eruzioni M, la terza sulla scala, e ulteriori eruzioni di classe X, la più alta e quella a cui appartiene l’eruzione principale. I rischi in questi casi riguardano le telecomunicazioni e la rete elettrica. Ad essere esposte al rischio più altro sono le linee aeree che viaggiano sulle rotte polari: in questi giorni dovranno modificare il loro itinerario. Seguono, poi, i satelliti delle telecomunicazioni che saranno i più esposti alla eruzione solare in corso, perché sono privi dello schermo di protezione offerto dall’atmosfera. Ma c’è anche la possibilità di eventi meno dannosi e più poetici: in corrispondenza dell’eruzione da record si può assistere ad aurore polari spettacolari, mai viste prima. Un’opportunità con cui consolarsi nel caso di blackout.

POLVERE DI STELLE
Molte galassie lontane hanno un aspetto polveroso. Ma perché? Gli scienziati ipotizzano che all’origine di questa loro caratteristica ci siano le esplosioni che determinano la fine delle stelle, trasformandole in supernove. A sostegno di questa ipotesi arrivano le immagini scattate dall’osservatorio Alma, che, per la prima volta, ha catturato i resti di una supernova della nube di Magellano, i quali presentano, con grande densità, una polvere di nuova formazione. L’immagine mostra la zona polverosa al centro, di colore rosso, definita da una zona blu e verde rappresentante l’onda d’urto che si espande nello Spazio. Se la polvere in questione transitasse nello Spazio interstellare si riuscirebbe a spiegare l’aspetto polveroso di molte galassie.

DATI SCIENTIFICI CERCASI
L’allarme lo hanno lanciato i ricercatori canadesi sulla rivista Current Biology. Per ogni anno che passa andrebbe perso il 17% dei dati serviti per elaborare e confermare teorie scientifiche. Addirittura solo il 20% dei dati utilizzati per le scoperte degli anni Novanta sarebbe ancora reperibile. Non solo. E’ anche molto difficile contattare gli scienziati coinvolti negli studi. L’effetto di questa disorganizzazione di fondo e l’assenza di una banca dati trasparente, condivisa e accessibile, può avere effetti devastanti, perché il confronto con i colleghi e il riuso dei dati sono parte fondante della cultura scientifica moderna.

LA CONCENTRAZIONE MISURATA DAI GOOGLE GLASS
Lo studio è di un team della Tufts University di Medford, in Massachusetts, ma i risultati potrebbero implementare le funzioni dei Google Glass. Gli scienziati stanno infatti lavorando su un dispositivo in grado di capire se il nostro cervello è pronto o meno a spendere energie per la concentrazione. Si basa sull’analisi della risposta agli impulsi di luce inviati dal sistema (al ritmo di 12 al secondo) alla corteccia prefrontale, misurando i fotoni riflessi dall’emoglobina ossigenata e deossigenata presente nel sangue. Un software interpreta i segnali e comunica al soggetto il responso: cioè se è bene proseguire nelle attività o se è il caso di prendersi una pausa.

IL PIANETA GONFIO
Il primo esopianeta scovato nel 2014 ha una massa molto simile a quella della nostra Terra, ma appare stranamente gonfio. Questo accade perché ha una spessissima atmosfera che lo rende più grande del 60% rispetto a noi. La scoperta è avvenuta quasi per caso, raccontano gli astronomi, mentre erano alle prese con i dati ottenuti dal telescopio Kepler della Nasa alla ricerca di esolune. Si sono così imbattuti in KOI-314c, che si trova a 200 anni luce da noi e che appare come una Terra calda e gonfia.

2018-06-05T17:28:30+02:00