La voce delle caverne

La voce delle caverne

L’unico osso del corpo umano che non si articola con nessun altro osso si chiama ioide. Si trova dietro la lingua all’altezza della quarta vertebra cerebrale e riesce a rimanere in posizione grazie a diversi muscoli. In tanti non sanno nemmeno come si chiama, eppure è fondamentale per tutti: è grazie allo ioide che riusciamo a parlare. Le nostre parole vengono da lì.

L’eclatante scoperta degli ultimi mesi è che anche l’uomo di Neanderthal ne aveva uno a cui erano ancorati muscoli usati per parlare. Niente grugniti, né versi animaleschi, ma una voce simile alla nostra. Il risultato è arrivato dopo uno studio su un osso di sessantamila anni fa. Un osso delicato, antico, che correva il rischio di disintegrarsi se analizzato con uno studio microscopico. E allora, come fare? Gli antropologi dell’università di Chieti, i primi a studiare l’osso fossile rinvenuto nel sito israeliano di Kebara, hanno chiesto aiuto ai ricercatori del Centro internazionale di fisica teorica di Trieste. Lo hanno chiesto proprio a loro perché dispongono di uno strumento tecnologicamente molto avanzato, il sincrotrone. Il sincrotrone è in grado di osservare la struttura molecolare dell’osso senza romperlo. E’ quindi l’unico modo di indagarne la natura senza comprometterlo. In pratica, grazie al sincrotrone gli scienziati hanno ottenuto un’accurata radiografia a livello cellulare dell’osso, avendo la possibilità di guardare al suo interno da fuori. Tutti i risultati sono stati poi consegnati nelle mani di un team di biomatematici australiani affinché riuscissero a trarne una sorta di mappa. La mappa che gli studiosi cercavano era quella dei muscoli maggiormente utilizzati per emettere suoni, i quali producono un ingrandimento nella parte di osso in cui si inseriscono. Ebbene, alla fine dello studio il sorprendente risultato è stato che la mappa della voce degli uomini oggi è uguale a quella che aveva l’uomo di Neanderthal a cui appartiene l’osso ioide preso in esame.



La scoperta ribalta alcune conoscenze finora date per certe. Innanzitutto dimostra che la specie a cui apparteniamo, quella dell’Homo Sapiens, non è stata la prima ad usare la parola. La parola non è nata con noi, ma esisteva già. Qualche dubbio gli studiosi lo avevano già avuto. Si erano chiesti, per esempio, come fossero possibili delle interazioni sociali così strutturate per gli uomini di Neanderthal se essi non potevano parlare tra loro. Come organizzavano allora le battute di caccia e gli spostamenti? Come si univano? Erano le domande più ricorrenti. Qualche ipotesi riguardo all’articolazione del linguaggio c’era già. Infatti analizzando le arterie meningee all’interno della volta cranica dei Neanderthal era emerso che esistevano delle aree sovrapponibili a quelle che noi utilizziamo per il linguaggio.


Il mistero della comunicazione al tempo dei Neanderthal non è però del tutto risolto. Se è vero che pare certo che parlassero, mancano ancora degli studi che dimostrino che avevano un apparato uditivo altrettanto sviluppato. Gli studiosi stanno vagliano la possibilità di dedicarsi, sempre per mezzo del potente sincrotrone, allo studio anche di altri fossili, stavolta appartenenti all’area della ricezione acustica.

Il quotidiano ‘La Repubblica’ ha intervistato una delle firme dello studio dell’Università di Chieti, pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Plos One. L’entusiasmo di di Luigi Capasso, questo il suo nome, è legato non tanto alla scoperta in sé, quanto alle immense possibilità che si aprono grazie alle nuove tecniche apprese. “Il risultato davvero importante- spiega- è stato capire che abbiamo strumenti e tecnologie per disegnare progetti di ricerca del tutto nuovi”. Da utilizzare, per esempio, per un nuovo, lungimirante progetto: capire se anche l’Homo Erectus fosse in grado di parlare.


BOLT VOLA, MA SOLO SU TITANO
Se Usain Bolt, atleta giamaicano da record, corresse su Titano, potrebbe spiccare il volo. Parola di scienziati, o quasi. La curiosa scoperta è opera di alcuni studenti di Fisica dell’università di Leicester, i quali hanno considerato che, avendo Titano un’atmosfera molto più densa di quella del nostro pianeta e una gravità inferiore, è possibile che un essere umano riesca a decollare. A patto, però, di indossare una tuta alare e di essere veloce. Molto veloce: almeno undici metri in un secondo. Bolt va più veloce, percorrendone 12, 27. Quindi, in teoria, se indossasse una tuta alare e corresse sulla superficie di Titano, volerebbe. La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Physics Special Topics

SETTE OSCAR A ‘GRAVITY’, GLI ASTRONAUTI SI CONGRATULANO
A bordo della Stazione spaziale internazionale (Iss), gli astronauti della NASA Mike Hopkins e Rick Mastracchio, nonché quello dell’agenzia spaziale giapponese JAXA, Koichi Wakata, hanno voluto fare i complimenti al regista, ai produttori e al cast dello spettacolare film ‘Gravity’, che ha fatto incetta di premi alla notte degli Oscar. "Well done!", esclamano gli astronauti nel video girato a bordo della Iss. La pellicola diretta da Alfonso Cuaròn ha vinto l’Oscar per gli straordinari effetti speciali, per la regia, per il sonoro, per il montaggio sonoro, per la fotografia, per il montaggio e per la colonna sonora. In Italia è uscito in dvd e blu ray il 26 febbraio.

PARLARE AI BEBE’ LI RENDE PIU’ INTELLIGENTI
Parlare a un neonato lo farà diventare più intelligente. Lo sostiene uno studio dei ricercatori della Stanford University, che ha seguito gruppi di bambini divisi a seconda di quanto fossero ‘chiacchieroni’ i genitori. Ebbene, è stato dimostrato che quelli più esposti alla conversazione, alla lettura di favole e, in generale, al flusso di parole, accumulassero un vantaggio notevole sui coetanei che avevano passato i primi mesi di vita nel silenzio. La differenza sta nel differente sviluppo di alcune aree del cervello. Quindi parlare a un neonato, anche se lui non può rispondere e sembra impossibile che capisca, è utilissimo. I concetti iniziano a sedimentare nel cervello del bambino e costituiscono un bagaglio molto importante.

LE PIANTE HANNO MEMORIA
Un esperimento realizzato al Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (Linv) dell’Università di Firenze ha dimostrato che le piante sono in grado di memorizzare delle informazioni per 40 giorni. Il team ha sottoposto a diversi stimoli le piante di Mimosa pudica, un arbusto in grado di chiudere le sue foglioline non appena viene toccato e per questo spesso oggetto di studio per capire il meccanismo della risposta. Gli scienziati hanno condotto esperimenti sottoponendo le diverse piante a differenti esposizioni alla luce (dimostrando che quelle meno illuminate ‘risparmiano’ energia e apprendono di più) e a situazioni non pericolose in cui sono state addestrate a non reagire. E ha funzionato.

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