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Ricercatore contagiato da virus dell’HIV modificato in laboratorio. Forse per via aerea

hivROMA – Per la prima volta al mondo, un ricercatore si è infettato con un costrutto, un virus modificato in laboratorio, di HIV.
Sebbene sia stato spesso utilizzato nei film di fantascienza, un caso del genere è senza precedenti nella realtà.
Si tratta della prima volta al mondo di contagio avvenuto in laboratori di massima sicurezza.
Lo scienziato, che si ritiene essere italiano, eseguiva esperimenti di manipolazione del virus HIV, tecniche utilizzate da anni per trovare una soluzione alle malattie genetiche tramite la ricerca di un vettore in grado di rasportare nelle cellule geni o proteine “sane”.
Dicevamo, esperimenti ormai di routine, che predispongono un altissimo livello di sicurezza adeguato alla potenziale pericolosità dei virus che si manipolano.
In questo caso però qualcosa non è andato come doveva.
Il ricercatore ha scoperto di aver contratto lo stesso ceppo di HIV che stava lavarondo.
A sollevare la questione sono gli standard di sicurezza di questi laboratori, dove sono previsti rigidi controlli.
Secondo quanto riportato, sono state rispettate tutte le misure di sicurezza.
Nessun guanto bucato, puntura o contatto diretto con materiali biologici.
Come è successo allora il contagio?
Il problema è che non è stato ancora chiarito come sia potuto succedere.
Per la comunità scientifica il rischio è quello di aver originato un un costrutto di pericolosità immensa, probabilmente trasmissibile per via aerea.
Inoltre, il ricercatore era tenuto a lavorare con “pezzi” di virus di HIV, chiamati virus difettivi che non possono replicarsi e quindi ritenuti innocui.

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Tuttavia il ricercatore si è ritrovato “a lavorare non con pezzi di virus – spiega Carlo Federico Perno, direttore del centro di Tor Vergata – , ma con il virus intero, che aveva dunque capacità di potersi replicare, e lo ha fatto a dismisura. Anche perché è stato inserito in una proteina – che si chiama G-VSV – che funziona come un cavallo di Troia perché può entrare in tutte le cellule, infettandole con il virus che si porta dentro. È probabile che la proteina abbia amplificato le possibilità di contagio che da solo il virus non avrebbe. Tanto che abbiamo ipotizzato il contagio per aerosol, attraverso le mucose, senza incidenti eclatanti. Quindi due incidenti: un virus intero e non pezzi di virus, e un laboratorio forse inadeguato per livello di sicurezza per quel tipo di intervento. Un incidente gravissimo che porterà a rivalutare le procedure così come sono state eseguite finora e a rivedere le regole di sicurezza dei laboratori di tutto il mondo”.

Si è verificato quindi un errore fatale.
Per lavorare con un virus intero il laboratorio non era adeguato, ma bisognava predisporre un livello di sicurezza maggiore.
Secondo Andrea Gori -direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale San Gerardo, università di Milano Bicocca, centro avanzato di terapia per l’Aids- il contagio è avvenuto a livello respiratorio.

“Il ricercatore si è rivolto a noi nel 2012 – spiega Gori- e all’inizio la capacità di replicazione del virus era bassa. Ma poi si è adattato ed è diventato più aggressivo, cambiando la sua struttura molecolare, tanto che adesso si è resa necessaria la terapia”.