Ritorno a Macinaggio

Pietro Tinnirello
ICS Giotto-Cipolla – Palermo

La nave salpò e io con lei. A Macinaggio ci arrivai cinque anni dopo, in effetti di domenica…ma dopo un’interminabile serie di peripezie. La mia vita è stata costellata di eventi funesti, sin da quando, appena compiuti 3 anni, persi entrambi i miei genitori a causa della peste nera. Fui affidata allora, con mio fratello Giovanni, alla tutela di mio zio Gian Luigi Fieschi, da sempre impegnato a tessere fittissimi rapporti commerciali e politici tra Genova e i francesi. Sono comunque cresciuta in un’ambiente ricco di stimoli culturali, grazie anche agli studi compiuti all’ interno della biblioteca di famiglia e mio zio di certo favorì questa mia inclinazione alle arti letterarie affiancandomi un tutore. Fino all’età di 10 anni la mia vita si svolse all’ interno del palazzo e le mie uniche uscite successivamente si compivano essenzialmente la domenica e le feste comandate per recarmi alla vicina chiesa, così come tutte le rampolle delle famiglie nobiliari genovesi. Ero comunque disinteressata a ciò che avveniva attorno a me e sicuramente l’amore non faceva parte delle discussioni con le mie coetanee. Di certo mi piaceva indossare i bellissimi vestiti che mio zio mi regalava e provavo un certo piacere a farmi notare dalle mie amiche. I broccati orientali coloratissimi, tagliati magistralmente dai sarti, prendevano forma di corpetti e vesti che di certo non passavano inosservati. I capelli erano raccolti in una lunghissima treccia raccolta in una spirale tenuta assieme da bacchette d’osso e arricchite da freschi boccioli di fiori, che a seconda del periodo potevano essere rose, violette o gelsomini. Ogni tanto eravamo invitati a matrimoni di ragazze poco più che adolescenti e soprattutto poco consapevoli della piega che la loro vita stava prendendo. Non mi pensavo di certo nei loro panni, d’altronde sono sempre stata uno spirito indipendente.
Avevo maturato l’idea che il mio destino fosse all’interno di un convento e l’idea di prendere i voti era cresciuta via via dentro di me come una valida e tranquilla alternativa di vita. Non mi immaginavo proprio all’altare a sposare un “illustrissimo” sconosciuto ed alimentare le genealogie future di questa o quella famiglia. Così mi ritrovai ai primi rintocchi di mezzogiorno sul ponte di una caracca stracolma di merci, accompagnata da una ancella. Il sole illuminava il porto di Genova riscaldando con un tepore quasi estivo. Il mare era calmo ed invitava a prendere il largo ed infatti tutto il golfo era pieno di imbarcazioni all’ancora. Man mano che la nave s’allontanava rivedevo i luoghi della mia infanzia in lontananza e le scure alture che circondavano la città sembravano risplendere di un rigoglioso verde che dentro di me faceva risalire la nostalgia perché avvertivo che non avrei più rivisto questi luoghi per il resto della mia vita. Se penso a quante volte ho cercato di sgattaiolare per i vicoli della città antica e ogni volta venivo puntualmente ripresa dal mio tutore! Ciò che mi rimane è il profumo di mare delle giornate di libeccio che risaliva, caldo e avvolgente, dai vicoli che si originavano dal porto.
Alle prime ore del pomeriggio un lieve vento di maestrale divenne più intenso e i contorni dei monti all’orizzonte scomparirono improvvisamente. Scure nubi si addensarono in maestosi cumuli che di lì a qualche minuto si trasformarono in accecanti lampi e roboanti tuoni. Vista la situazione il comandante decise di cambiare direzione in modo da aggirare la tempesta comportando di conseguenza un allungamento dei tempi di tragitto. Dopo una notte agitata riuscii solo in mattinata a prendere sonno, abbandonandomi ai pensieri sulla mia nuova vita. Mi svegliai solo perché la mia ancella aveva preparato un pranzo con ciò che i marinai le avevano dato. Il sole era già alto e feci in tempo a mettere giù i piedi dalla branda che si udì un tonfo sordo tipico di una palla di cannone. La nave era sotto attacco da parte dei corsari saraceni e i marinai si affrettarono a prendere le spade per fronteggiare l’assalto della galea corsara. Con grande velocità e maestria agganciarono la nostra nave e in men che non si dica l’equipaggio fu sopraffatto dall’orda berbera, superiore per numero e per armamento.
La nostra porta fu scardinata facilmente con un calcio e degli individui scuri, sudici e mezzi nudi brandenti scintillanti scimitarre ci spinsero fuori sul ponte violentemente. La mia ancella cadde tramortita e con grande sgomento si accorse di essere inciampata nel cadavere del comandante. Cercai di sollevarla, ma le mani imbrattate di sangue non mi garantirono una buona presa e quindi ricaddi nuovamente a terra. Dalla prua della nave allora vidi per la prima volta colui che avrebbe segnato la mia vita di lì fino ad oggi. Era un uomo stranamente chiaro di carnagione e portava una lunga barba rossa. Tutti i suoi uomini si rivolgevano a lui chiamandolo “Ra’is” e si vedeva che ne avevano timore perché non osavano guardarlo negli occhi. Da quel momento non saremmo stati più padroni delle nostre vite. In fondo, pensai, io non lo sono stata mai e qualcun’altro aveva deciso già il mio futuro.
Fummo divisi in due gruppi ed io e la mia ancella rimanemmo nella caracca assieme a una parte dell’equipaggio genovese, al “Ra’is” e a una quindicina di mori armati fino ai denti. L’altro gruppo fu spostato sulla galea corsara e per un lungo tratto di mare le navi navigarono insieme. Due giorni dopo l’altra nave si allontanò gradualmente fino a scomparire del tutto mentre la vita a bordo diventava sempre più dura, vessati come eravamo dai corsari. Un giorno la mia ancella scese nelle cabine per cercarmi un pettine ma dopo un po’ sentii delle grida cantilenanti e minacciose. Di colpo balzai e mi fiondai là sotto e lanciai un sacco di patate verso gli energumeni che impauriti si ritrassero indietro ma uno di loro mi prese le braccia e stava per picchiarmi quando una risata profonda e tonante fermò l’impeto dell’uomo. Il Rais si pose davanti a lui e disse: “se con un sacco di patate avete respinto la mia ciurma, non oso pensare quello che potete fare con le spade”. “Allora conosce pure la mia lingua” dissi io guardandolo sbalordita. “Beh, e vedo che comunque lei non ha timore delle conseguenze delle sue azioni. Ritengo chiusa la faccenda e la prossima volta chieda direttamente a me i suoi bisogni”. Mi fissò con aria paternale e da quel giorno capitò sempre più spesso di intrattenermi a parlare con quell’uomo discutendo dei più svariati argomenti. Notavo dai suoi occhi che cresceva il suo interesse nei miei confronti.
Arrivati ad Algeri, dopo circa tre settimane di viaggio, infatti non mi fece fare la stessa strada che toccò agli altri malcapitati ovvero il suk. Di lì gli uomini venivano venduti come equipaggio nelle galee corsare mentre le donne finivano negli harem come cortigiane. Mi portò nel suo palazzo e mi iniziò alle tecniche di combattimento con la spada e in breve tempo diventai davvero brava a tal punto di riuscire a disarmarlo in più di un’occasione. M’insegnò l’arabo e il francese e quando ritenne che ero pronta volle portarmi con lui nelle sue successive scorrerie, non prima di avermi tagliato i capelli e conciata come un maschio per passare inosservata agli occhi del resto della ciurma. Mi accorsi che, stranamente, provavo un certo gusto durante gli assalti alle altre navi e le depredazioni delle coste, ma cercavo contemporaneamente di esternare il meno possibile le mie emozioni fino a quando non tornavamo ad Algeri. Toccammo ogni porto sia delle coste occidentali che orientali del Mediterraneo ed ogni volta provavo la stessa eccitazione. Sentivo che forse, mio malgrado, avevo trovato la mia vera indole e che se davvero esisteva la libertà, quello sicuramente ne era un assaggio. Così passarono gli anni fino a questi giorni in cui stiamo navigando lungo le coste della Corsica a razziare le popolazioni locali. Non ho potuto fare a meno di chiedere agli abitanti dei borghi “visitati” se avevano notizie della mia città e con certa sorpresa ho appreso che i francesi erano entrati a Genova. Chissà che felicità avrà provato mio zio a vedere avverati i suoi piani, ma a che prezzo? La città aveva perso il suo orgoglio e la sua autonomia.
Un grido richiama la mia attenzione: “All’assalto di Macinaggio”. “Andiamo” grido.

Pietro Tinnirello
II A ICS Giotto-Cipolla
Palermo

IC GIOTTO CIPOLLA