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EDUCA, il racconto della prima giornata del festival

ROMA- Tante le iniziative organizzate nella prima giornata di Educa, il Festival dell’Educazione in corso a Rovereto. La tre giorni, iniziata ieri, è dedicata al tema “Libertà e Regole” ed ha visto la partecipazione di tanti studenti di diverse età.

Ecco di seguito il racconto di alcune degli incontri realizzati.

LA REGOLA: AUTOIMPOSIZIONE O RICONOSCIMENTO?

Un confronto tra posizioni nel dialogo organizzato dalle cooperative sociali di Con.Solida tra il professor Raffaele Mantegazza, dell’Università di Milano Bicocca e l’ex Magistrato Gherardo Colombo. Per il primo solo limitandosi e riconoscendo la sottomissione in senso positivo si può essere liberi, per il secondo l’imposizione porta alla sudditanza e la democrazia non può funzionare se i cittadini non si riconoscono nelle regole.

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“Una regola limita, crea un obbligo, sia che si tratti di una norma giuridica, civile o di una morale. La regola, che di per sé crea un’imposizione, è da considerarsi sempre pedagogicamente positiva. Negarlo porta ad un contesto in cui sono accettate solo le regole che piacciono!”. Questo il pensiero di Raffaele Mantegazza, docente dell’Università Bicocca di Milano e fondatore del progetto di Pedagogia della resistenza.

Di tutt’altro avviso Gherardo Colombo, secondo il quale l’imposizione porta inevitabilmente all’implosione ed alla trasgressione. “Se voglio avere buone relazioni – ha affermato l’ex magistrato – devo potermi conoscere e riconoscere negli altri e la regola deve essere lo strumento per arrivare allo scopo.”

Mantegazza ha descritto come sia cresciuta la sofferenza di educatori, insegnanti e di chi lavora nel contesto sociale a causa della percezione che il proprio operato non porti risultati. Ciò deriva dall’eclisse della dimensione politica intesa come società civile.

Secondo Gherardo Colombo, invece, l’imposizione non viene capita e educare significa aiutare a trovare una strada comune. L’imposizione porta alla sudditanza e la democrazia in questo caso non può funzionare. La giustizia infatti non può procedere se i cittadini non si riconoscono nelle regole, che devono essere volute e considerate cornice di un quadro più ampio.

BUSCAGLIA E SANDERS

Il coach e l’esterno bianconeri sono intervenuti all’evento dal titolo “Sport – Allenarsi alla vita”.

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Storie di sport che allenano alla vita. Come quella di Jamarr Sanders, da due anni giocatore di riferimento della Dolomiti Energia Basket Trentino il cui futuro, in una travagliata gioventù trascorsa nei quartieri problematici di una città dell’Alabama, venne salvato dalle insidie della strada dalla viscerale passione per il basket. Storie di regole in grado di regalare libertà di espressione ai propri giocatori. Come quelle che ogni giorno Maurizio Buscaglia, allenatore alla decima stagione sulla panchina della Dolomiti Energia Trentino, trasmette ai suoi atleti per far eseguire loro quello spartito comune, su cui poi innestare gli assoli dei singoli talenti individuali, destinati a rendere il gioco delle sue squadre tanto efficace (Trento è passata negli ultimi due anni dal vincere la LegaDue, all’esordire con un quarto posto da record in Serie A, al giocare una semifinale di Eurocup perdendola di soli due punti) quanto bello (come testimoniano i riconoscimenti arrivati a Buscaglia come allenatore dell’anno di LegaDue nel 2014, di Serie A nel 2015, e di Eurocup nel 2016).

IL MONDO SALVATO DAI RAGAZZINI?

A questo interrogativo ha provato a rispondere la filosofa Francesca Rigotti ospite di EDUCA grazie alla collaborazione con i progetto Utopia 500/ cercando una società più giusta della casa editrice Il Margine e della Provincia autonoma di Trento. Un excursus filosofico – da Socrate ad Agostino fino Hannah Arendt – ma anche un affondo critico sull’attualità per dire che sulle spalle delle nuove generazioni si pone un tremendo carico di responsabilità fin dalla tenera età.

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Francesca Rigotti, docente dell’Università della Svizzera italiana critica gli adulti di oggi che da un lato non si definiscono più come “figli di” ma come “padri e madri di”, dall’altro chiedono ai ragazzini di salvare il mondo. Cosa quest’ultima che non potrà accadere anche perché “noi li educheremo subito, fin da piccolissimi, al rispetto delle regole, della legalità e di ogni cosa, mentre contemporaneamente e perversamente provvederemo a infantilizzarli più possibile.”

E come esempio, Rigotti, affonda le mani nella cronaca: il caso Regeni.
“Certo un’infamia svoltasi non a caso in uno stato non di
diritto, l’Egitto, che nella classifica dell’Indice di Corruzione sta all’88° posto. Spero anch’io come tutti che sia fatta chiarezza e mi associo alla condanna, qualche esitazione ce l’ho invece nel chiedere l’embargo turistico verso l’Egitto perché non credo nell’equazione che dice “il comportamento del governo di un paese corrisponde a quello dei suoi abitanti’ rendendo responsabili del delitto tutti gli egiziani. Non lo credo perché non mi sono mai sentita corresponsabile ieri delle prese di posizione di Berlusconi né oggi di quelle di Renzi” ha affermato Rigotti.

Nel corso del suo intervento ha poi aggiunto: “Non voglio associarmi al coro di coloro che lamentano, sul piano educativo, l’alleanza genitori-figli che ha sostituito quella genitori-insegnanti e che si rivela perniciosissima nei confronti degli scolari e degli studenti; non perché non lo condivida ma perché vorrei puntare l’occhio su un’altra conseguenza dello sguardo che si volge al nuovo e al figlio e si deposita sulla discendenza. Mi riferisco al fatto che per tutti i problemi di malaffare, per tutto ciò che riguarda l’inquinamento del pianeta e tutte le forme di prevenzione dei malanni del mondo, dalla mafia all’obesità, la soluzione proposta è una sola: educare le giovani generazioni. E così, invece delle regole della grammatica e dell’analisi logica si insegnano legalità e alimentazione biologica; invece delle tabelline e delle poesie a memoria (che orrore!), educazione stradale e rispetto delle regole del vivere civile”.

L’ESPERIENZA DEI LIBRI VIVENTI

L’incontro, organizzato dalla Fondazione Franco Demarchi, “Dal carcere la biblioteca vivente”, è stato un momento di dialogo con Ulderico Maggi e Francesca Rapanà per promuovere uno strumento che aiuta a superare stereotipi e preconcetti. Ospite anche il “libro vivente” detenuto nel carcere di Bollate, Julian Dosti: “raccontare la mia storia mi aiuta a liberare la mia anima di un peso, mi aiuta a crescere, a diventare più responsabile, ma soprattutto mi permette di condividere il mio dolore con il lettore. Nel momento di relazione non sono più una matricola, un numero come sono in carcere, ma sono una persona”.

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Un pubblico particolarmente attento ha ascoltato Ulderico Maggi, formatore e consulente pedagogico esperto sui temi di pedagogia interculturale, raccontare l’esperienza dei Libri Viventi, uno strumento educativo e sociale, efficace in tutte le situazioni in cui ci sono pregiudizi, stereotipi e situazioni di esclusione sociale, come quella del carcere raccontato oggi.

Francesca Rapanà, ricercatrice in scienze cognitive e della formazione che collabora con un’associazione che opera all’interno del carcere di Padova, ha ribadito come la pena, per legge, debba tendere alla rieducazione del detenuto per suo un graduale reinserimento sociale. Per fare questo è necessario attivare progetti basati sostanzialmente sulle relazioni umane, come il dispositivo pedagogico dei Libri Viventi, un metodo per promuovere il dialogo, ridurre i pregiudizi e favorire la comprensione.

All’incontro è intervenuto Julian Dosti, nato in Albania e attualmente detenuto nel carcere di Bollate, dove si è diplomato e dove si sta per laureare in filosofia. Ha riportato la sua esperienza all’interno del carcere, difficile soprattutto per la convivenza con regole che non sono scritte. “Il carcere alza un muro che non permette il confronto con l’esterno dove è presente il pregiudizio” racconta Julian Dosti.

TEMPO LIBERATO, TEMPO REGOLATO

L’organizzazione del lavoro, dei servizi (dagli asili nido a quelli della mobilità), ma anche degli spazi influenzano in modo spesso determinante la scelta di diventare genitori. L’Agenzia per la Famiglia ha portato al festival EDUCA racconti di vita, politiche e strumenti e nuove tecnologie in aiuto alle famiglie nella società odierna.

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La narrazione di storie di vita – alcune difficili, altre possibili – è stata il punto di partenza nel seminario organizzato dall’Agenzia per la Famiglia, natalità e politiche giovanili della Provincia autonoma di Trento, per un’’analisi di politiche e strumenti di sostegno alla famiglia, si è tentato di capire quali siano le condizioni per una società culturalmente e concretamente capace di accogliere e sostenere il desiderio di maternità e paternità.

“Libertà e regole, tema di questa edizione di EDUCA – ha affermato Luciano Malfer – è sfidante: dentro queste due parole vi sono due dimensioni importanti che condizionano la vita delle famiglie e rispetto alle quali giocano un ruolo decisivo le politiche di conciliazione vita-lavoro. Fino a che punto il sistema permette la libertà di una coppia di costruire una famiglia? come è possibile farlo in un contesto liquido e con scenari e priorità cambiati? La famiglia è in continua evoluzione e occorre dare strumenti ai giovani per offrire la possibilità di immaginare e realizzare un progetto di vita. E’ una sfida nella sfida: armonizzare i tempi di vita-lavoro non è un’”azione sociale” che l’azienda fa verso i suoi dipendenti, ma è una politica di crescita e di benessere organizzativo che può creare un sistema di opportunità economiche immenso”.