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Il referendum del 17 aprile è fallito, facciamo il punto su cosa è successo

referendum

Volete voi che sia abrogato l’art.6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art.1 della legge 28 dicembre 2015, n.208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato”, limitatamente alle seguenti parole:”per la durata di vita utile al giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale?

Recitava così il quesito referendario sulle trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa, votato domenica dopo settimane di discussione e che alla fine non ha riservato nessuna sorpresa finale, infatti il quorum non è stato raggiunto, missione quasi impossibile, attestandosi al 31,18%, nonostante il SI abbia raggiunto l’85,85% e il NO solo il 14,15%.

referendum trivelle (2)

In Italia l’affluenza nelle 61562 sezioni è arrivata al 32,16%, mentre nelle 1377 sezioni estere il dato scende al 19,73%, la maggioranza di chi è andato a votare nei seggi nazionali ha votato SI per l’86,44% mentre per il NO il 13,56%. Stesso risultato, diverse percentuali per le sedi estere che vedono il SI vincere con il 73,18%, ma con il NO che si attesta al 26,82%, raccogliendo quasi il doppio dei voti a livello nazionale.

Il fallimento del referendum permetterà alle compagnie petrolifere di continuare a estrarre gas o petrolio fino all’esaurimento completo del giacimento con il rischio che le compagnie titolari di licenze possano anche raddoppiare le piattaforme legate alle concessioni loro assegnate.

La lettura del dato nazionale sottolinea due aspetti: il primo è che a differenza di quanto si potesse pensare le regioni del Nord non hanno snobbato il referendum ed anzi, in alcune regioni del nord l’affluenza è stata maggiore rispetto al dato fatto registrare in alcune di quelle regioni del Sud che avevano proposto il quesito referendario. In Lombardia, ad esempio, la partecipazione ha raggiunto il 30,47% e in Val d’Aosta la percentuali di votanti ha raggiunto il 34,02%, un dato ben più consistente del 26,69% fatto registrare in Calabria. D’altronde fra le 9 regioni che avevano proposto il referendum (Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise; Puglia, Sardegna e Veneto) solo in Basilicata è stato raggiunto il quorum, 50,32% con il Sì ha trionfato con il 96,24%.

In queste settimane i tre partiti: quello del NO, quello del SI e quello degli ASTENUTI, si sono battuti senza esclusione di colpi e se i sostenitori del NO hanno sottolineato come il referendum fosse più una manovra politica che un movimento in difesa dell’ambiente, i favorevoli al Sì hanno tentato di sottolineare l’importanza di un cambio di rotta rispetto ai combustibili fossili oltre ai “regali” che il governo sta concedendo alle compagnie petrolifere, gli astensionisti hanno rivendicato il diritto a non partecipare all’abrogazione dell’articolo 6.


Le ragioni del SI

La vittoria del Sì non avrebbe permesso alle compagnie petrolifere di sfruttare i giacimenti dopo la scadenza delle concessioni entro le 12 miglia, un impedimento che non avrebbe comunque interessato le trivellazioni sulla terraferma e a quelle che si trovano oltre le 12 miglia.

“Se vince il Sì andiamo a stoppare per il futuro la possibilità di estrarre gas e petrolio senza limite. Questo contravviene anche al diritto europeo perchè è contrario alle leggi sulla libera concorrenza.

L’Italia sta seguendo una direzione antistorica, disincentivando le rinnovabili, al contrario di altri paesi evoluti come la Germania.(…) L’Italia in maniera incomprensibile sta dando 15 miliardi di incentivi diretti e indiretti alle fossili.(…) Con un investimento sulle energie rinnovabili di un milione di euro, si creerebbero 17mila posti di lavoro e si farebbe del bene al clima del paese e alla salute dei cittadini. Per quanto riguarda le royalties inoltre, il petrolio italiano non è veramente italiano, ma appartiene alle compagnie petrolifere, che pagano all’Italia delle royalties bassissime, di conseguenza si tratta di un vero e proprio esproprio.”


Roberta Radich, Coordinamento nazionale No Triv

Le piattaforme presenti entro le 12 miglia sono 92, di cui 48 eroganti, di queste 39 estraggono gas e 9 petrolio, solo l’8,7% del petrolio estratto in Italia è in mare, su 107 concessioni autorizzate, 84 sono su terraferma e 23 sul fondale marino. Le regioni in cui sono presenti pozzi a terra sono l’Emilia Romagna, il Lazio, la Toscana e la Basilicata, dove viene estratto il 70% del petrolio nazionale.

Se il referendum fosse passato avremmo rinunciato al 17,6% della produzione nazionale di gas, pari al 2,1% dei consumi nazionali nel 2014, e al 9,1% della produzione nazionale di petrolio, pari allo 0,8% dei consumi nel 2014. Una “rinuncia” che non avrebbe comportato alcun blackout energetico e che forse avrebbe potuto essere interpretato dal governo come un monito per iniziare ad investire sulle rinnovabili.

La ricchezza prodotta dai giacimenti è risicata visto che le royalties che le compagnie sono costrette a pagare allo Stato rappresentano il 7% del valore di quanto estratto.

Il referendum non ha raggiunto il quorum e le concessioni saranno valide fino alla loro scadenza, e questo anche se avesse vinto il Sì, d’altronde una sola scade fra due anni, cinque fra cinque anni e tutte le altre fra 10-20 anni; nessun posto di lavoro si sarebbe perso fino a quella data, con tutto il tempo per organizzare alternative valide.

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Le ragione del No

“A tutti sta a cuore l’ambiente, tutti sono interessati a ricercare e sfruttare la via più efficace ed ecosostenibile in termini di soddisfazione del fabbisogno energetico, tutti, soprattutto in un paese come l’Italia riconoscono un posto di primaria importanza alla difesa dell’ecosistema, della fauna e della flora marina e naturalmente del paesaggio. Quindi in primo luogo bisogna chiarire che non si tratta affatto di un guerra tra cinici capitalisti e onesti francescani amanti e rispettosi della natura. Questo è un inganno mediatico, si tratta invece di giudicare tra due strade possibili, quale sia la migliore. Per quanto a detta del sì, il voto a favore della non rinnovabilità delle concessioni ha un grosso valore simbolico perché darebbe un segnale al governo nell’incentivare la produzione di energia da fonti rinnovabili, noi crediamo che sia una soluzione stupida perché quelle risorse energetiche sono lì, ci sono, e nel rispetto delle normative vigenti sulla tutela dell’ambiente, per ora, vanno sfruttate.”


Simone Tropea, comitato ‘Ottimisti e razionali’

‘Ottimisti e razionali’ è il nome del comitato per il No presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato del Partito Comunista, e, fra gli altri, Chicco Testa, Presidente di Assoelettrica, che hanno posto 4 ragioni per votare contro l’abrogazione dell’articolo 6:

1- La questione energetica: Rinunciare alle trivellazioni entro le 12 miglia significa dover importare queste materie prime dall’estero, in particolare da Egitto e Libano che perforano ugualmente i fondali del Mediterraneo;

2- La questione ambientale: Le piattaforme non inquinano, nulla viene scaricato in mare e tutto il pescato viene sottoposto a controlli da parte delle Asl prima di essere commercializzato;

3- La questione sociale occupazionale: Le stime fornite da Isfol sull’intero settore di estrazione petrolio e gas in Italia parlano di circa 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Un numero che sale a 29mila se si sommano anche tutti i lavoratori dell’indotto;

4- La questione politica: Il referendum è lo strumento sbagliato per chiedere al governo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili.


Le ragioni dell’Astensionismo

La Costituzione prevede che la non partecipazione della maggioranza degli aventi diritti al voto è causa di nullità, l’astensionismo è un modo di esprimersi sull’iniziativa referendaria.