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AFRICA, TUKO PAMOJA: CASA DOLCE CASA

Africa, Kenya, Nairobi: Riflettendo sulle differenze, le mura della mia casa, mi sono sembrate così solide, mai d’ostacolo alla consapevolezza, mai d’intralcio al bisogno di conoscere. Se domandare è lecito, guardate questo mondo, guardate queste case. DSC01242 copia

Ogni slum è un variopinto e frastagliato piccolo mondo, costituito da un numero impreciso di baracche, ognuna diversa.

Percorrendone le strade ci si rende conto che nella tradizione e nell’immaginazione dei suoi abitanti non esiste il concetto di spazio separato, differenziato, diviso. Non c’è una siepe, una staccionata, un recinto, una rete, un fossato o un qualunque tipo di confine, perché nessuna delle persone che si trova in quell’area può dirsi proprietaria della terra, si è tutti uguali, tutti allo stesso livello di povertà e precarietà. Lo spazio è unico, comune, aperto e perfino trasparente. Davvero lontano dal nostro concetto di abitazione, quasi disegnato dall’immagine di una porta chiusa a chiave, per tenere al sicuro quanto vi è dentro, e per tenere fuori, quanto dentro non vi deve essere.

Nelle baraccopoli, sorgono vari tipi di abitazioni, che cambiano a seconda dello slum, a seconda dei propri abitanti, a seconda di ciò che si riesce a raccattare per strada, la caratteristica più spaventosamente marcata delle baracche africane è il sovrannumero di persone che abitano in spazi davvero esigui. In spazi per intenderci, della grandezza di un bagno delle nostre splendide case italiane, possono abitare anche dalle 5 alle 10 persone.

Le “case” dei più sfortunati sono fatte di fango e rami che servono a tenere insieme quelle mura friabili. Queste baracche sono comuni negli slum più lontani dalla città, che sorgono quasi per caso negli immensi spazi rurali che caratterizzano il continente nero.

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In queste terre, il più delle volte, l’affitto si paga ai masai, ma cosa implica concretamente? I Masai costituiscono una delle tribù dominanti del Kenya, caratterizzata ancora oggi da una strana forma di nomadismo. Quando affittano le proprie terre, non rilasciano alcun tipo di contratto, non stabiliscono tempestivamente quale sia il giorno del pagamento, e soprattutto, si riservano il diritto di riprendersi la terra a loro piacimento. La precarietà delle persone che vivono su questi terreni è indescrivibile, non passa nemmeno per gli occhi di Lulu, che ci ha accolti nella sua casa, appoggiata tra 2 alberi, sul dorso di una collina di terra rossa piuttosto scoscesa, nella baraccopoli di Gataka.

Per i meno sfortunati la “casa” è uno spazio di un paio di metri quadrati, delimitato da lamiere, il tetto è bucherellato e rattoppato, creato con ciò che si trova tra i rifiuti, il pavimento è lo stesso della strada, è terra polverosa, mista a ogni sorta di rifiuto.

La prima baracca che mi ha accolta, nello slum di Bangladesh, non potrei dimenticarla neanche se volessi: 1 metro quadrato di buia disperazione, con un acre odore di alcol misto a escrementi, appena si è spostata la tenda e quell’uomo ci ha sorriso invitandoci ad entrare, dicendoci quasi susssurrando “karibu” benvenuti, non volevo fare un passo, non volevo entrare, non volevo che la tenda ritornasse al suo posto privandoci dell’unica fonte di luce. Ma l’ospitalità, è un dono di Dio, è davvero impossibile rifiutare: in queste realtà, se qualcuno vuole condividere con te, che rimani sempre e solo un “muzungu”, la sua “casa”, tu devi esserne felice ed entrarvi in punta di piedi.

All’interno della baracca c’è solo un tavolo, due sedie bucate e un piccolo letto sfondato, sul quale dormono Wanda e Monica con il loro papà. Ci racconta di lui, non è facile ascoltare, perchè oltre alla sua voce, molto bassa e molto stanca, io non riesco a smettere di guardarmi intorno. Non riesco a pensare che quella sia una casa, che qualcuno possa abitarci. Quell’ uomo, paga ogni mese un affitto di circa 1500 scellini. Paga per quel lotto di terra sul quale ha appoggiato due lamiere coperte da un lenzuolo di plastica a fare da tetto. Paga quando può, un affitto mensile di poco più di 12 euro, a un proprietario invisibile, che si presenta solamente il giorno della riscossione del denaro. Non posso scordare quel sorriso sdentato pieno di speranza, perché quella “è casa sua, è tutto ciò che ha”.

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“Casa”, “Proprietà”, sono termini connaturati alla nostra cultura capitalistica. È normale avere una casa, è normale pagare un affitto, è normale soprattutto se esisti per il governo e per la pubblica amministrazione, se la tua casa è iscritta nel catasto. È meno normale se, per una vita non sei esistito. È ancora meno normale se un giorno, ti svegli e trovi la tua baracca segnata con una grande ‘X’ rossa, e l’unica spiegazione che ricevi da un paio di distratti funzionari dell’Autorità Nazionale per le Costruzioni del Kenya, è che la posizione della tua casa, rende impraticabili le vie d’accesso alla baraccopoli, secondo chissà quale normativa sulla sicurezza territoriale. Quel terreno diventa inedificabile, quella baracca deve essere abbattuta.

Ma come? Fino al giorno prima, non esistevano quelle persone, non esisteva quel terreno, non esistevano quelle baracche, ed il giorno dopo, ci si preoccupa della sicurezza delle strade, si decreta che una baracca è posta in una posizione di pericolo ed un’altra no? Ma come è possibile? Chi prende queste decisioni?

Nessuno si preoccupa, di fornire a queste persone, le cui baracche vanno abbattute, una soluzione alternativa, per quei funzionari, quelle baracche sono solo numeri, segni, non sono esseri umani, gli stessi che devono trovare un modo per spiegare ai propri bambini che da un momento all’altro, non avranno più una casa. Quella casa, che nella maggior parte dei casi, non si possiede nemmeno, quella casa, che è il risultato di continui sforzi e di immensi sacrifici.

Negli slum più “urbani” le baracche possono svilupparsi e crescere a dismisura, anche su vari piani, sembrano dei veri e propri palazzi di latta e carta pesta, l’immagine della fragilità di quelle strutture, mi perseguita proprio in questi giorni. Baracche accatastate l’una sopra all’altra, come se di spazio non ce ne fosse a sufficienza per tutti, così nascono degli agglomerati, disordinati e privi di qualunque logica geometrica, che a volte ci si chiede come facciano le persone ad entrarvi od uscirne, e come facciano a stare in piedi.

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Ci sono giorni in cui questi interrogativi, ricevono risposta: queste abitazioni non stanno in piedi, crollano sotto una pioggia incessante, crollano travolgendo vite e sogni, crollano lasciando persone senza quello spazio chiamato “casa”.

Nairobi, 30 aprile 2016 dopo giorni di acqua dal cielo crolla “palazzina”(termine fantasiosamente usato dai media, per addomesticare la descrizione dell’evento).

Solo qualche mese fa camminavo per quelle stesse strade, le strade di Huruma.

Questa baraccopoli urbana,mi ha colpito per le sue costruzioni, a conferma di una disposizione edilizia multiforme e irrazionale, quelle che si elevano in altezza, distaccandosi dalle altre, superano anche i dieci piani. Alcune di queste costruzioni hanno un colore spento con una struttura evidentemente datata, altre sembrano come dipinte, costruite con molti materiali diversi tra loro, un piano di mattoni, un piano di sassi e fango, un piano di lamiere. Sembrano la fusione di varie baracche, unite tra loro solamente dalla necessità dello spazio. Alcune altre sono colorate dalle innumerevoli tonalità di panni appesi ad asciugare, altre sono disabitate e vuote pronte per essere demolite, altre ancora in costruzione,  molte ospitano piccole attività commerciali al piano che affaccia direttamente sulla strada ed ai piani superiori un numero imprecisato di famiglie.

Un giorno il mio sguardo si è fermato su uno di questi agglomerati di baracche, costruito senza alcun tipo di fondamenta, il piano che si trova sulla strada, è semisommerso dalla terra, e dalle persone che vi girano intorno come api in un alveare. Si può scorgere il suo interno : sassi e pietre, nessun tipo di pavimentazione. Ci saranno non più di sei piani, e dal terzo, due bambine affacciate, probabilmente sorelle, ci vedono arrivare e corrono tutto d’un fiato le scale, per venire a stringerci la mano e camminare con noi. La madre, dalla stessa finestra, le guarda perdersi in mezzo al nostro gruppo e ad altri bambini. Poco più in alto, vestiti appesi, finestre incavate senza vetro, segni di riparazioni e voci all’interno lasciano presagire che sia abitato.

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Non so se sia proprio quello il palazzo che è crollato sabato scorso, non ci è dato sapere. Le notizie e le informazioni che provengono dagli slum sono sempre generiche e lapidarie, a volte non ne riceviamo neppure. Dicono che i morti a causa di quel crollo siano una ventina, ma sono circa 200 le persone rimaste senza casa.

Voglio provare ad immaginare cosa stiano affrontando in questi giorni quegli esseri umani, quelle famiglie rimaste senza casa, senza un posto in cui riposare, senza un tetto per ripararsi, in questi giorni in cui, la stagione delle piogge in Kenya, imperversa senza fermarsi mai .

Queste persone hanno probabilmente incrociato la nostra strada più volte, durante i giorni passati a Nairobi, queste persone non hanno nulla da perdere, eppure hanno perso tutto. Nella distanza tra le nostre case, e le abitazioni degli slum africani, scorgo tutto il peso della diseguaglianza, l’unica vera piaga del mondo, inteso nella sua globalità.

Gli ultimi della Terra, non hanno altra via se non quella dell’attesa, attesa di un domani migliore, senza alcuna possibilità di procurarselo concretamente. Non chiedo molto, non chiedo niente in realtà, vorrei solamente che la nostra attenzione cadesse su queste notizie, magari riportate al margine della pagina di giornale, vorrei che noi ci ricordassimo dell’esistenza di queste persone, è un nostro dovere, è un nostro privilegio.

Tuko Pamoja.

GiacomoGiacomo Onlus