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AFRICA, TUKO PAMOJA: RELIGIONE, UNA CASA PER CHI NON NE HA.

Africa, Kenya, Nairobi: Chiesa, non solo come struttura, ma anche come fede, cuore, riparo.

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La Chiesa riveste un ruolo fondamentale per la gente. Un ruolo che va ben oltre quanto siamo abituati a concepire qui. Un ruolo complesso che proveremo a raccontarvi attraverso tutto ciò che abbiamo avuto l’onore di osservare da vicino nei giorni passati a Nairobi.

Non è un caso se Papa Francesco al suo arrivo in Kenya, alla fine di novembre, alla Messa da lui celebrata al campus dell’università di Nairobi, ha riunito migliaia di fedeli. Non è nemmeno un caso se è andato a trovare gli abitanti di Kangemi, uno dei tanti slum di Nairobi dove vivono gli ultimi del mondo.

Per la maggior parte delle persone, la fede è tutto. È componente inscindibile di ogni passo che compiono, è la spiegazione per gli avvenimenti delle loro vite, è la guida sulle strade tortuose da percorrere quotidianamente.

Ad Ongata Rongai, sud-ovest di Nairobi, troviamo il Mission Animation Office, istitutito dalla congregazione delle suore evangeliste di Maria (Missionary Congregation of the Evangelizing Sisters of Mary). Da più di 10 anni lavorano assistenti sociali per portare aiuto e sostegno ai bambini, alle donne e alle famiglie. Questi uomini e queste donne, provenienti dalla stessa realtà, che ogni giorno hanno scelto di sostenere, donano la loro forza senza mai tirarsi indietro.

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Non potrò mai scordare il primo incontro con Fides, una incredibile donna kenyota, che aiuta, da molti anni, la congregazione di sisters nelle loro svariate attività. Mi osserva, mi parla con interesse, mi fa ridere, mi ringrazia per essere venuta, mi dice che non me ne pentirò e che questa sarà solo la prima di tante volte che tornerò in Kenya perché mi innamorerò di questo paese. Non ha paura di ridere di gusto, quando parla i suoi denti spuntano dalla bocca come enormi lune, il suo inglese è misto all’Africano e la sua intonazione riflette la forza con cui vuole coinvolgermi e raccontarmi il suo paese incredibile. Fides lavora ogni giorno, al servizio delle persone, è una di quei social worker, che costituisce per gli abitanti degli slum, un punto di riferimento, un esempio, una sorella, una guida.

Le attività del Mission Animation Office sostengono circa 1030 famiglie e 3500 bambini. Ma lo scopo principale dell’organizzazione non è solo quello di portare un aiuto diretto ma, anche, e soprattutto di promuovere uno sviluppo sociale, spirituale ed intellettuale in modo che ciascuna di queste persone riesca a far valere anche i propri diritti umani e la propria dignità.

Laban, è stato per noi, una guida, in tutto, ci ha accompagnati in ogni passo, anche non intenzionalmente ci ha mostrato il modo in cui la sua figura costituisca un saldo fondamento per quelle comunità. Basta pensare a come, ogni volta che ci muovevamo in pullman, lui rimanesse appeso alla porta, e ad ogni angolo vedesse persone da salutare, da incontrare. La maggior parte delle volte si fermava a chiedere come stavano, stringeva mani, e apostrofava i bambini più scalmanati. Questo suo modo di affrontare le giornate, mai solo per se stesso, ma costantemente per gli altri, non ha avuto bisogno di altri chiarimenti, quando un giorno si è girato verso di me e guardandomi con quegli occhi giganti, persi sul suo volto nero, mi ha detto con tono paterno “i know my people.”

E proprio questo, loro conoscono le loro persone, e le loro persone conoscono loro, sia come uomini e donne, sia come collaboratori di quella chiesa che ogni giorno si impegna per restituire digintà ed umanità a persone, che altrimenti sarebbero abbandonate a loro stesse, senza speranza, ne futuro.

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In quel caldo dicembre africano, ci siamo messi totalmente al servizio delle suore che gestiscono l’orfanotrofio di madre Teresa. All’interno dello slum di Kariobangi si sente il contributo della chiesa, non solo come struttura, ma anche come fede, cuore, riparo. In questa realtà, che assomiglia più ad un’isola di salvezza nel centro caotico e di disperazione dello slum, le suore accolgono angeli, li lavano, li vestono, danno loro da mangiare. Queste donne, vestite con tuniche bianche, hanno creato una struttura, che è ormai un centro nevralgico di varie attività, fondamentali, non solo per quegli angeli, ma anche per tutte le altre persone della comunità di Kariobangi, che hanno la possibilità di lavorare, e si sa, il lavoro è dignità, è vita, speranza. Il pregio più grande di queste attività è l’instillare in ogni persona la consapevolezza del proprio valore, e la possibilità di valorizzare quanto imparano li dentro anche al di fuori, costruendosi un futuro.

Nello slum di Kariobangi abbiamo avuto il privilegio di incontrare i padri missionari comboniani Felipe e Maurizio. Persone che donano la propria vita nell’aiuto al prossimo. I progetti che seguono sono molti. La gestione delle scuole, il supporto alle famiglie, accoglienza del corpo e della mente, sostegno in strada, veloce, come il progetto ‘street children’, il cui obiettivo raccoglie adolescenti che vivono tra violenze, consumo di alcool e di droga. I nostri occhi hanno visto come dalla fede e dall’ascolto i piccoli cambiamenti hanno modo di nascere. Questi uomini, non sono semplici preti, sono attivi nella comunità, in modo paterno, a volte nei loro occhi, abbiamo visto durezza e determinazione. Sono soli, hanno dalla loro parte la fede, una fede forte e consolidata, che si riflette come una enorme casa su tutta la comunità. Sono rimasta in un lungo silenzio contemplativo di fronte ai racconti della loro missione.

Nella parrocchia di Kariobangi sono attive anche le suore comboniane, offrono alle donne la possibilità di scoprire le proprie capacità, donano loro un futuro. L’obiettivo ultimo è quello di dare un aiuto non solo fisico ma anche intellettuale.

È per tutto ciò, che neppure il modo in cui è gremita la chiesa la domenica, è un caso. Uomini, donne, giovani e anziani, riempiono la chiesa di Kariobangi, cantano, ballano, dicono Grazie, per il nulla che hanno, ringraziano, nel modo più puro che esista, pregano per i propri figli, pregano per un futuro migliore, senza disperazione, ma con la voglia di esistere, in qualunque modo, perché se c’è una cosa che sanno è che siamo tutti figli dello stesso Dio, un Dio vicino, un Dio umano, un Dio di tutti. Un Dio in grado di creare sinergie tra tante vite diverse, unite nella fede e nella comune speranza.

In africa, il caso non può esistere, niente è un caso, niente è per caso.

La fede, è qui, un modo di vivere e sopravvivere, è luce, è gioia, è voglia di lavorare, amare, crescere.

Tuko Pamoja

GiacomoGiacomo Onlus

Foto Credits: Lavinia Inciocchi