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Brexit. Fabrizio Ravanelli, “me l’aspettavo perchè l’inglese è uno spirito libero”

Fabrizio Ravanelli_2ROMA – Penna Bianca o Silver Fox. Comunque la si metta, Fabrizio Ravanelli, non è mai passato inosservato. Né di qua, tantomeno di là dalla Manica. Seicentoventinove presenze per duecentoquarantasei gol sparsi tra la provincia e il centro del mondo, da Perugia al Regno di Sua Maestà, passando per le “capitali” italiane, Torino e Roma, dove vinse tutto tra Juventus e Lazio. Anno d’oro, anni ruggenti: tra il ’94 e il 2000, Ravanelli alza al cielo tutto quello che si può alzare, o buonissima parte. La nona Coppa Italia della Juventus e il ventitreesimo tricolore bianconero (’94-‘95); sempre nello stesso anno il record di marcature (5) in una sola partita (contro il CSKA Sofia) di Coppa Uefa, la Champions League vinta all’Olimpico di Roma contro l’Ajax (1996), poi l’Europa di Middlesbrough, dove segna e fa segnare senza però evitare la retrocessione in Premiership, e quella di Marsiglia, due stagioni al top della forma. Fino ad arrivare a Roma, allo scudetto della Lazio del 2000, impresa che ha dello storico e che si consuma ai danni proprio della sua amata Juventus. Infine, parte finale della carriera, ancora tra Inghilterra (Derby County) e Scozia (Dundee), per appendere gli scarpini al chiodo dove tutto era cominciato, all’ombra del “Renato Curi”. La redazione di diregiovani.it, lo ha contattato in esclusiva: l’Italia di Conte, la sorpresa Brexit, il flop di Rooney e compagni. Ecco cosa ci ha risposto.

Ravanelli, l’argomento Inghilterra da sviscerare con lei è troppo ghiotto, partiamo dal calcio, però: sorpreso dell’orribile figura della nazionale di Hogdson?

“Assolutamente no. Non sono una squadra, non hanno un gioco. Noi italiani, poi, ci facciamo sempre facilmente impressionare da questo calcio inglese. Io noto, invece, che falliscono come nazionale ma anche come squadre di club, oramai da parecchio. Riguardo la nazionale, poi, molti giocatori di spessore hanno via via lasciato il campo, senza essere degnamente sostituiti. C’è un grande ridimensionamento del calcio inglese; una speranza, però, che possano presto tornare a ottimi livelli, la nutro rispetto al fatto che a brve inseriranno due ottimi allenatori come Guardiola (allenerà il City, ndr) e Conte (Chelsea) che non potranno non influenzare, con le loro brillanti idee, l’intero movimento calcistico inglese”.

E invece, a livello politico: lei ha giocato e vissuto in Inghilterra, ha portato con sé la famiglia, si è integrato subito e bene nel tessuto sociale di realtà di provincia come Derby o Middlesbrough, quella provincia, cioè, che ha spinto, col suo voto, affinchè si uscisse dall’Europa politica ed economica. La sorprende, l’esito del referendum?

“Si, me l’aspettavo perchè l’inglese è uno spirito libero con le sue idee e ideologie e con la sua pretesa che esse vengano rispettate, indipendentemente da gerarchie e rapporti di forza. Sono sempre rimasti fortemente attaccati più che alla sterlina, quanto al mito della stessa, vista come ultimo baluardo alla perdita della loro particolarità”.

Durante la campagna elettorale sia il “Remain” che il “Leave” hanno fatto appello al senso di popolo, al senso di nazione. Se li ricorda così appassionati, i sudditi di Sua Maestà?

“Decisamente si . Ho sempre notato e, debbo dire, ammirato questo senso di appartenenza, di unità profonda che li ha sempre contraddistinti e che noi italiani, ahimè, sembriamo aver smarrito daFabrizio Ravanelli 3 parecchio tempo se non addirittura perduto per sempre. Scelte condivise con il popolo, per il popolo: ho sempre avuto quest’immagine chiara nei mie anni trascorsi in Inghilterra”.

Chi perde di più: l’Europa senza Inghilterra o loro senza di noi?

“Credo che saremo più noi europei a soffrire la loro mancanza che il contrario. L’Inghilterra è un paese solido, che può tranquillamente fare scuola all’Europa su i più disparati argomenti, sotto molti punti di vista. Anche nel calcio, che è il mio ambiente di riferimento, ne hanno insegnate di cose a noi europei. Certamente, i n qualcosa anche noi mancheremo a loro, ma se li conosco un po’ faranno di tutto per non farcelo sapere (ride, ndr).

Chiudiamo con Conte e la sua nazionale. Dove può arrivare e, al netto dell’Europeo, che lavoro dovrà fare Ventura, prossimo tecnico azzurro.

“Parto da Ventura e Conte: nonostante lo consideri un grande tecnico, Ventura avrà un difficile lavoro da fare, sul gruppo, che dovrà mantenere il vincolo con i giocatori più anziani. Riguardo Conte, nessuno me ne vorrà se ritengo Antonio Conte viaggiare dieci anni più avanti rispetto a tutti gli altri allenatori, e io mi considero un allenatore. Pe quello che ha dimostrato, è attualmente superiore a Mourinho e a Guardiola. Ricordo che Conte ha dovuto rinunciare a Verratti, Marchisio e altri, senza fare una piega o lamentarsi poi. Io credo che la Nazionale abbia ancora molto da dare in questo europeo. Ma non mi faccia dire di più, non si sa mai”.