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Diregiovani a Rio 2016 – Da “Roma 2024” al “Not in my name”: la dura vita di un’Olimpiade

Rio-2016ROMA – Roberto Benigni, Giorgio Armani, Riccardo Muti, Monica Bellucci, Giovanni Ferrero, Giuseppe Tornatore, Nerio Alessandri, Laura Pausini, Guido Barilla, Paolo Sorrentino, Alessandro Benetton, Massimo Bottura, Albiera Antinori, Andrea Agnelli, Andrea Bocelli, Ennio Morricone, Marco Tronchetti Provera.

Eccoli, gli “ambasciatori”, le “eccellenze tricolori” che il Comitato per Roma 2024 ha nominato per sostenere, con forza e maggiore determinazione, la nomination della Città Eterna ad ospitare i trentatreesimi giochi olimpici. Attori, registi, imprenditori, cantanti, industriali: un’alleanza a tutto tondo, pronta a sostenere la designazione, vista come “un’opportunità da non perdere per lasciare una legacy importante, non solo alla città, ma all’intera Nazione”, come si legge, testualmente, sul sito del Comitato.

La giunta Raggi pronta a scrivere la parola fine sulla candidatura capitolina

La forte presa di posizione non giunge, però, a caso; proprio in questi giorni, la neonata giunta Raggi pare pronta a scrivere la parola fine sull’esperienza della candidatura capitolina: la Sindaca, con una lettera formale agli uffici del Comune di Roma interessati, comunica che causa “mutati indirizzi politici”, nessun delegato del Comune sarà presente, quale testimonial, a Rio 2016. A ciò, pesanti come il piombo, si aggiungono le parole del presidente dell’Aula, Marcello De Vito (“nostra priorità non è un evento di quindici giorni ne 2024”) e del vicesindaco nonché assessore al turismo, Daniele Frongia (le emergenze della città sono ben distanti dalla candidatura di Roma 2024”).

L’inchiesta del “The Guardian”colosseo_roma

La strada pare segnata; l’incontro in agenda a settembre tra la Raggi e Malagò (che i ben informati danno di umore pessimo, in questi giorni), pare sempre più tardivo se non svuotato di significati, soprattutto se si pensa che il 7 Ottobre è la data dettata dal Cio per stabilire le candidature da elevare al “secondo livello”: Parigi, Los Angeles e Budapest stanno a guardare. Ma l’ostilità all’evento olimpico non è una esclusiva italiana. Perché opporsi ad un happening apparentemente positivo per un’intera comunità? Nei giorni scorsi, ha provato a dare risposta al quesito, un’esauriente inchiesta del britannico “The Guardian”.

E’ tutto in fiorire di rinunce e dinieghi: comincia Oslo, ad inizio 2016, candidata ai Giochi Invernali del 2022, che desiste per lo scarsissimo sostegno popolare che l’iniziativa riscontra. Stessa sorte, ad inizio primavera, subisce la candidatura di Stoccolma, sempre per la stessa competizione. E che dire dei referendum consultivi a Cracovia e Monaco di Baviera che, con percentuali contrarie altissime (70% in Polonia, 60% in Germania), hanno sbarrato la strada ad eventuali candidature per le Olimpiadi del 2024. Il quotidiano inglese ha indagato a fondo, intervistando personalità della galassia “nolympic”.

Christopher Gaffney, ricercatore senior presso il Dipartimento di Geografie e Scienze Sociali dell’Università di Zurigo (storica roccaforte del movimento “olimpoantagonista”), che ha concentrato i suoi studi sull’impatto socio-economico che i grandi eventi sportivi hanno sulle comunità, descrive così l’aumentato rifiuto delle stesse: “Dovunque si ha una popolazione istruita con una stampa relativamente libera ,un relativo alto livello di trasparenza governativa, la probabilità di un rifiuto o la certezza dello stesso verso un evento come l’Olimpiade è pressoché certo. In Occidente, almeno, a quanto pare, nessuno ne vuole ospitare più”.

Ancor più duro è Chris Dempsey che è stato uno dei leader del movimento “No Boston Olimpic Campain”, che sostiene: “Si tratta di una questione di priorità civiche. “Le Olimpiadi avrebbero avuto un costo netto enorme sulle città e sul nostro stato (Massachusetts, ndr) , nel senso che se il nostro governatore e il nostro sindaco non potevano concentrarsi sulla costruzione di uno stadio e di un velodromo, senza aver prima migliorato migliorare l’istruzione o la manutenzione stradale”.

Frasi e discorsi che ricordano una nostrana opposizione; ma il tentativo di alzare l’asticella della critica è tutta anglosassone e sta nelle parole di Gaffney: “Gli stessi errori sono stati fatti più volte. Quindi non può essere un incidente, e se non è un incidente, allora dobbiamo capire che il modello di business del Cio è nocivo”. “Abbiamo bisogno di un serio ripensamento sul modo in cui questi eventi creano disuguaglianze su scala globale. E il modo migliore per farlo è quello di fermarli. Punto”.