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Ricerca italiana, cavie animali in calo negli ultimi due anni

cavie animaliROMA – Buone notizie per il mondo animale arrivano dal Ministero della Salute, attraverso la Banca Dati Nazionale per la Sperimentazione Animale. Cala, in Italia, il numero delle specie utilizzate come cavie nelle ricerche scientifiche. Per la precisione, sono 30.000 in meno gli animali utilizzati negli ultimi due anni. Il 4.4% in meno.

I nuovi dati, infatti, fanno registrare, per la prima volta dal 2014, un numero totale al di sotto delle 700.000 unità. In più, il Lav (Lega Anti Vivisezione) ricorda che solo nel 30% delle ricerche a scopo biomedico in Italia sono utilizzati animali. Cifre che fanno ben sperare per il futuro della ricerca nostrana.

Un trend, quello della diminuzione, che attesta come le regole contenute nella Direttiva 2010/63/Ue sulla protezione degli animali a fini scientifici stiano dando buoni frutti. Si è, così, passati dalle 777.731 unità del 2010 alle 768.796 del 2012, fino alle 681.666 attuali.

Cavie animali: topi, polli, pesci e porcellini d’india i più utilizzati

Secondo le statistiche del Ministero, ad essere utilizzati come cavie animali sono stati circa 485.000 topi, 130.000 ratti, 28.000 polli, 18,000 pesci, 17.000 porcellini d’india e 7,000 conigli. Tra i primati i più utilizzati restano i macachi che si attestano sulle 450 unità.

cavie animali

Dal novembre 2015, l’obbligo per chi fa ricerca su queste specie è di classificare l’effettiva gravità delle procedure utilizzate.  La maggior parte si colloca nella fascia “lieve” (342.702), segue quella “moderata” (299.448). Dati positivi ma non del tutto.

Infatti, nonostante il ricorso agli animali sia l’ultima via di sperimentazione, attuabile solo se non sono disponibili metodi alternativi, il numero di animali trattati con procedure definite “gravi” è ancora molto alto. Sono, infatti, più di 21.000 le sperimentazioni effettuate senza anestesia o con stimolazione elettrica. Procedure che hanno portato Bruxelles a un controllo sempre più specifico.

Chi fa sperimentazione ha, così, l’obbligo di indicare il numero di volte in cui si utilizza l’animale e la sua “sofferenza effettiva” durante la procedura, valutata caso per caso e non sommata a quella eventualmente subita negli utilizzi precedenti.

 Controlli che, comunque, secondo il Lav non bastano ancora:

“L’impegno verso la riduzione e la sostituzione degli animali nella ricerca rimane purtroppo solo sulla carta. Principio che non viene ascoltato per la mancanza di formazione, gap culturale e interessi economici e che vincola il nostro Paese a un modello fallimentare di ricerca, anacronistico”