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I giovani in Libia, il racconto del regista Khraisse

ROMA  – “Libertà, uguaglianza, democrazia: sono parole che non usiamo più”. Viso affilato, capelli neri raccolti dietro la nuca, sorridente. Khalifa Abo Khraisse, regista e sceneggiatore classe 1983, applaudito al Locarno Film Festival, parla con la Dire sulla sua Tripoli: “Se vado ancora in giro a fare video? Certo, perché ho un angelo custode“.

I giovani in Libia: “Dopo la rivoluzione tutto sembrava possibile”

L’incontro è a Ferrara, a margine del festival di ‘Internazionale’. La premessa è sul viaggio: “Arrivare non è stato uno scherzo. Il visto l’ho dovuto fare in Tunisia perché in Libia l’ambasciata italiana non c’è più”. La prima domanda è sui giovani tripolini, travolti dalla guerra contro Muammar Gheddafi. “Quando è cominciata la rivoluzione tutto sembrava possibile, a portata di mano” risponde il regista: “Ci sentivamo liberi, credevamo di poter scrivere un capitolo nuovo, avevamo grandi aspettative”.

La storia ha preso un’altra direzione. Le prime avvisaglie nel 2013 e poi un anno dopo l’inizio della “seconda guerra civile” tra l’est e l’ovest della Libia. “Abbiamo capito che i veri padroni erano le milizie – dice Khalifa – e che la guerra aveva innescato vendette senza fine tra le tribù”.

Cos’è rimasto allora di quelle speranze? “Ci hanno costretto a ridimensionare le nostre richieste, che erano di libertà, democrazia, uguaglianza. Adesso facciano i conti con black out di dieci o 12 ore, con stipendi non pagati da mesi, con file in banca interminabili. A volte, con sparatorie e rapimenti. E’ molto triste”.

Alcuni quartieri sono off-limits, come quello ribattezzato il Triangolo delle Bermude, dove le macchine spariscono e i sequestri sono all’ordine del giorno. Ma c’è chi non rinuncia ad andare in giro con una macchina da presa. “Cerco di cogliere gli umori, le paure, le speranze, i cambiamenti” spiega Khalifa: “Dopo la rivoluzione nulla è come prima“.

Lo conferma la storia di un amico, che nel 2011 era in prima fila nei combattimenti a Misurata ‘città martire’. “Non l’ho visto per due anni ma so che doveva uccidere per non essere ucciso” dice Khalifa: “Ora non si separa mai dalla sua nove millimetri; quando guida a Tripoli basta un piccolo movimento perchè scatti su”.

Vicino alla Città vecchia c’è un mercato popolare dove ormai si vendono soprattutto armi. “Puoi scegliere quella che ti piace ma è bene tu sappia che sparare non è quella figata che sembra al cinema” dice Khalifa. Che ricorda quando ha sentito un colpo di pistola per la prima volta: “Il rinculo, il lampo, il fumo nell’aria. Non avrei saputo neanche immaginarlo prima della rivoluzione”.