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Qui Tunisi, ana sha’b, io sono il popolo

TUNISI – “Io vengo da Kasserine, sono il vero sha’b tunsy, il popolo tunisino che ha cominciato la thawra, la rivoluzione” probabilmente Yassine ha ragione, nel 2011 la sua città è stata una di quelle che hanno versato il contributo più alto contro il regime autoritario di Ben Ali. Ciò non toglie che ci stia provando spudoratamente. Lo incontro su Avenue Bourguiba, la strada nel cuore di Tunisi che nel 2011 ha accolto le grandi manifestazioni che portarono alla caduta del governo. Oggi, 14 gennaio (arba’atash janfi) , è un giorno di festa nazionale, perché nella stessa data di sei anni fa Ben Ali scioglieva il governo e fuggiva in Arabia Saudita, cedendo alla volontà popolare. Per festeggiare la ricorrenza ci sono molte iniziative in città, e in particolare  lungo l’Avenue. Le persone si riuniscono a gruppetti intorno ai gazebo di diversi partiti, oppure sulle scale del teatro municipale, dove intonano cori contro il governo. Solo il partito islamico Ennahdha, che fa parte della coalizione al governo, e il sindacato delle forze interne di sicurezza hanno allestito dei veri e propri palchi, da cui fanno parlare i loro rappresentanti. In strada sono tutti insieme ma l’atmosfera è di pacifico disprezzo reciproco. Davanti al teatro si sono riuniti vari collettivi informali di sinistra, e un gruppetto di adolescenti calpesta con entusiasmo le bandierine di En-nahdha.

Yassine si fa serio quando gli chiedo cosa pensa dei risultati della rivoluzione. Mentre camminiamo si ferma e inizia a parlarmi in quello che al mio orecchio suona come un perfetto arabo letterario.

El-Betala, la disoccupazione continua ad affliggere moltissimi giovani tunisini, mi dice. El-faqr, la povertà, è un problema rimasto insoluto. El-huquq, i nostri diritti non sono ancora rispettati. El-Ta’lim, l’istruzione, è ancora inaccessibile per molti. Oggi a Tunisi la minima è di 4 gradi e Yassine sta in pantofole. Ci tiene a darmi il numero di telefono di un suo amico, ma uno proprio suo non ce l’ha. Un poliziotto si intromette per chiedergli cosa stiamo facendo. Ovvero perché un tunisino in ciabatte parla con un’europea con le scarpe. Gli diciamo di non preoccuparsi, ci guardiamo, ci facciamo una risata e continuiamo a camminare. C’è ancora molta strada da fare…

Nel video: la cantante tunisina Amel Mathlouthi canta “klemti horra” (la mia parola è libera) alla cerimonia di consegna del premio Nobel della pace del 2015, attribuito al quartetto per il dialogo nazionale tunisino ( il sindacato generale dei lavoratori Ugtt, il sindacato patronale Utica, l’Ordine degli avvocati e la Lega Tunisina per i Diritti Umani). Nel 2011 la canzone ha avuto grande successo, diventando un manifesto della rivoluzione tunisina.