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Emigrato in Spagna per curarsi con la cannabis terapeutica

La sua storia era finita sui giornali: il ragazzo che dopo un grave incidente decise di abbandonare le medicine tradizionali per curarsi con la cannabis terapeutica. Una scelta che, pochi anni dopo, si rivela vincente e che permette a Christian di scalare il Gran Sasso, un’impresa che è diventata un documentario dal titolo “La scalata antiproibizionista”.

Oggi Christian Ferri non vive più in Italia, ma è stato costretto ad emigrare all’estero per poter continuare a curarsi, ma ripercorriamo le tappe di questa storia. Dopo un incidente, il 15 aprile del 2006, Christian entra in coma, 15 giorni di coma naturale e 8 giorni di coma farmacologico. Quando si risveglia scopre che la macchina che lo ha investito gli ha provocato fratture multiple, l’esplosione rotulea, lo sfarinamento del ginocchio, il restringimento della cassa toracica, 5 edemi celebrali e 5 focolai emorragici. La riabilitazione è lunga e faticosa, inizia con 18 pillole al giorno, dopo 2 mesi passa a 10 e dopo 6 mesi smette con le pasticche e inizia ad assumere Contramal e Dicloreum per i dolori.

I medicinali gli provocano delle brutte reazioni, infiammazioni ai muscoli e liquidi nel ginocchio, così decide di passare alla medicina omeopatica e al posto delle medicine inizia a curarsi con pappa reale, propoli, guaranà, malva e camomilla. I miglioramenti iniziano a manifestarsi poco dopo, ma il punto di svolta arriva con la conoscenza di Andrea Triscioglio e Lucia Spirri, i fondatori di LapianTiamo un cannabis social club di Racale, in provincia di Lecce, che gli consigliano di provare con la tisana alla cannabis. Christian conosceva e utilizzava già le proprietà della cannabis terapeutica, ma questa nuova conoscenza lo convince ancora di più e inizia una cura fitoterapica in cui l’erba assume un ruolo centrale.

“L’incidente mi ha reso impossibile fare qualsiasi cosa: oggi riesco ad avere una vita dignitosa solo grazie alla cannabis. Sono affetto da dolore cronico ortopedico e mi sveglio più volte di notte a causa di dolori allucinanti, appena piego il ginocchio soffro dolori incredibili per un problema degenerativo che mi porta artrite e artrosi avrei bisogno che i principi attivi della cannabis siano sempre presenti nel mio corpo. Io mi posso muovere e praticamente posso vivere, solo sotto l’effetto di cannabis, che mi toglie il dolore e sottolineo come un dolore costante come questo non sia invalidante solo dal punto di vista fisico, ma porti anche problemi come insonnia, inappetenza e deficit di attenzione”.

I miglioramenti sono a vista d’occhio tanto che nel 2014 Christian decide di tornare sul Gran Sasso, montagna che aveva scalato spesso prima dell’incidente, per tentare quella che i medici definivano una missione impossibile nelle sue condizioni. Christian scala il Gran Sasso riuscendo a piantare la bandiera dell’associazione “FreeWeed” oltre i 2000 metri di quota, l’impresa consolida in lui l’idea che la cannabis terapeutica è una delle possibili risposte alle esigenze di molti malati e intensifica gli sforzi, riprendendo con ancora più vigore la sua battaglia civile per l’autocoltivazione.

“Io spesso rimango senza farmaco perché non posso acquistarlo. E anche se fosse venduto a prezzi calmierati non potrei lo stesso permettermelo, visto il quantitativo che mi serve. Per cui l’auto-produzione è una scelta necessaria secondo me. E non solo per i pazienti, noi di Freeweed lottiamo affinché l’auto-produzione sia un diritto di tutti. Conosco persone senza particolari patologie che se non fumano non riescono ad uscire o a stare a contatto con la gente, fumando invece ci riescono. E’ una pianta, credo che coltivarla debba essere un diritto di tutti”.

La sua battaglia non passa innosservata e arriva fino alla Camera dei deputati grazie ad una lettera che l’associazione Free Weed recapita all’onorevole Paolo Bernini del Movimento 5 stelle. Christian continua la sua opera di sensibilizzazione anche al di fuori del Parlamento ed entra in contatto con una serie di persone affette da patologie molto differenti tra loro, ma che trovavano nell’olio di cannabis una panacea alle loro sofferenze. Decide di trasformare la sua pagina Facebook in un angolo dove scambiarsi “buone pratiche” e modifica il nome in Christian Medicalplant Ferri, sono in tanti a chiedere consigli e pareri, ma iniziano anche i primi problemi.

“In Italia ero disoccupato e invalido, senza pensione di invalidità. Data la mia esperienza nel mondo fitoterapico e cannabico collaboravo con alcuni dottori che, alla fine, si sono rivelati dei ciarlatani. Sono dovuto andare via dall’Italia perchè mi avevano minacciato di farmi fare 70 anni di carcere se non avessi smesso di produrre e distribuire l’olio di cannabis”.

E così il 27 settembre di quest’anno ha deciso di partire per Barcellona, ospitato da alcuni amici, per toccare con mano la realtà spagnola. Resta fino al primo di ottobre, ma la visita apre una breccia nella testa di Christian che il 23 novembre decide di riprendere l’aereo e tornare.

“Sono partito con 600 euro in tasca, spero di riuscire a far titolare il mio olio qua per poi riuscire a collaborare con più social cannabis club. Cercherò di mantenermi con la vendita del mio olio, non ci guadagno molto, ma se non si pretende di fare la vita degli sceicchi si riesce ad andare avanti”.

Christian vorrebbe far titolare il suo olio, ossia far calcolare la concentrazione di THC e/o di CBD, per poter entrare nel giro degli olii e degli estratti acquistabili, dai soci, nei cannabis social club. Ciò che salta subito all’occhio è la fetta di mercato che si è creata con l’apertura dei club spagnoli e come alcuni giovani italiani non si siano fatti scappare l’occasione di trovare un lavoro.

“Io non tornerò più in Italia, anche se mi mancano due cose: la sua natura, le sue montagne, le valli, le spiagge e la mia famiglia, ma non posso tornare in un paese dove le persone per avere dei diritti si mettono sullo stesso livello dei meno fortunati”.