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23 Maggio 1992. La strage di Capaci, 25 anni dopo memoria sempre più viva

strage di CapaciROMA – 17.58. In quel preciso istante del 23 maggio sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo moriva Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta del magistrato: Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Cinque quintali di tritolo distruggono cento metri di asfalto e fanno letteralmente volare le auto blindate. La mafia metteva in cassa una “vittoria” che di vittoria, in realtà, non ha mai avuto il valore.

Sono passati 25 anni da allora. Quel giorno qualcosa è morto anche dentro Paolo Borsellino che sarebbe morto – sempre per mano di Cosa Nostra – il 19 luglio dello stesso anno. Sempre per un’esplosione di tritolo, questa volta posizionato sotto casa della madre in via Mariano D’amelio a Palermo.

Colpa dei due magistrati l’aver combattuto senza sosta la mafia. Dalla formazione del pool antimafia insieme a Rocco Chinnici al maxi processo iniziato il 10 febbraio 1986. Una lotta guidata dal senso del dovere, sempre presente nonostante talvolta un senso di isolamento e di sconfitta accompagnava Falcone e Borsellino. Anni difficili ma non impossibili per il lavoro del team di magistrati.

La strage di Capaci: il 23 maggio e quello che è successo prima…

2665 anni di reclusione. 19 ergastoli. La sentenza del Maxi processo con cui si condannava Cosa Nostra e i suoi componenti grazie a 349 udienze, 1314 interrogatori tra cui quelli di Tommaso Buscetta (primo pentito di mafia) è stato il culmine di una decisione presa tra settembre e dicembre 1991 dall’organizzazione mafiosa in una serie di riunioni presiedute da Totò Riina.

Tra aprile e maggio, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei “mandamenti” di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni sopralluoghi presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. Si aspettava il ritorno di Falcone da Roma per colpirlo quando meno se l’aspettava.

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troia, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l’esplosione. Collocarono, inoltre, come segnale un elettrodomestico nel punto autostradale concordato e tagliarono i rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada. La sera dell’8 maggio provvidero a sistemare con speciali skateboard i tredici bidoni (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.

Nel frattempo, si osservavano i movimenti delle tre Fiat Croma che sostavano di solito sotto casa di Falcone. Auto che sarebbero andate a recuperare il magistrato all’aeroporto di Palermo. Ancora mistero su chi fece la chiamata a Cosa Nostra per segnalare l’orario di partenza e arrivo di Falcone.

La strage di Capaci: l’esplosione

Così, tutto pronto il 23 maggio 1992, Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera che le Fiat Croma erano partite per andare a prendere Falcone. Ferrante e Biondo (che erano appostati in auto nei pressi dell’aeroporto Punta Raisi) videro poi uscire il corteo delle blindate dall’aeroporto ed avvertirono a loro volta La Barbera che il giudice Falcone era effettivamente arrivato.

strage di CapaciAlla vista del corteo delle blindate, fu Brusca ad attivare il telecomando che causò l’esplosione.La prima blindata del corteo, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi a più di cento metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che furono mutilati dall’impatto. La seconda auto, la Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di cemento e i detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, proiettando violentemente Falcone e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza. Rimasero gravemente feriti invece altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l’autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori della Fiat Croma bianca guidata dal giudice) e gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che sedevano nella Croma azzurra, la terza blindata del corteo. Quel giorno fu  grande festa per i mafiosi nel carcere dell’Ucciardone ma da allora l’opinione pubblica – anno dopo anno – e l’antimafia dedica la giornata al ricordo. Memoria che serve per dare un senso alla morte di tutte le vittime di mafia perché – come diceva Falcone “non è invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine”.