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Anoressia, fame d’affetto

Roma – “La mia malattia non era un demone, un mostro alieno che mi lacerava dal di dentro. La mia malattia ero io. Ero io, una me spaventata, una me bambina che faceva i capricci, che aveva capito che, talvolta, è necessario scomparire per esser visti.” Questa è l’anoressia che rimane nello sguardo di chi l’ha vissuta, ancora impigliata tra le lunghe ciglia di C., la cui battaglia contro la prigione dell’inappetenza è durata tre anni. Ora C. è libera di assaggiare la propria adolescenza, di sentirsi bambina ma non troppo, di ricordare con involontario sorriso le monetine nascoste nelle tasche, che tentavano d’ingannare la bilancia del nutrizionista. Accanto al sapore di un sorriso rimane quello salato e spaventoso delle lacrime, testimoni del volo di un’amica che farfalla lo è diventata davvero: perché “non ci prendiamo in giro”, di fame d’affetto si muore.

Ma che cos’è l’anoressia? Uno scudo che, per quanto sottile, tiene il mondo lontano. Un’esistenza ossessivamente cadenzata, scandita da numeri. Ed ecco che l’anoressica alle sette e quindici di ogni mattina, nel suo quotidiano pesarsi, diviene la cifra che la rimprovera imperturbabile sul quadrante. Perché, state certi, che il numero che sull’amica bilancia compare sarà sempre un rimprovero: trentacinque chili e tre etti per una ragazza di sedici anni sono troppi, insomma, si può fare di meglio.

Quanta sicurezza infondono i numeri: freddi, inanimati,controllabili; anche se spesso fanno piangere, in quanto di estrema magrezza non si è mai sazi.

Le persone, invece, sono un problema. L’altro rappresenta quella variabile imprevedibile, quel potenziale rifiuto che tanto spaventa la ragazza con disturbo dell’alimentazione, che preferisce crogiolarsi nel guscio della sua inappetenza, in cui forse solo la mamma può entrare.
Quella ragazza troppo magra, sovente la prima della classe e la più volenterosa in palestra, ha un’unica seducente amica, che è al contempo ragione di solitudine e tristezza lancinante: la sua patologia.

IL DILAGANTE PROBLEMA DELL’ANORESSIA NERVOSA: UN ESORDIO SEMPRE PIU’ PRECOCE

Colpiti dall’anoressia nervosa non sono solo adulti o adolescenti: la malattia dell’inappetenza non risparmia i bambini. Si constata, infatti, un 50% di pazienti affetti dalla malattia tra i 12 e i 25 anni, il 30% sui 25 anni e il 20% dagli 8 ai 12 anni. Come si evince dalle indagini statistiche effettuate da Repubblica, l’età media delle persone affette da tale disturbo dell’alimentazione è andata di recente diminuendo rispetto ai dati raccolti nel 2008.

Tra i malati, il 50% acconsente a trattamenti curativi e guarisce, il 20 – 30% non riesce a migliorare la propria condizione, con conseguente cronicizzazione della malattia e il restante 20 – 25% (principalmente maggiorenne) rifiuta le cure.
Nel canonico percorso di guarigione terapie quali l’assunzione giornaliera di un determinato quantitativo calorico e specifici ormoni, necessarie alla reintegrazione fisica, si coadiuvano a sessioni psicoterapeutiche familiari atte ad appianare i problemi interni alla famiglia, favorendo il reinserimento nella società.

L’astensione dalle cure mediche, sancita dal rifiuto dell’aiuto esterno, implica un’esposizione prolungata alla malattia. Il protrarsi del disturbo ha un significativo riverbero fisiologico: le difese immunitarie si abbassano vertiginosamente rischiando, nei casi più gravi, malnutrizione, inedia, amenorrea (nelle donne) ed emaciazione.

Malnutrizione ed inedia, se trascurati, possono condurre alla morte, l’amenorrea prolungata (ossia la mancanza di ciclo mestruale) può portare all’infertilità, mentre l’emaciazione è una condizione estetica di magrezza accentuata, scheletrica, lambente il cadaverico.

ASSESTATO UN BEL COLPO ALLA MALATTIA: IN FRANCIA E ISRAELE LEGGI ANTI ANORESSIA

Dichiarata guerra al DCA (Disturbo del Comportamento Alimentare) per antonomasia: l’anoressia.

Non più solo post su Facebook, vibranti quanto fatui: dal web pullulante di appelli generici contro l’anoressia di modelle (o aspiranti tali) finalmente emergono provvedimenti concreti.

Il primo Paese a prendere posizione tangibile contro il dilagante problema dei disturbi alimentari è Israele, con l’entrata in vigore, nel 2013, di provvedimenti legislativi atti a prevenire la malattia (e sovente la morte) di giovani donne affamate dall’industria di moda.

Nel gennaio 2017, modelle “filiformi” bandite dalla passerella anche in Francia, in cui lo spettro dei disturbi del comportamento alimentare rappresenta la seconda causa di mortalità tra i 15 e i 24 anni, dopo gli incidenti stradali.

Se massimo propulsore della mobilitazione legislativa di Tel Aviv contro i DCA è proprio un magnate dell’industria di moda, Adi Barkan, che grida “Via gli scheletri umani dai cartelloni pubblicitari. Con la nuova legge salveremo vite”, sino a denunciare 25 anni di tacita criminalità allignante nelle case di moda, in Francia la “loi mannequin” è avallata dal governo socialista del presidente Francois Hollande.

Discriminante, comune alle iniziative parlamentari di ambedue i Paesi, è il BMI (l’indice di massa corporea, sancito dal rapporto peso-altezza): non inferiore a 18,5 (per Gerusalemme) e 18 (per le modelle francesi), altrimenti niente sfilata, (il tutto obbligatoriamente certificato da un medico del lavoro abilitato). Le potenziali inadempienze? Eloquentemente scoraggiate dai 75 mila euro di multa previsti, guarniti da sei mesi di detenzione.

A letto senza cena” anche i professionisti del foto ritocco, che le leggi anti anoressia non lasciano impuniti. Quest’ultimi dovranno esplicitare l’alterazione al computer dell’immagine fisica delle modelle per quanto concerne le fotografie “inserite in messaggi pubblicitari sulla stampa, sulla cartellonistica, su internet o in cataloghi”. Ingenti multe per le compagnie pubblicitarie violanti le norme.

La totalità delle disposizioni sopracitate- spiega il ministero della Sanità francese – ha il preciso obiettivo di “agire sull’immagine del corpo nella società per evitare la promozione di ideali di bellezza inaccessibili e prevenire l’anoressia nelle giovani”, oltre che “proteggere la salute di una categoria particolarmente toccata da questo rischio, come le modelle”.

Tale esplicita presa di posizione sortirà davvero la diminuzione dei casi di anoressia e bulimia?

Può esser tanto ovvia la soluzione a un disturbo che consta dell’incomprensibilità dell’autodistruzione? E’ lecito assumere l’anoressia quale mera, malata aspirazione a quel canone di bellezza distopico (con perfetta coincidenza tra avvenenza fisica e magrezza) tanto propagato dalle industrie di moda e dai media?
I dubbi rimangono irrisolti, inconfutabile è invece l’importanza della mobilitazione legislativa da parte di tali Paesi, in quanto garante della salute delle cosiddette “mannequin” e prima palpabile risposta al dilagare di un disturbo che fa paura, che si diverte ad assaggiare la morte.

Italia, che aspetti a seguire il lodevole esempio di Francia e Israele?

SITI FANTASMA PER RAGAZZE FANTASMA

I siti pro ana e pro mia sono blog e forum difficilmente rintracciabili in quanto sovente cancellati o oscurati, “communities fantasma”di ragazze (principalmente giovani) che si supportano a vicenda per far fronte ad un problema comune: quello dell’anoressia. Potrebbe sembrare un’iniziativa propositiva e lodevole, se non fosse che il supporto offerto istighi a perseguire nella propria patologia, sino a fondersi con essa. La guarigione? Non è contemplabile.

Post su post, offerte di ”aiuto” e consigli, scambi di numeri telefonici per creare gruppi WhatsApp e condivisioni di regimi alimentari improponibili, in cui il tè verde (rigorosamente senza zucchero) regna sovrano: ecco ciò di cui si parla nei siti pro ana e pro mia.

”Finalmente dopo anni di lotte e rinunce entro in una 40 scarsa di jeans..mai avrei pensato di entrarci. Eppure,continuo a vedere grasso..anche se non c’é. Riuscirò a sopravvivere stavolta?”

Ok ragazze…finalmente!!!!Ieri ho digiunato per 24 ore!!!! vi giuro mi ha dato una carica tremenda!!!! anke il vostro sostegno mi ha aiutato tantissimo e per questo vi ringrazio.”

Questi sono solo alcuni dei commenti presenti su questi siti, spesso ce ne sono di più inquietanti. Ragazze che arrivano a prefiggersi una scaletta, un elenco di pesiforma ideali da dover raggiungere, sempre più bassi e con sempre meno tempo a disposizione.

”Qualche volta mi rendo conto che quello che sto facendo non mi fa bene e che dovrei smetterla, ma quando salgo su quella bilancia e vedo quanto peso ho perso, mi sento molto meglio.”

Sorprendente è che un cospicuo numero di utenti di tali blog mostra una più o meno lucida consapevolezza del proprio disturbo alimentare. Consapevolezza tremante, dalla fragilità estrema, che non può nulla contro il desiderio di supporto nel fare la cosa più nociva:continuare a solleticare la morte.

Ma questi siti sono totalmente condannabili? Decisamente affermativa è la risposta di Michela Marzano,della Camera dei Deputati, in quanto ”gli amministratori e gli utenti stessi presenti in questi siti istigano pratiche alimentari idonee allo sviluppo di disturbi quali anoressia e bulimia”. Dissentono i ricercatori del progetto ANAMIA (finanziato dalla Agance Nationale de la Recherce francese) : è noto ormai che le persone affette da disturbi alimentari tendano ad isolarsi e a limitare al minimo le interazioni sociali, ma a quanto pare, seppur nascoste dietro ad un nome anonimo o ad un numero di telefono (quindi senza effettivo contatto fisico) gli affetti da DCA e assidui frequentatori di tali siti parlano e scambiano tra di loro opinioni e storie riguardo la loro condizione, iniziando così un inconscio processo di guarigione che agevolerà poi il lavoro svolto dai medici oppure, in determinati casi, sancirà la guarigione spontanea della persona stessa.

ANORESSIA: QUANTO NE SA LA GENTE?

Uno scheletro”, “Una modella molto, troppo magra”, “la fragilità di una ragazza triste”: ecco cosa dipinge il pennello dell’ anoressia nervosa su un sentire comune confuso, che non sa come orientarsi nella comprensione dell’incomprensibile.
Dalle interviste rivolte a persone di età diversa, si evince che soltanto cinque individui su dieci hanno lucida percezione della gravità di tale disturbo dell’alimentazione, consapevolezza che risulta più nitida nei giovani rispetto agli adulti.
“Nel relazionarmi con un ragazzo o ragazza affetta da anoressia nervosa la esorterei a mangiare, suggerendo però di rivolgersi ai medici competenti”, concorda la quasi totalità degli intervistati; mentre divergenti solo le opinioni rispetto alle cause del disturbo: c’è chi si scaglia con veemenza contro il distorto canone di bellezza propagato dalle industrie di moda, chi contro il mondo della danza perché una nipotina ballerina ha smesso di mangiare.
Una cosa è certa: l’anoressia è una malattia che intimorisce tanto le mamme, quanto nonne e adolescenti.

INTERVISTA A ESPERTO: CONOSCIAMO MEGLIO UNA BATTAGLIA COMUNE A MOLTI

Abbiamo poi intervistato qualcuno che quotidianamente si interfaccia con i disagi che il DCA (disturbo del comportamento alimentare) reca, affiancando e guidando pazienti (sovente molto giovani) nella battaglia contro l’anoressia nervosa. Queste le parole di Ramona Bonifazi, psicologa clinica e psicoterapeuta specializzata in disturbi dell’alimentazione.

Cosa s’intende per DCA e, in particolare, per anoressia nervosa? E’ possibile individuare delle cause?

“L’anoressia nervosa è un disturbo mentale, che si annovera nella numerosa famiglia dei disturbi del comportamento alimentare (DCA).

Per molto tempo è stata erroneamente creduta la malattia dell’assenza di fame, come si evince dalla stessa dicitura. E’ ora di sfatare questo luogo comune: nell’anoressia la fame è lancinante, ben più forte è però la volontà di controllo su questo impulso, il delirio d’onnipotenza che dal controllo deriva.
Innegabile è la complessità di questa patologia, la cui diagnosi risale ai criteri sanciti dall’ American Psychiatric Association, necessari alla formulazione di un linguaggio comune ai professionisti del settore.

Tra i criteri diagnostici si annovera l’impossibilità di mantenere il peso a un livello idoneo all’età e ai bisogni di crescita, la debita influenza dell’immagine corporea sull’autostima della persona, un indice di massa corporea (BMI) molto basso, la presenza o meno di condotte restrittive o, a seconda dei casi, condotte di svuotamento ( perdita di controllo alimentare, con conseguente ricorso a modalità di correzione quali iperattività fisica e vomito autoindotto).

Per quanto concerne la seconda parte della domanda, impossibile è l’individuazione di una causa univoca; in questo senso l’approccio più corretto è di tipo bio-psico-sociale, considerando una pluralità di concause. Dal punto di vista biologico una predisposizione generica o una familiarità ( persone in famiglia che hanno sofferto o soffrono di DCA anche non conclamati), in ambito sociale influente è il distopico modello,propagato dai media, dell’immagine corporea femminile e di perfezione estetica (con diretta corrispondenza tra magrezza e avvenenza fisica). Imprescindibile è, inoltre, la sfera psicologica propria del paziente con anoressia, contraddistinta da un’estrema vulnerabilità psichica: stiamo parlando di persone molto precise, ordinate, ossessive, con un’ ansia da prestazione sintomatica della tendenza al perfezionismo patologico, dell’ambizione costante a qualcosa al di sopra di quanto considerato nella norma.”

Come si spiega la netta prevalenza dell’anoressia nel mondo femminile anziché maschile?

“La causa penso sia da ricercare, in parte, nella ridondanza mediatica di un’immagine di magrezza (lambente il patologico) di cui latrici sono le vallette, le modelle e top model: teenangers indotte a emulare modelli di perfezionismo che molto si accostano a a quello di una gracilità estrema.

Per quanto concerne il sesso maschile è per lo più un messaggio di tonicità (di un fisico asciutto ma non necessariamente cachettico) quello veicolato dai media.
L’universo femminile si contraddistingue per un’influenzabilità maggiore motivata dalla necessità d’adeguarsi a un mondo maschile che è arrivato dal punto di vista sociale e professionale, dal bisogno di tenere uno “standard” molto elevato. In poche parole? Conformarsi diviene sinonimo di raggiungimento di un obiettivo, di successo.

Inoltre nelle ragazze il passaggio dall’infanzia all’adolescenza si fa cambiamento radicale, oltremodo disorientante,anche dal punto di vista puberale si riscontra uno sconvolgimento ormonale e neuronale maggiore. Non è un caso che sovente l’anoressia nervosa si manifesta a ridosso del primo ciclo mestruale: attraverso la patologia si tende quasi a posticipare inconsciamente, a livello psichico, la richiesta sessuale e identitaria sancita dal menarca.”

Quale rapporto instaura un paziente affetto da anoressia con la realtà esterna e, in particolare, con la propria famiglia? Quale tipo di comportamento è consigliabile a parenti e amici nel rapportarsi con una ragazza/o anoressica/o?

“La famiglia è un elemento importantissimo nella cura e nel trattamento di persone con anoressia e sovente, soprattutto in età infantile e adolescenziale, una dinamica familiare disfunzionale si può identificare tra le concause della patologia. Non sto asserendo che la famiglia sia riconoscibile quale causa unica di un disturbo del comportamento alimentare, ma di certo un lavoro psicoterapeutico con la famiglia è indispensabile alla lucida percezione di quelli che sono i “nodi cruciali”: l’incomunicabilità insita nelle dinamiche familiari, la mancata comprensione genitoriale della necessità di una nuova spinta evolutiva, da parte del ragazzo/a in crescita, e di modelli d’approccio diversi, più adeguati.

Mi chiedevi qual è il rapporto che un paziente con DCA instaura con la famiglia. Molto spesso il rapporto assume le fattezze di un ricatto: attraverso il cibo, (che sappiamo essere comunicazione, affetto, ma anche dipendenza), le pazienti tengono vicini o, viceversa, allontanano i genitori.

Il cibo assume una valenza contrattuale: se mangi la mamma è felice, se non mangi la rendi triste, se mangi potrai ottenere questa cosa, se non mangi la stessa cosa ti viene negata. Il contratto poi si fa ricatto: ci sono casi di genitori costretti a pregare la propria figlia/o di assumere anche una minima quantità di cibo per vederla vivere: dal ragazzo dipende la salute mentale di un’intera famiglia. Ciò è molto emblematico e indicativo anche del rapporto preesistente genitori-figli, funzionale alla ricerca delle modalità più idonee ad addentrarsi in un determinato sistema familiare, al fine di riavvicinare genitori e figli al di fuori delle peculiari dinamiche alimentari dettate dalla patologia. Qui conveniamo al secondo aspetto della tua domanda: qual è l’approccio comportamentale più corretto. Non ritengo sia identificabile un comportamento più corretto o più giusto, ciò che però è assolutamente necessario, all’interno della psicoterapia sia familiare che individuale del paziente, è che si smetta di parlare di cibo. E’ necessario porre fine al dominio e protagonismo (dapprima incontrastato) di quest’ultimo, favorendo il palesarsi delle angosce, delle ansie più recondite, ma anche di quelli che sono gli aspetti più positivi propri dei familiari e del ragazzo stesso.

Finchè ci si concentra solo sull’assetto alimentare si favorisce l’acuirsi delle ossessioni proprie del giovane paziente. Paradossalmente, invece di lenire le rigidità e manie di controllo, si sortisce l’effetto contrario: il cibo diviene il solo territorio che la persona con DCA ha e può gestire, il controllo si fa unico atto di dimostrazione della propria forza, della propria coerenza nella conduzione della vita e della crescita: insomma, di qualcosa apparentemente ingestibile.
Importante per la famiglia è la comprensione del disagio che il ragazzo al contempo occulta e amplifica attraverso cibo e anoressia, che sono mero sintomo.
Bisogna capire cosa ha indotto il ragazzo, e la famiglia tutta, ad arrivare a quel punto di rottura che è l’inappetenza patologica.”

Quindi si può asserire che il cibo e l’ossessione patologica per il peso corporeo non sono davvero il fulcro dell’anoressia nervosa?

“Che cosa fa del morbillo una malattia, quali sono gli elementi distintivi? Le bolle e la febbre alta. Analogamente,nell’ambito dei disturbi del comportamento alimentare, l’ossessione per alcuni cibi e l’esclusione di altri, il controllo patologico del peso corporeo, il bisogno di camminare almeno cinque chilometri al giorno e di controllare meticolosamente la preparazione delle diverse pietanze sono elementi importanti per fare diagnosi. Sappiamo che una persona è anoressica se, quando prende trecento grammi, sente che il modo è finito, sente che non ha più controllo sulla propria vita, sente che non c’è più motivo d’esistere. Questo è un ulteriore criterio diagnostico sintomatico, come la stessa magrezza patologica, di un disturbo ben più profondo, che è dolore dell’anima.”

Cosa s’intende per caratteristica cognitiva del “tutto o niente”?

“Quella del “tutto o niente” non è una caratteristica cognitiva peculiare solo dell’anoressia nervosa, in quanto comune anche al perfezionismo patologico e a diversi disturbi ossessivi.

Questo perché l’anoressia è un “disturbo mentale composito”, assommante in sé caratteristiche psichiche diverse (tra le quali, per esempio, si annoverano tratti fortemente depressivi).

Forse banalizzando, la caratteristica cognitiva del “tutto o niente” nel ragazzo con anoressia nervosa si traduce nel seguente pensiero: “O arrivo a un peso corporeo improponibile, che è incompatibile con la vita, oppure tutto il resto perde inevitabilmente di significato, tutto il resto conta niente.””

Perchè un cospicuo numero di pazienti con disturbo del comportamento alimentare rifiuta assistenza medica?

“L’anoressia è il modo,comune ormai a molti, troppi giovani, di canalizzare un disagio che gli risulta indecifrabile, pertanto incomunicabile. Quindi, nel momento in cui un medico, uno psicologo o psichiatra cerca di rompere questo controllo, questa cortina di rigidità e ossessioni, è come se la persona con DCA sentisse di star perdendo l’unica ragione di vita (o l’unica parte della vita in cui nessuno può entrare, di cui ha il totale dominio), si sente di essere attaccato nella sola cosa che è riuscito a costruire, che lo rende onnipotente.
Il ragazzo anoressico rifiuta assistenza medica perché è più facile crogiolarsi nell’incapacità di rinunciare alle proprie rigidità, nella paura di perdere un equilibrio e un controllo nell’effettività discontrollati, ma che il paziente non percepisce come tali. Perchè chiedere aiuto, perché affidarsi a un professionista del settore quando tutto sembra funzionare alla perfezione?
Un soggetto con inappetenza patologica ha solo una parvenza di controllo sulla propria vita, quando quest’ultima è sotto il dominio di un solo, dispotico tiranno: l’anoressia.”

L’ANORESSIA NELLO SGUARDO DI CHI L’HA VISSUTA: “LA VITA E’ UNA SOLA E NON BISOGNA “BUTTARLA VIA” PER QUALCOSA CHE NON TI SALVA, TI DISTRUGGE; PER QUALCOSA CHE SEI TU.

Dopo aver ascoltato le autorevoli parole di un medico esperto di DCA, abbiamo intervistato C., giovane ragazza di sedici anni che ha vinto la prigionia di un’anoressia che ora è ricordo.

Che cosa ha rappresentato per te l’anoressia nervosa? Potresti riportare la tua esperienza?

Mi sono ammalata tre anni e mezzo fa, l’estate della prima media. Non sapevo cosa avessi, non sapevo dare un nome a quanto mi stava accadendo, ero disorientata perché è questo quello che fa ciò che non si conosce, ciò che non ha nome: disorienta.

Quella che si pensava essere comune depressione adolescenziale aveva ben presto assunto le fattezze devastanti dell’ossessione. Ero ossessionata da tutto. Dal mio peso, dal numero delle calorie che ingerivo (che andava diminuendo vertiginosamente), dall’attività fisica. Le mie giornate erano scandite da una “routine malata”: mi svegliavo, mi pesavo, digiunavo, mi ripesavo ancora altre otto, nove volte. Lenivo la morsa della fame con acqua e tisane, tentavo di “affogare” i crampi allo stomaco.

Cosa l’anoressia nervosa ha rappresentato per me? All’inizio era un demone, un mostro alieno che mi lacerava dal di dentro, che non conoscevo. Mi sentivo posseduta da qualcosa estranea a me, che aveva un che di tirannico. Il mostro non si stava mai zitto, mi parlava, mi comandava.

L’anoressia era la protagonista della mia vita. Io non c’ero più, mi aveva annullata. “

Come l’anoressia ha cambiato il tuo rapporto con l’esterno, con amici e familiari?

Prima di ammalarmi avevo amici, tantissimi. Poi l’anoressia si è fagocitata tutto: il mio sorriso, i miei sogni, i miei rapporti umani. Avevo allontanato tutto e tutti, ero sempre di pessimo umore, ero giunta a odiare inconsciamente i miei stessi amici.

Detestavo le loro domande, i loro sguardi che soppesavano le costole sporgenti, i vestiti troppo grandi.

Mi vergognavo, sapevo che il mio dolore era agli altri incomprensibile.

Più complesso è il rapporto con i miei familiari, in particolare con i miei genitori. Possiamo dire che, in parte, la mia anoressia è stata specchio di un’infanzia “turbolenta”.

Da bambina amavo i miei genitori, erano i miei supereroi. Supereroi forse troppo impegnati a salvare il mondo per prestarmi le attenzioni che richiedevo, totalmente assolti dai problemi delle mie due gemelle (sì, siamo tre in tutto) che hanno entrambe avuto gravi problemi di salute.

Io da piccola venivo “messa da parte”, mi dovevo far carico di ogni cosa, di responsabilità troppo grandi per le mani di una bimba. Ma mi stava bene, o almeno pensavo fosse così.
La mia malattia è stata la rivendicazione di un’infanzia che non può dirsi tale, l’unico modo per dire: “ Mamma, Papà ci sono anch’io! Sto male anch’io!”

Dopo anni di percorso psicoterapeutico ho compreso quanto la malattia fosse radicata al mio ambiente familiare, alla mia stessa casa: solo il terzo ricovero, che mi ha allontanata per un intero anno dalle mura domestiche, ha salvato la vita a me e alla mia famiglia tutta.

Perchè anche la mia famiglia si è ammalata di anoressia: non è un caso che alla psicoterapia individuale, anche oggi, sono affiancate assidue sedute familiari.

Fa male ammetterlo (perché la verità fa male) ma inconsciamente, attraverso l’inappetenza, ho voluto far soffrire i miei genitori. Il cibo era il mio ricatto, la mia vendetta.”

Qual era il tuo rapporto con il cibo e con i pasti?

Ricordo bene l’ansia ossessiva che il pasto mi suscitava. Pensavo, seppur inconsapevolmente, solo al cibo. Hai presente il detto “mangiare con gli occhi”? Diciamo che la me anoressica lo aveva preso alla lettera: il mio cellulare era costantemente popolato da foto di torte, muffin, dolci che mi era proibito assaggiare.

La mattina, appena sveglia, già mi ritrovavo a pensare al pasto della sera, e l’ansia saliva, per poi esplodere a cena.

Durante il pasto mi sentivo costantemente osservata dai miei familiari, pensavo che, prima o poi, a consumarmi non sarebbero stati i digiuni, ma quegli sguardi invadenti, di rimprovero.

Se il cibo era la mia ossessione, l’anoressia era diventata la loro.

La cosa che non riuscivo a sopportare, da parte di genitori e familiari, erano i tentativi (sempre più disperati) di invogliarmi a mangiare, sino a obbligarmi. Le persone non capiscono che il mio (come quello di tutte le ragazze e ragazzi che soffrono di anoressia) non era un capriccio: io non potevo mangiare, qualcosa me lo impediva.”

I digiuni erano diventati sempre più frequenti con l’acuirsi del disturbo. Non mi sedevo neanche più a tavola. Talvolta la fame si faceva tagliente, disumana, sino a farmi perdere i sensi.

Ero paradossalmente gratificata dal dolore dei crampi: mi ricordava che, nonostante le lacrime, nonostante anche le mie giornate avessero perso sapore, io ero viva. Ero potente, avevo pieno controllo sul mio corpo, persino su una pulsione istintuale e umana come la fame.”

Te la senti di raccontare le tue esperienze di ricovero?

Il primo ricovero mi è stato imposto dopo il primo anno di malattia, quando le mie condizioni fisiologiche erano ormai incompatibili con la vita. Sono stata internata nel reparto di neuropsichiatria dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma. I medici ai quali mi avevano affidata non mi hanno aiutata, almeno non come avrebbero dovuto. Mi imbottivano di flebo, trascurando l’assetto psicologico rispetto a quello nutrizionale: non ero psichicamente pronta a prendere peso.

Mi hanno poi rilasciata quando i valori delle analisi si erano ripristinati nella norma.


L’esperienza estremamente negativa del primo ricovero si è riproposta, sempre all’Ospedale Bambino Gesù, con il secondo.
Poco tempo dopo quest’ulteriore devastante ricovero ho deciso di essere ospedalizzata in un centro specializzato e idoneo alla cura dei disturbi del comportamento alimentare, ubicato a Villa Miralago. Avevo finalmente deciso di allontanarmi in modo radicale e tangibile dall’ambiente domestico, dalla culla della patologia che mi stava consumando.

All’inizio è stato difficile, mi sono sentita violata: non avevo più i miei spazi, la mia bilancia, il mio specchio. Non ero più sola con la mia malattia: dovevo condividere la mia quotidianità con altre cinquanta persone, altri cinquanta ragazzi come me.

Con il passare di mesi difficili e dolorosi, la premura dell’equipe medica e, soprattutto, l’affetto dei miei nuovi amici avevano squarciato la cortina di rigidità e ossessioni plasmata dal digiuno, dalla sofferenza, da un’anoressia che percepivo sempre più distante.”

E’, a tua discrezione, possibile guarire totalmente da un disturbo del comportamento alimentare quale l’anoressia nervosa? Quale significato attribuisci alla parola “guarigione”?

“ “L’anoressia non ammette guarigione, è un disturbo che ti segnerà a vita, un dolore che resta. In poche parole, rimarrai sempre malata”.

Questa è una frase che mi sono sentita ripetere troppo spesso, una frase che detesto in quanto falso pregiudizio.

Dall’anoressia si guarisce. Il ricordo permane. Il ricordo è la mia guarigione: mi rammenta che ogni secondo della vita ha un sapore inedito, imperdibile e fugace.

Racconterò della mia malattia ai mie figli come un momento determinante di crescita.

Ogni persona combatte una battaglia quotidiana, la mia battaglia, comune a molti ragazzi e ragazze, è contro l’anoressia.

Non mi sento una vittima, non mi sono mai percepita come tale: ho vinto la mia dipendenza.

Dipendenza da qualcosa di seducente e indecifrabile, da quello scudo da me eretto che, nel proteggermi dal mondo e dalla vita, mi ha spezzata, da quella barriera che è la mia malattia.

La vita è una sola e non bisogna “buttarla via” per qualcosa non ti salva, ti distrugge; per qualcosa che sei tu.

Perchè la mia malattia non era un demone. La mia malattia ero io. Ero io, una me spaventata, una me bambina che faceva i capricci, che aveva capito che, talvolta, è necessario scomparire per esser visti.”

di Sabrina Ricchi e Niccoló De Angelis del Liceo Giulio Cesare