attualita

Università. Chi sale e chi scende nel ranking mondiale

ROMA – Come avviene ormai da 14 edizioni, anche quest’anno la rivista inglese “Times Higher Education” (THE), ha pubblicato la ‘World University Rankings 2018’, lista annuale definitiva delle prime 1.000 università al mondo distribuite in 77 Paesi. Unici atenei italiani tra i migliori 200 secondo il periodico britannico specializzato nell’analisi e nella valutazione dei sistemi universitari, Sant’Anna e Normale guadagnano rispettivamente il 155esimo e il 184esimo posto, entrando nella top-100 europea e confermandosi i migliori atenei del Belpaese, nell’anno che consacra l’ascesa dell’Asia, in particolare del gigante cinese, il declino del dominio degli Stati Uniti d’America, che perdono i primi due posti della classica, e la tenuta dell’Europa, che ospita più della metà dei primi 200 atenei con 101 posizioni (lo scorso anno erano 99). Ed è proprio un ateneo britannico, l’università di Oxford, a conquistare il podio confermandosi al vertice della classifica per il secondo anno consecutivo, seguita dall’università di Cambridge, che scala due posti in classifica e sale dal quarto al secondo, spingendo in terza posizione, a pari merito con l’università di Stanford, il California Institute of Technology, che ha guidato la classifica per cinque anni consecutivi.

World University Rankings 2018, il ruolo importante dell’Europa

L’Europa resta forte grazie a Regno Unito, Francia e Germania, con due nuove prime posizioni ai vertici nazionali di Spagna e Italia, dove si affermano rispettivamente la Pompeu Fabra University di Barcellona e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, primo ateneo del nostro Paese, con la seconda posizione della Normale, prossima a federarsi con il Sant’Anna e con lo Iuss di Pavia, che ne conferma la competitività a livello globale. Nonostante gli ottimi risultati, la crescita dell’Asia sta diventando una crescente minaccia per il vecchio continente. Se l’Europa ha sette istituzioni nella top-30 l’Asia ne ha tre (lo scorso anno le cifre erano dieci contro due), di cui due sono atenei cinesi. È l’università di Pechino ad aggiudicarsi con le università di New York e di Edimburgo il 27esimo posto davanti al Karolinska Institute, mentre Tsinghua ha superato l’Università di Melbourne, l’Istituto di Tecnologia della Georgia, la LMU di Monaco e l’École Polytechnique Fe’de’rale di Losanna. “L’ascesa della Cina nella classifica di quest’anno è notevole e dimostra come cambia il panorama globale dell’istruzione superiore- dichiara l’editor dei ‘World University Rankings’ di ‘Times Higher Education’ Phil Baty-. Con due rappresentanti nella top-30 per la prima volta in 13 anni di storia della classifica, le principali università cinesi entrano a far parte dell’e’lite mondiale e superano prestigiosi atenei di Stati Uniti, Regno Unito ed Europa. Ma i risultati mostrano che altre nazioni dell’Est asiatico stanno sentendo la concorrenza di questo gigante. La Corea del Sud, che sta migliorando negli ultimi anni, è una delle tante vittime del successo cinese di quest’anno, come l’università di Tokyo in Giappone. I Paesi dell’Asia orientale al di fuori della Cina dovranno lavorare duramente per rimanere stabili, mentre il loro vicino vola a far parte dell’e’lite globale”.

Il Nord America perde il primato

Principale vittima della concorrenza globale e dell’ascesa del gigante cinese sembra però essere il Nord America, il cui dominio nei ‘World University Rankings’ di ‘Times Higher Education’ sembra essere un ricordo, non ancora troppo lontano. Per la prima volta nella storia dei rankings di ‘THE’ gli Stati Uniti non ospitano le prime due posizioni della tabella. A perdere lo scettro è il California Institute of Technology, che ha abbandonato il suo primato quinquennale nel 2017 e scivola nel 2018 al terzo posto, scavalcato dall’universita’ di Cambridge. Nel complesso i due quarti degli atenei statunitensi nei primi 200 (29 su 62) hanno abbandonato i propri posti. Migliore la performance del Canada, che mantiene una prestazione costante nella classifica. I due Paesi nordamericani subiscono la minaccia asiatica, per esempio con l’università di Hong Kong che sorpassa l’università McGill e l’università Nazionale di Singapore che, a pari merito con l’università di Toronto, ha superato l’università Carnegie Mellon. Gli atenei canadesi e americani non condividono però il medesimo destino. In base ad un sondaggio quasi la metà delle università americane segnalano un calo degli studenti internazionali, anche a causa delle politiche anti-immigrazione dell’amministrazione Trump, che minaccia tagli o abolizioni per diverse istituzioni (National Endowments for the Humanities and the Arts e National Institutes of Health). Al contrario, le università canadesi stanno beneficiando di ambiziosi obiettivi governativi volti ad aumentare il numero di studenti internazionali nel Paese e uno studio commissionato dal governo ha raccomandato l’aumento di piu’ di un terzo dei finanziamenti annuali da destinare alla ricerca di base entro quattro anni.