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120 battiti al minuto, la lotta contro l’AIDS nel film di Robin Campillo

120 battiti al minutoROMA – Accolto come un capolavoro all’ultimo Festival di Cannes, dove ha conquistato il Grand Prix, il Premio Fipresci e la Queer Palm, “120 battiti al minuto” si candida a diventare uno dei grandi eventi cinematografici della stagione.

Il film di Robin Campillo è stato selezionato per rappresentare la Francia ai premi Oscar 2018, ed è arrivato nei cinema italiani trascinandosi qualche polemica.
A causa dei temi trattati, infatti, è stato vietato ai minori di 14 anni.

“È davvero un peccato – ha spiegato Robin Campillo ad HuffPost – è una notizia che mi rattrista molto, anche perché in Francia il film non è vietato. Facendo ciò si fa passare un segnale sbagliato: l’AIDS non conosce età, non dimentichiamolo”.

Anche per la casa di distribuzione italiana Teodora Film la scelta di vietare la proiezione è stata una delusione inaspettata.

“Abbiamo sperato fino all’ultimo che 120 Battiti al minuto riuscisse ad arrivare nelle sale italiane come ‘Film per tutti’, sarebbe stato un segnale forte, per dimostrare che gli uomini che amano altri uomini non spaventano più nessuno. Così non sarà”.

“Ho amato quel film dal primo minuto sino all’ultimo – ha dichiarato commosso il presidente della giuria di Cannes, Pedro Almodóvar, dopo la premiazione – non mi sarebbe potuto piacere di più. Campillo ha raccontato storie di eroi veri che hanno salvato molte vite”.

120 battiti al minuto

Nella Parigi dei primi anni Novanta, il giovane Nathan decide di unirsi agli attivisti di Act Up, associazione pronta tutto pur di rompere il silenzio generale sull’epidemia di AIDS che sta mietendo innumerevoli vittime. Anche grazie a spettacolari azioni di protesta, Act Up guadagna sempre più visibilità, mentre Nathan inizia una relazione con Sean, uno dei militanti più radicali del movimento.

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Act-Up

L’associazione Act Up – Paris è nata il 26 giugno del 1989 in occasione dell’allora imminente parata del Gay Pride, durante la quale 15 attivisti misero in scena il primo “die – in”, restando distesi per la strada senza dire una parola. Sulle loro magliette c’era l’equazione: Silenzio = Morte.
Un triangolo rosa – il marchio che veniva imposto agli omosessuali deportati nei campi durante la Seconda Guerra Mondiale , ma usato capovolto, con la punta in su – simboleggiava la loro determinazione a opporsi con tutte le forze all’epidemia che stava decimando migliaia di omosessuali.

Le origini di Act Up sono legate alla rabbia verso l’establishment medico, politico e religioso, la cui passività e i cui pregiudizi erano alla base della gestione disastrosa dell’epidemia. La stessa rabbia spingeva chi era stato colpito dalla malattia a combattere contro il silenzio rendendosi visibile.

Una delle particolarità di un gruppo come Act Up – Paris è quella di occupare degli spazi pubblici non sol o con le parole, con le immagini o i cartelli, ma appunto con i propri corpi, che diventano vere e proprie armi soprattutto nei “die – in”, le manifestazioni in cui i militanti si sdraiavano a terra per rappresentare le persone morte di AIDS. La violenza simbolica di queste dimostrazioni, così come l’uso di falso sangue o sperma, o addirittura delle ceneri dei membri uccisi dalla malattia, è stata la risposta di Act Up alla violenza quotidiana del potere dell’establishment.