La casa di carta, la recensione della serie tv Netflix

Fatta conoscere al mondo da Netflix, la seconda parte sarà rilasciata il 6 aprile 2018

ROMA – Da un’idea di Alex Pina, “La casa di carta” (La casa de papel) è una serie televisiva spagnola andata in onda sull’emittente iberica Antena 3.
Fatta conoscere al mondo da Netflix, la prima parte della stagione è stata pubblicata sulla piattaforma streaming il 20 dicembre 2017.
La seconda lo sarà, come annunciato, il 6 aprile 2018.

“La casa di carta”

Divenuta immediatamente un cult, la vicenda ruota attorno all’attuazione dell’ambizioso piano del Profesor, ideatore della “rapina del secolo”: quella alla Zecca di Stato.
L’intento è introdursi nella fabrica de Moneda y Timbre, barricarsi all’interno e stampare denaro.

L’originalità dell’operazione risiede nell’arricchirsi “senza fare un torto a nessuno” e nel categorico divieto di spargimenti di sangue imposto sin da subito: secondo il Professore è questo il binomio che permetterà a lui e la sua squadra di guadagnarsi l’approvazione dell’opinione pubblica.
Ma la realizzazione del piano si scontrerà presto con la natura imperfetta dei membri e con l’indomabile imprevedibilità degli eventi.

Il gruppo è il risultato di una scrupolosa selezione operata dal Professore ed è composto da individui accomunati da un passato di criminalità: la rapina rappresenta un’inaspettata quanto fortunata opportunità di rivalsa.

La casa di carta | Trailer | Netflix

I personaggi

La squadra è formata da otto elementi,tutti chiamati col nome di una città per preservarne l’anonimato, presentati allo spettatore da Tokyo, voce narrante della serie.
Nel team troviamo il capo squadra Berlino, un cinico rapinatore professionista, Mosca e suo figlio Denver, Nairobi, Rio e i gemelli Oslo e Helsinki. Sebbene il Professore scoraggi da subito con forza lo svilupparsi di relazioni tra i membri, si creeranno ugualmente forti legami.

Il punto debole dell’impeccabile “scientificità” del piano sarà proprio l’ineliminabile umanità dei suoi realizzatori, e lo svolgersi della vicenda lo dimostrerà in più occasioni.

Un’esasperata espressione di protesta

Sin da subito lo spettatore è portato ad una spontanea empatia nei confronti dei “cattivi”, le cui personalità sono ancor più approfondite nei diversi flashback di Tokyo, che riportano ai momenti di preparazione del piano nella villa. La rapina non viene mai presentata come un cinico e malvagio piano di un gruppo di delinquenti, ma come un’occasione di rivalsa sociale: prendere d’assalto la Zecca di Stato non significa solo raccogliere molto denaro, ma diviene un atto simbolico di lotta alla disuguaglianza, un’esasperata espressione di protesta.

In questo senso non è casuale che “Bella ciao”, la canzone dei partigiani, sia per così dire l'”inno” del gruppo di rapinatori.

Essa fa da sottofondo ad una delle scene più suggestive della serie: quella in cui Berlino e il Professore, guardandosi negli occhi la sera prima della rapina,la cantano insieme, quasi a suggerire che il piano non è altro che un tentativo di resistenza verso un sistema iniquo.
Lo spettatore è così portato a percepire i poliziotti come “l’invasor” e i rapinatori come coraggiosi militanti, artefici di un nuovo e singolare tipo di “lotta di classe”.

Il punto di vista del Professore e i suoi viene fatto proprio da chi guarda e l’evidente e clamorosa illegalità del progetto è gradualmente messa in secondo piano e quasi giustificata.

Sebbene la quantità e la durata degli episodi siano da molti giudicate eccessive e poco funzionali, lo spettatore vede raramente vacillare il proprio coinvolgimento, frutto del fortunato mix tra l’idea di un piano unico nella sua impeccabilità e una serie di relazioni amorose pronte a mettere tutto in discussione.

Il dualismo di base che ne viene fuori non è mai fonte di disorganicità, ma al contrario il vero punto di forza dell’intera serie,proiezione concreta delle due più elementari sfere della vita dell’uomo: quella delle decisioni consapevoli e quella dei sentimenti, ugualmente significative e condizionanti. In questo senso il titolo “La casa di carta”, cioè la Zecca, fa riferimento non solo alla produzione di banconote, ma anche alla fragilità di una struttura che potrebbe esser soffiata via da un qualsiasi evento non previsto, ma pure a quella degli individui a cui è affidata la riuscita del piano.

L’unica certezza è che un progetto, per quanto possa essere ponderato, non è mai prevedibile nella sua interezza: non esiste qualcosa di impermeabile alla potenza di un sentimento, né errore di valutazione che non possa concretizzarsi, figlio delle infinite sfaccettature dell’animo umano e degli eventi.