“The Push”: quando l’autorità ci spinge verso il male

Il famoso mentalista e illusionista inglese Derren Brown cerca di insediare le nostre più radicate certezze dimostrando che tutti potrebbero trasformarsi in potenziali assassini

ROMA – “Conosci te stesso” è tra le più celebri massime della Grecia antica, un invito alla consapevolezza dei propri limiti.
Il famoso mentalista e illusionista inglese Derren Brown trasforma la sentenza in una domanda, cercando di insediare le nostre più radicate certezze dimostrando che tutti potrebbero trasformarsi in potenziali assassini.
In “The Push”, speciale pubblicato da Netflix, Brown tenta di spingere, con l’aiuto di circa 70 attori, alcune ignare persone ad uccidere un uomo.

Derren Brown: The Push I Official Trailer [HD] I Netflix

A compromettere l’onestà è la conformità sociale, in particolare, quell’istinto di obbedire agli ordini di una figura autoritaria.
In questo senso le azioni non rappresentano più la nostra volontà, ma si adattano a quelle altrui o sono il risultato di intimazioni esterne.

L’esperimento di Milgram

Quello del mentalista inglese è solo uno degli ultimi esperimenti sul tema, che ha acceso da sempre l’interesse di numerosi sociologi e non. Tra i più famosi c’è quello dello psicologo statunitense Stanley Milgram.

Ai partecipanti,ignari di essere delle cavie, veniva affidato il ruolo di “insegnanti” e lo sperimentatore ordinava loro di punire con scosse elettriche un altro soggetto,in realtà un attore e complice, qualora avesse dato delle risposte sbagliate alle domande poste. Ne venne fuori che molti, nonostante le suppliche di misericordia da parte degli attori, continuavano ad infliggere scosse elettriche. Spinti dallo sperimentatore, alcuni arrivarono addirittura a dare scosse potentissime, potenzialmente mortali.

Analizzando i risultati, Milgram parlò di “ridefinizione del significato della situazione”: ogni situazione ha delle proprie “regole” e, nel caso dell’esperimento, le cavie si riconoscevano in quel momento come “mezzo” della volontà dello sperimentatore, incapaci di porre resistenza. La loro azione devastante era pertinente al contesto, giustificabile e necessaria.

“The Push”

Facendo leva sull’indurre le cavie in “stato eteronomico” (condizione per cui il soggetto non si percepisce più come dotato di una condotta autonoma),  Derren Brown si spinge ancor più in là di quanto avesse fatto Milgram prima di lui.
“The Push” è infatti “la spinta” che Chris, la vittima, dovrà arrivare a dare alla fine dell’esperimento ad un uomo seduto sul cornicione di un palazzo.
Almeno secondo i calcoli di Brown.

Il processo di manipolazione avviene in maniera graduale, quasi impercettibile ma comunque significativa. L’obbedienza e la conformità nascono da azioni all’apparenza innocue – come portare in mano la valigia di un altro- per arrivare, in una climax ascendente di sottomissione, all’uccisione di un individuo perché si è spinti a farlo.

Determinante è la meticolosità con cui Brown ha costruito il contesto, curandolo nei minimi dettagli e rendendolo credibile.
Così come la storia che, sebbene abbia finalità “sociali”, appare coinvolgente come un film.

La banalità del male

Lo spontaneo scetticismo che nasce di fronte ad esperimenti di questo tipo viene stroncato subito da Brown che, come “premessa” a “The Push”, mostra allo spettatore un altro test.
Un giovane cameriere, credendo di parlare al telefono con un agente della Polizia (in realtà Brown stesso), rapisce un bambino.
Sebbene in questo caso la vittima agisca “per il bene”, pensando cioè di salvare il neonato da una pericolosa criminale, è evidente come obbedire all’autorità sia una delle reazioni più immediate a cui la società ci ha sapientemente “addestrato”, inculcata com’è nella moralità di ognuno.

Nessuno si reputerebbe in grado di spingere un uomo da un cornicione: tutti spergiurerebbero di avere la capacità di disobbedire.
Ma Brown dimostra che non è affatto così. Molti, certamente, sarebbero in grado di “ribellarsi”, ma la maggioranza probabilmente no.
Un dato di fatto estremamente destabilizzante, che dimostra come la psiche umana spesso agisca secondo priorità diverse da quelle dettate dai valori della nostra educazione.

Esattamente quella “banalità del male” di cui parlava Hannah Arendt: atti terribili che non nascono dalla “grandezza dei demoni” ma dalla malvagità “dei tecnici,che si somigliano e ci somigliano”. Un male non pensato, ma eseguito, e dunque più pericoloso e preoccupante.

Si può parlare di illogicità quando c’è in gioco la vita di una persona?