La mano bionica Made in Italy sulla rivista Science Robotics

Una mano bionica è in grado di far percepire di nuovo tutte le sensazioni perdute dopo l’amputazione di un arto. Succede grazie alla scienza e alla tecnologia, che hanno portato alla creazione di un arto bionico capace di comunicare col cervello, inviando e ricevendo impulsi. Gli elettrodi riescono a funzionare correttamente per diversi mesi, ma è vicino il futuro in cui l’impianto sarà permanente. Il merito è della ricerca italiana, in particolare di due studi pubblicati sulla prestigiosa rivista Science Robotics.

Il primo studio è quello condotto dalla Scuola Superiore di Sant’Anna di Pisa con l’Istituto di Bio Robotica e della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli Irccs, Università Cattolica, si serve di una mano bionica di nuova generazione e permette di percepire l’ambiente esterno attraverso un feedback sensoriale e tattile. Il secondo e’ invece un lavoro coordinato dagli ingegneri dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione col Centro Protesi Inail, e permette di usare le protesi in maniera più naturale, restituendo la capacità di sentire se si sta perdendo il contatto con un oggetto afferrato e di calibrare la forza di presa delle dita robotiche.

Lo scopo, raggiunto, è di dare ai pazienti la sensazione di ritrovare la mano perduta. Un risultato eccezionale possibile anche grazie al nostro organo più prezioso, il cervello.



SILVESTRO MICERA – Scuola Superiore Sant’Anna
Il cervello umano è una macchina veramente straordinaria– commenta Silvestro Micera, professore di Bioingegneria alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa – perché è capace di apprendere e riapprendere in maniera velocissima ed efficace. Quello che noi cerchiamo di fare è di aiutarlo il più possibile dandogli delle informazioni che lui riconosca quasi simili a quelle naturali. Più si fa così più il cervello impara in fretta. E’ certo che senza la capacità plastica del cervello tutto questo non potrebbe accadere“.

Lo studio Sensibilia, nato dalla collaborazione tra Università Campus Bio-medico di Roma e Inail, ha restituito la possibilità a un paziente amputato di usare una protesi in modo naturale, con la capacità di sentire il contatto con l’oggetto, di manipolarlo, muovendo anche le dita robotiche. Tutto per recuperare l’indipendenza nella vita quotidiana.

Un risultato che anni fa era inimmaginabile.

EUGENIO GUGLIELMELLI, Campus Bio-Medico
L’innovazione che lo ha permesso– spiega Eugenio Guglielmelli, professore del Campus Bio-Medico- è sicuramente la conoscenza che si è accumulata sia su come funziona il sistema nervoso e su come si riesce a integrare queste tecnologie che ricolleghiamo al corpo umano con una notevolissima flessibilità e adattabilità. Ma ovviamente c’è un avanzamento forte della tecnologia non solo nelle tecnologie protesiche nella mano, che integrano sensori motori e batterie sempre più efficienti, sia nell’interfaccia dei sistemi che vengono inseriti nel nervo e che permettono di ripristinare questo dialogo tramite segnali elettrici che vengono scambiati tra sistema nervoso e circuiti elettronici. Questi sistemi stanno evolvendo– continua Guglielmelli- e la sfida è quella di miniaturizzarli perché l’obiettivo è arrivare a un impianto che duri non più solo alcuni mesi ma che sia permanente“.

La tecnologia che ha portato a realizzare la mano bionica potrebbe essere la chiave giusta per scardinare anche altre porte chiuse. Un esempio? Si potrebbe utilizzare la stessa tecnologia per altre applicazioni, come quelle per le persone non vedenti, stimolando il nervo ottico. O per persone tetraplegiche che non muovono più la mano, per ridare loro la capacità di manipolazione.

SILVESTRO MICERA – Scuola Superiore Sant’Anna
Facciamo tutto questo per i pazienti- ha spiegato bene Micera- e sentirli parlare e commuovere, vedere le loro emozioni, è il motivo per cui continuiamo a fare questo lavoro con l’idea davvero di aiutarli nella loro vita di tutti i giorni. Dico sempre che loro sono i pionieri, sono loro che rischiano parte della loro vita per aiutare noi e sono loro gli eroi che dobbiamo celebrare“.

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