La storia di Peppino Impastato spiegata ai ragazzi

La storia di Peppino Impastato spiegata ai ragazzi

Intervista a Melania Federico, docente e co-autrice del libro dedicato al giovane attivista
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PALERMO – In un giorno qualunque, un gruppo di ragazzi gioca a calcio per le strade di Cinisi. Un tiro al pallone, non bene calibrato, colpisce un cartellone stradale con su scritto: lungomare Peppino Impastato. Un passante osserva la scena, si avvicina ai giovani e chiede loro se conoscono la storia di Peppino Impastato, dando il via ad un viaggio a ritroso nel tempo attraverso i luoghi ed i personaggi che hanno determinato la vita del giornalista ed attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Inizia così ‘Tutti in campo. E tu conosci Peppino Impastato?’ racconto edito da Navarra e scritto a due mani da Melania Federico, insegnante, giornalista e supervisore di tirocinio alla facoltà di scienze della formazione primaria di Palermo e dall’insegnante Adriana Saieva.

Ironia ed impegno civile sono i tratti salienti del testo narrativo rivolto ai bambini dai 10 anni in su, con un linguaggio di facile e immediata comprensione. A pochi giorni dal quarantesimo anniversario dalla morte di Impastato, a parlare alla Dire di ‘Tutti in campo’ è una delle due autrici siciliane, Melania Federico che vive e lavora a Palermo.

– Com’è nata l’idea di scrivere un racconto su una vittima di mafia?

‘È la nostra storia professionale a raccontare l’impegno che ci ha viste sempre in prima linea con i nostri studenti nella sperimentazione di percorsi di educazione alla cittadinanza e alla legalità con il supporto anche delle associazioni antimafia. Mettendo a frutto l’esperienza maturata in tanti anni abbiamo cosi’ deciso di scendere in campo e di raccontare ai bambini la storia di Peppino Impastato. Partendo dalla conoscenza delle vittime delle mafie, l’obiettivo è quello di proporre un’educazione che spinga gli studenti a fare delle scelte autonome e legali quale risultato di un confronto continuo e di una progettualità orientata ai valori’.

– In modo scanzonato, leggero, la storia parla di impegno civile e di coraggio, ma anche di amicizia. Può spiegarci meglio questi aspetti?

‘Il racconto della storia di Peppino Impastato comincia con una partita di calcetto. Tale scelta nasce dalla volontà di mettere in risalto il ruolo determinante che assume nella società il gioco di squadra che, oltre a permettere la condivisione di amicizie, di valori e di esperienze, ingloba in sé il rispetto delle regole. Conoscere i principi che regolano la convivenza tra i gruppi e quelli della società, dunque, ma il messaggio che si vuole altresì lanciare è che le regole non vanno vissute come un’imposizione. Esse, infatti, rappresentano il risultato di un patto sociale che garantisce libertà e dignità al singolo individuo, ma anche una crescita complessiva. L’isolamento genera paure, ma nella condivisione di principi e di valori, insieme ad altri non si e’ mai da soli. Non a caso, infatti, il libro si conclude con il motto: ‘Uno per tutti e tutti per uno’. E poi il coraggio, la memoria e l’impegno: ‘Con le idee e il coraggio di Peppino noi continuiamo’ è, infatti, la promessa fatta dai protagonisti del racconto’.

– Perché la scelta dei ragazzi come protagonisti del racconto?

‘Perché loro stessi sono i destinatari: è nelle loro coscienze che si spera di innestare valori e conoscenze. Le storie delle vittime delle mafie sono storie di persone come loro che ad un certo punto della vita si sono trovate dinanzi a un bivio e hanno dovuto fare delle scelte. Si vuole far capire agli studenti quanto sia determinante imboccare una strada anziché un’altra ed educarli altresì al raggiungimento della consapevolezza dei propri diritti e doveri per essere persone libere e avulse da ogni forma di ricatto’. – Com’è stata accolta la pubblicazione del libro? ‘A quasi un anno dalla pubblicazione, il libro, grazie anche alla sensibilità di molti docenti, è stato letto da tantissimi bambini che abbiamo incontrato sia nelle librerie che nelle loro scuole. Ma pure in occasione di eventi culturali dove è stato dato spazio alla letteratura per l’infanzia. Abbiamo partecipato altresì a tanti dibattiti perché la tematica dell’educazione alla legalità è oggetto di interesse’.

– Dal punto di vista sociale e dell’impegno civile, com’è cambiato il ruolo degli insegnanti rispetto al passato?

‘Rispetto al passato c’è indubbiamente una maggiore presa di coscienza, non solo del fenomeno e delle metastasi sociali che ha prodotto, ma è sempre più vivo il desiderio di invertire la rotta. Molti insegnanti avvertono la necessita’ di essere propulsori di un processo di crescita, di un cambiamento culturale e valoriale. Oltre a costruire processi e percorsi didattici nelle aule scolastiche, spesso accompagnano gli studenti nei luoghi che hanno segnato con il sangue la storia perché è dall’esperienza diretta che nascono gli insegnamenti più significativi. Gli insegnanti che stimo maggiormente sono quelli che hanno un ruolo attivo nella società e che danno l’esempio che, a mio avviso, al di là degli obiettivi e delle competenze, è la più alta forma di insegnamento’.

-La mafia in Sicilia è ancora un tabù?

‘No, non lo è affatto. Grazie anche all’impegno di cittadini che hanno pagato con la loro vita il loro impegno professionale e sociale è stato possibile l’abbattimento del muro del silenzio. Purtroppo di mafia se ne parla a iosa, ma quando si tratta di fare delle scelte o di assumere degli impegni ci sono ancora parecchie reticenze’.

– Pensa che un giorno la mafia sarà sconfitta?

‘Solo se ci sarà veramente la volontà di farlo a tutti i livelli istituzionali. Io credo molto che l’impegno di ognuno di noi sia determinante. E la Sicilia annovera tanti uomini valorosi che hanno dato l’esempio e tracciato una possibile strada da seguire. È stato Padre Pino Puglisi a dire che ‘Se ognuno fa qualcosa insieme si può fare molto’ e il giudice Paolo Borsellino ha affidato questo sogno ai giovani: ‘Se la gioventù le negherà il sostegno, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo’. Come pure il giudice Antonino Caponnetto, incontrando i ragazzi nelle scuole, li esortava all’impegno: “Ragazzi godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare e di agire da uomini liberi e consapevoli’. Anche le mie speranze, pertanto, sono tutte riposte nei bambini e nei ragazzi’.

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