Violenza donne: scuole premiate per concorso associazione Marianna Manduca

Violenza donne: scuole premiate per concorso associazione Marianna Manduca

Prima edizione per la Onlus
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ROMA – Il caso di Marianna Manduca, una delle tantissime vittime di femminicidio in Italia, è la storia di 12 denunce inascoltate, di uno Stato assente “dal volto insensibile e disattento, con poca volontà di distinguere fenomeno da fenomeno, situazione da situazione”, ha detto Valeria Valente, presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio, durante l’incontro conclusivo del primo concorso nazionale ‘Dai tu un nome alla violenza’ che si è tenuto oggi a Roma, al Campidoglio.

La sua storia- dalla conclusione giudiziaria ancora tutta da scrivere- che ha visto in appello ribaltata la sentenza che aveva condannato i magistrati e obbligato lo Stato al risarcimento degli orfani- ha portato alla nascita dell’associazione ‘Insieme a Marianna’, voluta dal cugino Carmelo Calì che con sua moglie Paola Giulianelli ha adottato i tre figli di Marianna. L’associazione lavora per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e sui minori e oggi ha concluso oggi il primo concorso nazionale ‘Dai tu un nome alla violenza’, con il patrocinio della Commissione pari opportunità della Rai.

Il progetto, alla sua prima edizione, ha coinvolto due licei, uno a Palagonia (Ct), dove Marianna ha vissuto, e l’altro a Senigallia (An), cittàdove i suoi figli stanno crescendo adottati da Paola e Carmelo. Li’, docenti e studenti si sono messi alla prova e hanno affrontato insieme delle sessioni di lavoro sul tema della violenza di genere, conoscendola a fondo, comprendendone le varie sfaccettature e dando anche sfogo alla loro creatività, con lettere, poesie, disegni e prodotti multimediali, dalle video-interviste ai brevi cortometraggi.

Ci sono “tagli, botte e insulti che non sfociano in un femminicidio, ma si trasformano comunque in un ergastolo”, ha detto la conduttrice televisiva Paola Saluzzi, perché ciò che non si riesce a cambiare è spesso frutto della mentalità, “anche la mentalità di un magistrato, di uno psicologo, di un avvocato, anche di un avvocato di difesa, può essere intrisa di stereotipi e di pregiudizi. È qui la vera battaglia che dobbiamo condurre insieme, uomini, donne, scuole e luoghi del sapere”, ha aggiunto la senatrice Valente.

Alla fine della mattinata, con entrambe le scuole premiate, il concorso nazionale è pronto a ripartire con una seconda edizione e Cali’ ha assicurato: “si stanno aggiungendo già altri due istituti e abbiamo deciso di aprire una nuova sede a Palermo, mentre presto ne nascerà una a Palagonia. Mi auguro- ha concluso- che questo progetto coinvolga sempre più ragazzi, questo è l’obiettivo”.

Anche gli avvocati Licia D’Amico e Alfredo Galasso hanno partecipato alla cerimonia conclusiva, come soci fondatori dell’associazione e da oltre dieci anni al fianco di Carmelo Calì, nella lunga e difficile battaglia giudiziaria che la famiglia sta continuando a condurre. A seguito delle 12 denunce inascoltate “colpevole di inerzia”, la magistratura ha dovuto risarcire la famiglia ma la battaglia è tutt’altro che giunta al termine. Infatti, “ora la Presidenza del Consiglio dei ministri chiede la restituzione delle somme che lei stessa aveva corrisposto. Una richiesta immotivata, anche perché- ha spiegato l’avvocato Galasso- la somma è stata utilizzata, sotto autorizzazione del giudice tutelare, per l’acquisto di un bed and breakfast che serve al sostentamento dei ragazzi e della famiglia che li ha presi in affido. Abbiamo chiesto alla Presidenza del Consiglio dei ministri- ha continuato- di attendere il giudizio della Corte di Cassazione”.

In termini di ricorso, infatti, “al momento non ci sono novità sull’ammissibilità da parte della Corte. Anche con gli avvocati ci siamo detti che non avremo notizie prima di settembre”, ha spiegato Calì all’agenzia Dire. La giornata di oggi, quindi, “è importante soprattutto come risposta all’incredibile sentenza della Corte d’appello”, ha aggiunto l’avvocato, che ribalta completamente la vicenda Manduca. La sentenza, infatti, “ha detto alle donne: ‘denunciate pure, tanto se il vostro compagno ha deciso di uccidervi riuscirà a farlo comunque'”.

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