Clima. In Sicilia anche gli avocado soffrono emergenza, la storia di Andrea

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ROMA – Sicilia, terra di aranci e limoni, ma anche di alberi di avocado, mango, banane e poi litchi, carambola, chicozapote, caffè verde. Cambia il clima e si potrebbe pensare bene, le nostre campagne si tropicalizzano, tropicalizziamo anche le nostre colture. E invece no: l’effetto dell’emergenza climatica sul bacino del Mediterraneo resta pesante anche se si passa a varietà che vengono da Paesi tropicali.

“Non è vero che vada meglio, non me la sento di dire che con le varietà tropicali si risolvono i problemi legati alla tropicalizzazione, non mi prendo questa responsabilità. Per gli agricoltori questo è un periodo più infausto che felice, io che coltivo molto avocado, rischio di piantare un albero e perderne un altro”. Lo racconta alla Dire Andrea Passanisi, giovane presidente della Coldiretti Catania e anima del marchio SiciliaAvocado che esporta l’avocado siciliano in Europa e nel mondo, “dal 2018 anche in Cina”.

Un prodotto biologico, di alta qualità “che da Giarre, a due passi dall’Etna, arriva in 72 ore sulle tavole italiane, a fronte dei 20, 26, 28 giorni dei prodotti dall’estero”, che oltretutto compiono lunghi viaggi aerei dal Brasile, dal Perù o dalle meno lontane Spagna e Israele, ma sempre con un carico di emissioni di CO2 ingentissimo, e spesso venendo coltivati e raccolti da contadini sottopagati e sfruttati. Per questo magari costano meno, ma oltre ad essere meno ‘giusti’ i frutti sono anche meno buoni, viaggiando per mezzo mondo. Ecco, se la frutta esotica siciliana non è la soluzione per le campagne aggredite dall’emergenza climatica perlomeno consente di portare in tavola prodotti più sostenibili.

“E non è vero che l’avocado consumi enormi quantità d’acqua”, precisa Passanisi, smentendo una degli ultimi allarmi legati alla crescente popolarità del frutto, sempre più di moda fino a diventare anche protagonista di uno dei tormentoni dell’estate che sta per chiudersi. Andrea Passanisi ha cominciato da giovane: non ancora diciottenne inizio’ a interessarsi dei terreni del nonno, ereditati da suo padre ma rimasti non produttivi anche se la passione per la campagna non aveva affatto abbandonato la famiglia. Tant’è che “a 17-18 anni ho iniziato a pensare all’avocado, all’inizio degli anni 2000 e dopo alcuni viaggi in Brasile”, racconta.

“Ma la fortuna è stata un elemento fondamentale- racconta- la zona di Giarre infatti è vocata alla produzione dell’avocado e ho scoperto che negli anni 50 e 60 l’Università di Catania e alcuni agricoltori ne avevano piantati degli alberi, che non solo crescevano ma producevano anche, e il prodotto per l’impresa agricola è fondamentale”.

Dopo la laurea in Giusrisprudenza a Roma “sono tornato e a 24-25 anni ho preso in mano le redini dell’azienda familiare”. Non ha estirpato gli agrumi, “avevo ed ho in parallelo limoni, mango e avocado”, prosegue Passanisi, “mi ritrovavo infatti terreni abbandonati e non produttivi, così come i miei vicini, ma in una zona assolutamente vocata a colture come l’avocado per ragioni pedoclimatiche, con la qualità del terreno che è e resta fondamentale”.

Fortunatamente le cose vanno bene e oggi SiciliaAvocado è una realtà di successo. “Ma gli effetti dei cambiamenti climatici sono evidenti, si toccano con mano”, sottolinea Passanisi, “l’inverno ora è a febbraio, l’aumento delle temperature è un’arma a doppio taglio, il meteo ora è aleatorio. Puoi avere caldo, poi freddo, poi piogge e grandine. Quest’anno è mancata la primavera poi a giugno abbiamo avuto 38 gradi. Ne soffrono tutte le colture, tradizionali e no, le api sono disorientate. Tutto ciò è estremamente negativo, ad esempio abbiamo avuto un mese di ritardo per la raccolta di mango e avocado. Per noi questo è un periodo infausto più che felice”.

Poi ci sono gli eventi distruttivi. “Quattro anni fa circa, nel 2014, abbiamo avuto due trombe d’aria”, racconta Andrea Passanisi, “Una a mare, e quando è arrivata sul centro abitato ha fatto danni. L’altra ha investito in pieno la nostra azienda, ci ha fatto letteralmente volare in aria 580 piante, e da quelle rimaste sono caduti i frutti. Abbiamo perso il 60-70% del nostro prodotto. Per tre giorni non sono riuscito nemmeno a parlare, poi mi sono rimboccate le maniche e ho ricominciato. D’altronde, che cosa possiamo fare come agricoltori, possiamo solo piantare e tenere duro”.

Anzi, “dobbiamo piantare alberi, tutti dovremmo piantare più alberi- conclude Passanisi- ci aiutano a catturare la CO2, arricchiamo la biodiversità e variando le colture diamo anche più possibilità ai nostri agricoltori, ma senza tagliare gli agrumeti, perché sarebbe solo un vantaggio per i nostri concorrenti stranieri”. 

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