A Pedara incontro dedicato a rapporto su strage di via D'Amelio

A Pedara incontro dedicato a rapporto su strage di via D’Amelio

Coinvolti studenti dell'istituto 'Chinnici' di Nicolosi in provincia di Catania
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

PEDARA (CATANAI) – “Un furto di verità andato avanti per un quarto di secolo”. Non ha usato mezze misure il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Claudio Fava, relatore dell’incontro, promosso dal deputato regionale del Pd Anthony Barbagallo e organizzato dall’istituto professionale di stato per i servizi alberghieri e turistici ‘Rocco Chinnici’ di Nicolosi, in provincia di Catania e svoltosi presso il teatro Don Bosco di Pedara, paesino alle falde dell’Etna.

La strage di via D’Amelio, la morte di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, dopo 27 anni fa ancora discutere per la travagliata vicenda dell’indagine e dei quattro processi- “tre dei quali destinati a portare ad una direzione sbagliata” ha ricordato Fava – tanto che la commissione regionale antimafia, in Sicilia, ha deciso di squarciare misteri e manipolazioni, giungendo ad un lavoro “d’inchiesta sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio”, di 133 pagine, presentato oggi agli studenti.

Una mattinata all’insegna dell’impegno civico quella di oggi per i ragazzi dell’istituto, che hanno potuto ascoltare gli interventi della dirigente della scuola Anna Mondati, che ha presentato l’evento, del deputato Barbagallo, del Presidente Fava e del sindaco di Pedara Antonio Fallica. Con loro i docenti che hanno seguito i ragazzi in questo percorso di legalità.

Non solo: gli studenti, che nelle scorse settimane hanno lavorato con studi e approfondimenti sulla strage di via D’Amelio e le vicende giudiziarie che ne sono seguite, hanno potuto rivolgere domande ai relatori e scambiare con loro impressioni ed opinioni.

Fava ha ripercorso le tappe principali della vicenda legata alla strage di via D’Amelio, mettendo in evidenza carenze dell’azione di organi istituzionali da una parte e dall’altra la voglia di conoscere la verità e di andare oltre versioni di comodo per andare verso scenari inquietanti come il ruolo di giudice scomodo di Paolo Borsellino che “si era messo di traverso- ha detto Fava- rispetto alla trattativa Stato-mafia”.  Per questo, la commissione antimafia, lo scorso anno, ha preferito dedicarsi ad un “spunto sul piano politico e investigativo più concreto” piuttosto che ad “una partecipazione molto consapevole ai momenti celebrativi”.

“Ci sono 15 domande alle quali io aspetto da 26 anni una risposta- ha rammentato Fava- e nessuno mi risponde”. Non una questione di giustizia ordinaria, ma una “richiesta di verità -ha aggiunto il Presidnete dell’Antimafia- su tutto quello che era accaduto durante, dopo, prima, a chi era convenuta quella morte, chi aveva lavorato per depistare le indagini, chi aveva fabbricato false verità, chi aveva paura di Borsellino persino da morto”.

Il Presidente dell’Antimafia ha ricordato che subito dopo la morte di Falcone e degli agenti della sua scorta, Paolo Borsellino per 57 giorni, aveva chiesto di essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta. Invano. Però, dopo la strage di via D’Amelio “il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta si era rivolto ai servizi segreti violando la legge che non prevede che i servizi di sicurezza possano fare indagini”.

Come spiegare altrimenti di dare credito ad un “finto pentito, “ragazzetto di borgata” come Vincenzo Scarantino, smentito dai collaboratori di giustizia (ma “quei verbali sono scomparsi”), ha ricordato il Presidente dell’Antimafia? Eppure, in questi anni è accaduto di tutto: Scarantino che ritratta davanti ad un
giornalista e poi ritratta la sua ritrattazione, contraddizioni, innocenti condannati, fino ad una svolta nelle indagini verso la verità dell’accaduto.

Non solo: Fava ha ricordato che subito dopo l’attentato sui luoghi della strage si materializza la presenza di uomini dei servizi segreti. E ancora: l’ufficio e la casa di campagna di Borsellino “vengono ripuliti”. Da quali mani? Un quadro che fa riflettere che fa pensare che magari- nelle parole di Fava- non solo le “mani degli esecutori”, ma anche “di apparati dello Stato” sono dietro il delitto.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

Le notizie del sito diregiovani sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «diregiovani.it» e l'indirizzo “ www.diregiovani.it