Impeachment, cos'è e cosa sta succendo con Trump

Impeachment, cos’è e cosa sta succendo con Trump

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ROMA – L’impeachment (dal francese ’empêchement’: ostacolo, impedimento), che si può tradurre in italiano con ‘messa in stato di accusa’, negli Stati Uniti è un processo di destituzione di un funzionario di governo accusato di crimini gravi. Può avvenire sia a livello statale che a livello federale, in questo caso è la Camera dei Rappresentanti (camera bassa) a votare per la messa in stato d’accusa. È sufficiente la maggioranza semplice dei presenti (50% + 1) per approvare la risoluzione di impeachment. A questo punto la palla passa al Senato (camera alta), dove si istituisce una sorta di processo in cui alcuni membri della Camera presentano i motivi dell’accusa, mentre il funzionario incriminato può sostenere la propria difesa con il supporto dei suo avvocati. Per emettere una sentenza di condanna al Senato è necessaria una maggioranza di due terzi, in seguito alla quale l’ufficiale è automaticamente rimosso dal suo incarico (‘removal from office’) e può essere interdetto dai pubblici uffici (‘disqualification’).

Due presidenti degli Stati Uniti sono stati messi in stato d’accusa dalla Camera, Andrew Johnson e Bill Clinton, entrambi poi assolti dal Senato. Nel 1973, in seguito allo scandalo Watergate, venne avviata la procedura di impeachment per Richard Nixon, che però si dimise prima della votazione alla Camera. Perciò, di fatto, nessun presidente è ancora stato rimosso attraverso un impeachment.

Perché è stata avviata la procedura di impeachment contro Donald Trump?

I fatti risalgono al 25 luglio scorso, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha telefonato al neoeletto presidente ucraino Volodymyr Zelensky per chiedergli di indagare su Joe Biden, ex vicepresidente americano e probabile suo avversario alle elezioni presidenziali del 2020, in merito al licenziamento di un procuratore ucraino che avrebbe potuto indagare su suo figlio. Come si legge nella sintesi grezza della telefonata, diffusa dalla Casa Bianca a fine settembre, Donald Trump ha chiesto più volte a Zelensky questo ‘favore’, in un momento in cui gli Stati Uniti stavano rimandando il pagamento di una rata di aiuti economici all’Ucraina. Per questo, secondo l’accusa mossa dal Partito Democratico, il presidente avrebbe sfruttato le sue prerogative istituzionali per attaccare un avversario politico. Il 24 settembre Nancy Pelosi, presidente (‘speaker’) della Camera dei Rappresentanti, ha annunciato ufficialmente l’apertura della procedura di impeachment contro Donald Trump che, ricattando Zelensky, avrebbe «tradito il giuramento che ha fatto quando si è insediato, ha tradito la nostra sicurezza nazionale e ha tradito l’integrità delle nostre elezioni». La linea dell’accusa si muove quindi nell’ambito di un abuso di potere volto a screditare un avversario politico.

Cosa succede in questi giorni?

Mercoledì scorso sono iniziate le audizioni pubbliche alla Camera dei Rappresentanti. La rivelazione più grave emersa finora è che, all’indomani della telefonata a Zelensky, Trump avrebbe anche chiamato Gordon D. Sondland, l’ambasciatore statunitense nell’Unione Europea, proprio per sondare le intenzioni degli ucraini ad avviare delle indagini su Biden. A dichiararlo è stato William B. Taylor, il più importante diplomatico americano in Ucraina, facente funzioni di ambasciatore da quando Trump ha rimosso l’ambasciatrice Marie Yovanovitch. Taylor non è venuto a conoscenza della telefonata in prima persona, ma attraverso un suo sottoposto che, dopo aver ascoltato la conversazione, ha chiesto a Sondland cosa pensasse Trump dell’Ucraina, e quest’ultimo ha risposto che al presidente interessano di più le indagini su Biden. Taylor ha inoltre confermato che Trump stesse bloccando gli aiuti economici all’Ucraina per ricattare Zelensky.

Ha poi testimoniato davanti alla Camera anche George P. Kent, responsabile della politica estera in Ucraina, affermando che anche Rudolph Giuliani, avvocato personale di Trump, avrebbe fatto pressioni sul presidente ucraino per avviare delle indagini su Biden. Queste pressioni avrebbero intaccato i rapporti diplomatici fra i due Paesi, ingenerando una reazione a catena che avrebbe portato alle dimissioni dell’ambasciatrice Marie Yovanovitch, che sarà appunto ascoltata oggi.

Finora la difesa dei Repubblicani si basava sul fatto che l’accusa dei Democratici riguardava solo testimonianze di seconda o terza mano. Ora invece la posizione di Donald Trump si aggrava perché viene nuovamente messo in causa direttamente e, in più, da due autorevoli funzionari di lungo corso, che hanno prestato servizio per entrambi gli schieramenti politici. I Repubblicani continuano però a sostenere che non si tratti di testimoni validi, perché non si confrontarono direttamente con Trump sulla questione.

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