Bullismo. Isolamento, panico e voglia di combattere: la storia di Luca

Bullismo. Isolamento, panico e voglia di combattere: la storia di Luca

La testimonianza di un ragazzo raccolta da Diregiovani
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MILANO – “Sono stato vittima di bullismo e di cyberbullismo e queste esperienze mi hanno ferito e condizionato la vita. ‘Ti ammazzo, coglione, uomo di merda’ sono solo alcuni degli insulti che ho ricevuto, senza nemmeno capire il perché”.

Questo è l’incipit di una testimonianza molto amara, scritta da un ragazzo e inviata a diregiovani.it. Abbiamo deciso di pubblicarla, in forma anonima come richiesto, perché il messaggio che questa lettera veicola è importante sia per i giovani sia per gli adulti.

“Anche se è passato tanto tempo, ho ancora bisogno di conoscere molto bene la persona che ho di fronte prima di sapere che posso fidarmi di lei- ammette Luca (nome di fantasia, ndr) che poi ricostruisce– Ero alle medie quando il bulletto della classe ha iniziato a prendermi in giro quando parlavo. Questo mi faceva sentire diverso e lontano dai compagni, anche perché la classe rideva alle sue battute. Fortunatamente mancava poco tempo per frequentare la scuola superiore e questo mi ha fatto sperare in un cambiamento- confessa amaramente- ma anche in questo caso purtroppo sono rimasto deluso”.

Pagine strappate, esercizi cancellati, ombrelli rotti, matite spezzate, ceffoni alla nuca sganciati alle spalle dei professori, dita puntate e quelle risate a tradimento soffocate tra le mani. Il classico repertorio di vessazioni che, ripetute con metodo, finiscono per costruire, tra la classe e la persona coinvolta, una distanza incolmabile. Una distanza che, nel caso di Luca, le sue fragilità caratteriali non hanno aiutato a colmare.

Luca è un ragazzo con una disabilità: la sua personale condizione, anche per via delle caratteristiche tipiche della sua sindrome (che non citeremo per tutela della sua privacy), lo rendeva quindi ancor più esposto agli effetti negativi dell’ostilità dei compagni e delle compagne. Per Luca gli anni delle superiori hanno rappresentato, perciò, un periodo di completa esclusione:

“Un’altra situazione per me molto umiliante si verificava quando ci assegnavano i lavori di gruppo da fare a casa. I gruppi non venivano mai scelti dall’insegnante, in quanto ormai eravamo grandi e potevamo gestirla da soli, dunque per me il lavoro di gruppo significava sempre ricevere un rifiuto. Ricordo l’umiliazione che provavo quando chiedevo di potermi unire a loro e mi sentivo rispondere che i gruppi erano già al completo e quindi ero costretto a lavorare da solo. Alla fine non avevo più nemmeno un compagno di banco e se capitava di fare qualche gita, sul pullman, ero sempre da solo. Ho cercato più volte di chiedere a qualcuno di potermi sedere accanto, ma la loro risposta era sempre negativa, anzi, mi sono persino sentito dire di non continuare a chiedere, perché loro avevano una vita sociale e non avevano tempo da perdere con me”.

Virtuale e reale, come spesso accade, finiscono poi con l’intrecciarsi. L’isolamento in cui sprofonda passa infatti anche dalla chat di classe:

“Quello che in realtà mi ha fatto più soffrire è legato al cyberbullismo. Avevamo una chat di classe dove eravamo presenti solo noi compagni. Per me è iniziato un vero e proprio calvario. Quando chiedevo informazioni sui compiti nessuno mi rispondeva. Mi prendevano in giro per i tic nervosi che avevo o per le mie difficoltà nella scrittura e non sono mancati gli insulti e le minacce. Ogni tanto pubblicavano anche qualche foto che mi scattavano di nascosto e da lì partivano i commenti offensivi nei miei confronti”.

Alla fine, ricorda Luca,

“sono stato completamente isolato, non solo in classe ma anche online, in quanto avevano creato una chat parallela dove io non c’ero. Tutto ciò mi ha portato a chiudermi in me stesso, avevo paura ad andare a scuola ed ho iniziato anche ad avere attacchi di panico”.

Nonostante le numerose azioni messe in campo dal mondo dal mondo della scuola per prevenire e contrastare i fenomeni di bullismo e cyberbullismo, evidentemente ci sono ancora istituti che non sanno intervenire in modo tempestivo e adeguato.

Luca infatti denuncia:

“lo stesso professore che ha parlato con i ragazzi ha voluto far chiarezza anche con me. Mi ha infatti spiegato che i miei compagni di classe stavano semplicemente scherzando, che i ragazzi di oggi parlano tutti in quel modo e diventa normale rivolgersi così ad un coetaneo. Ero io che non capivo il loro tono scherzoso, soprattutto in chat dove, non avendo di fronte la persona, diventa difficile interpretare il messaggio e quindi non avrei dovuto prendermela”.

Per superare questa situazione Luca ha impiegato tempo e forze. Ma soprattutto, ha saputo chiedere aiuto:

“Ho stretto i denti ed ho terminato la scuola, che era ciò che mi premeva di più. Oltre alla mia famiglia, che mi ha sempre sostenuto, sono stato seguito da una psicologa, che mi ha aiutato nel gestire i miei attacchi di panico. Durante gli incontri settimanali sfogavo la mia rabbia e lei mi aiutava a rilassarmi. Da quando ho terminato la scuola, non ho più avuto attacchi di panico e sono più sereno ma mi capita ancora di aver paura quando scrivo qualche messaggio o quando conosco nuove persone”.

Con i compagni e le compagne Luca non ha più avuto nessun contatto.

“Chi commette atti di bullismo si rende conto del male che sta facendo? Per questo bisognerebbe parlarne sempre di più a scuola. Soprattutto gli adulti dovrebbero avere un occhio di riguardo per i ragazzi disabili che possono essere più fragili. Ma ancora di più non dovrebbero mai giustificare il tutto come una semplice ragazzata, perché non lo è affatto”.

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