Patrick Zaky, chi è l'attivista arrestato giovedì a Il Cairo: la vicenda

Patrick Zaky, chi è l’attivista arrestato giovedì a Il Cairo: la vicenda

Gli studenti di Bologna si mobilitano per il ragazzo, studente dell'Alma Mater: “Una manifestazione al giorno per Patrick Zaky”
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Presidio di solidarietà ieri a Bologna per Patrick Zaky, attivista egiziano e studente dell’Università di Bologna arrestato giovedì notte a Il Cairo. In piazza Scaravilli, studenti e attivisti si sono radunati per chiedere al ministero degli Esteri la liberazione di Zaky, il ritiro degli ambasciatori, l’interruzione di ogni rapporto economico e militare con l’Egitto, una posizione del ministero dell’Università “contro questo attacco alla libertà della ricerca”.

Chi è Patrick Zaky

Attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, Zaky è partito da Bologna, dove da alcuni mesi stava frequentando un master in Studi di genere presso l’Università ‘Alma Mater Studiorum’, per  trascorrere un breve periodo di vacanza nella sua città natale, Mansoura. Come ha riferito all’agenzia Dire Amnesty International, una volta atterrato, è stato preso in custodia dalla polizia egiziana.

Dopo l’arresto, al ragazzo non sarebbe stata data la possibilità di contattare né i famigliari né un avvocato. Amnesty, in base alle informazioni ricevute da fonti sia nel capoluogo emiliano che al Cairo, ha riferito che Zaky è stato arrestato per un ordine di cattura spiccato nel 2019, di cui lui però non era a conoscenza. Ignoti anche i capi d’accusa contestati. Lo studente, stando alle stesse fonti, durante l’interrogatorio potrebbe aver subito torture, tra cui l’electroshock.

Patrick Zaky, il carcere e le torture

Zaky ha trascorso la sua quarta notte in cella. Da domenica è scattata la custodia cautelare di 15 giorni e la prima udienza è stata fissata al 22 febbraio. “Il caso di Zaky è molto complesso, non sarà facile per il suo avvocato” ha detto Abd Al-Rahman direttore dell’Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr), organizzazione con cui collabora il giovane. Primo, perché nel primo colloquio accordato domenica all’imputato, al legale sarebbero stati concessi solo due minuti. Un tempo insufficiente, sottolinea il direttore di Eipr, “per organizzare la difesa, un diritto sancito dalla nostra Costituzione”. Persino i famigliari dello studente hanno avuto solo 120 secondi a testa per vederlo. Poi, ha continuato Abd Al-Rahman, “i capi d’imputazione afferiscono a varie leggi del codice penale, tra cui due particolarmente insidiose: la nuova legge sulle manifestazioni (per il reato di incitazione alla protesta non autorizzata, ndr.) e quella sull’anti-terrorismo, per quanto riguarda la diffusione di notizie false e l’apologia di crimini di terrorismo”.

Sebbene Eipr non abbia stime esatte, il direttore denuncia che “decine di migliaia di attivisti sono stati arrestati”. Inoltre da quando le procure generali e la polizia ricadono sotto il diretto controllo dei servizi di intelligence “i diritti civili e costituzionali vengono sospesi“.

Da qui i rischi di tortura, secondo Abd Al-Rahman: “Patrick è stato sottoposto a percosse, scariche elettriche, insulti e minacce per dieci ore consecutive, mentre gli venivano poste domande sul lavoro che svolge per noi. Se però un cittadino in custodia delle forze dell’ordine denuncia violenze, la legge egiziana obbliga il procuratore ad aprire un’inchiesta a carico degli agenti responsabili”.

Il direttore riferisce che nel caso di Zaky non sarebbero stati utilizzati bastoni “perché le percosse non dovevano lasciare ferite durature” e aggiunge: “L’elettroshock lascia sempre segni, ma dubito che saranno visibili fino a giovedì, quando è fissato il prossimo colloquio con l’avvocato. Insomma, non si potrà sporgere denuncia”.

Se il clima è così repressivo, come fa Egyptian Initiative for Personal Rights a lavorare? “Abbiamo subito minacce – risponde il direttore – e da gennaio sei nostri collaboratori sono stati arrestati, e fortunatamente rilasciati. Zaky è il caso più grave, e solo per il suo attivismo sui social”.

L’attenzione di Bologna sul caso Patrick Zaky

“Abbiamo bisogno che questa persona sia liberata perchè non riteniamo possibile, noi che siamo uno Stato di diritto, che delle persone siano detenute e torturare perchè hanno idee diverse dal regime attualmente al potere. E’ una battaglia di civiltà. E poi è un nostro studente: quindi giù le mani da Bologna, qui siamo per la dignità delle persone e cerchiamo di farla rispettare ovunque”, ha detto il sindaco di Bologna, Virginio Merola. Il caso di Zaki richiama quello dell’italiano Giulio Regeni e questo “indipendentemente dalla nazionalità delle persone- ha sottolineato ieri Merola, a margine del Consiglio comunale- perchè non possiamo assistere passivamente al fatto che i diritti umani vengano continuamente calpestati”.

L’Alma Mater di Bologna ha istituito “una piccola unità di crisi, un gruppo di lavoro” per prendere subito i contatti col Governo e la Farnesina e seguire da vicino la vicenda di Patrick Zaky. “Crediamo che, alla luce di questo contesto, sia oggi necessario che la comunità accademica dell’Università di Bologna, in primis, e di tutti gli altri Atenei d’Italia, si unisca al fine di rivendicare e ottenere verità e giustizia per Zaky”, ha scritto Link, il collettivo studentesco promotore dell’iniziativa. L’invito alla mobilitazione è aperto a tutta la comunità accademica: ricercatori, dottorandi, docenti e personale tecnico e amministrativo.

 

 

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

Le notizie del sito diregiovani sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «diregiovani.it» e l'indirizzo “ www.diregiovani.it