Didattica a distanza, le voci degli insegnanti in prima linea

Didattica a distanza, le voci degli insegnanti in prima linea

Il racconto da Nord a Sud Italia
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ROMA – C’è chi usa WhatsApp, chi Edmodo, chi prova piattaforme che permettono di vedersi grazie all’uso delle telecamere. L’esercito degli insegnanti di ogni ordine e grado si sta dando da fare per fare lezione online e per raggiungere anche quegli alunni che non hanno un personal computer a casa. Dal nord al sud, è partita la didattica a distanza auspicata e sostenuta dal ministero dell’Istruzione. Alla scuola primaria i maestri e le maestre stanno cercando di mettere in atto lezioni che possano coinvolgere anche i più piccoli.

“In questi giorni- spiega Antonio Macchione, insegnante della scuola primaria ‘Armando Diaz’ Milano- ognuno si è organizzato come ha voluto. All’inizio ho assegnato delle schede di grammatica per il consolidamento, poi ho iniziato a fare dei video: ho una formazione teatrale e ho pensato di sfruttarla in questo senso. In un video ho fatto un dettato, in un altro ho spiegato i numeri decimali. I genitori ci hanno chiesto di più: volevano che ci fosse un contatto visivo e così è stato. E il riscontro è stato positivo- prosegue l’insegnante- ho alternato spiegazioni all’assegnazione di schede. I bambini hanno continuato a lavorare sui loro quaderni con materiale spedito via internet. Abbiamo creato una continuità rispetto a quanto fatto in classe. In primis ho usato Whatsapp, ora sono passato a YouTube. In tutto ciò- continua Antonio Macchione- bisogna tener conto che spesso entrambi i genitori lavorano in smart working e hanno necessità di usare l’unico personal computer che hanno in casa. Se gli alunni fossero studenti di un liceo avrebbero i loro strumenti, ma così piccoli hanno bisogno dei genitori. Per essere più vicini ai bambini abbiamo previsto dei momenti in videoconferenza per salutarci, per raccontarsi le nostre giornate. Spesso mi esternano le loro paure. Manca molto il contatto fisico, uno sguardo, un abbraccio”.

Anche Luca Ferrari, insegnante dell’istituto comprensivo ‘Locchi’ di Milano, utilizza Whatsapp e altre piattaforme.

“Nella nostra classe abbiamo attivato da subito WeSchool, una piattaforma che ci permette di dare ai bambini un segnale della nostra presenza nonostante l’obbligatoria distanza– spiega- Aprire la piattaforma è stato semplice: lì carichiamo alcuni video ma non diamo compiti. Andiamo avanti con la programmazione di classe. C’è una lavagna dove possono scrivere i loro messaggi. La nostra preoccupazione è quella di raggiungere tutti. Purtroppo alcuni non hanno gli strumenti informatici per poter prendere parte alle lezioni, ma la maggioranza ha aderito, e quelli che partecipano reagiscono bene, seguono i lavori, scrivono dei commenti, fanno i quiz sull’ortografia. Cerchiamo di rendere tutto più divertente. Stiamo usando anche il registro elettronico che è piuttosto sterile. Sulla piattaforma si può interagire– continua l’insegnante- personalmente non avevo fatto della formazione sulla didattica a distanza, ma mi ora conosco WeSchool. Con i genitori comunichiamo tramite dei video di saluti attraverso WhatsApp”.

La vita degli insegnanti è stata rivoluzionata. Si lavora più di prima, come sa bene Elisa Giacalone dell’istituto Ipsos ‘Steiner’ di Milano, scuola di cinema e televisione:

“È stato un po’ complicato avviare la didattica a distanza. La nostra scuola ha più di mille studenti e circa 170 insegnanti. Uniformare la didattica non è stato facile– racconta- Il preside ci ha lasciati liberi di fare come desideravamo. A marzo, quando tutto è stato chiuso, si è posta la questione di come andare avanti. Formalmente dobbiamo usare il registro elettronico, le video lezioni sono auspicabili ma non obbligatorie. Io le faccio per accompagnare i ragazzi nel percorso che stanno facendo. Non svolgo sei ore come in classe, ma solo un paio al giorno. Utilizzo Meet, su Google Drive ma anche Whatsapp e la mail istituzionale. Ho assegnato a quelli di prima un diario ai tempi del coronavirus- prosegue l’insegnante- arrivano messaggi a tutte le ore del giorno e della notte. I ragazzi hanno paura e sono refrattari a scrivere online i loro sentimenti, le loro angosce. Mentre in un tema scritto si esprimono liberamente via web fanno più fatica. Ho qualche riserva sulla didattica a distanza, credo sia giusto farla ma vanno chiariti alcuni aspetti: in primis il fatto che tutti gli insegnanti la devono fare”.

Ma non mancano le difficoltà, soprattutto per chi ha una scuola in frontiera:

“Il nostro istituto purtroppo è in un territorio con molte difficoltà socio-economiche, e di questo abbiamo dovuto tener conto da subito. L’unico strumento di comunicazione di questi ragazzi è il cellulare, perciò ci siamo dati da fare con Whatsapp. Facciamo soprattutto un’attività di trasmissione di materiale didattico. Personalmente faccio anche delle piccole video lezioni, cerchiamo di non perdere il percorso iniziato a scuola. Per chi ha una piattaforma digitale è tutto più facile, ma se i ragazzi non hanno gli strumenti il lavoro si complica. All’infanzia, invece, le maestre hanno predisposto video, hanno costruito una storia, ogni mattina i bambini ricevono filastrocche. Stiamo contando molto sull’aiuto delle mamme in questo caso. In un contesto come il nostro c’è il rischio che in questa situazione aumenti la dispersione scolastica, alcuni alunni non riusciamo a raggiungerli. L’unica è chiamare direttamente le famiglie. Stiamo provandole tutte: attraverso la pagina Facebook mettiamo dei link. L’obiettivo è quello di suscitare in loro una capacità di dare risposte”.

Infine ci sono gli insegnanti di sostegno, come Gessica Scifo del professionale ‘Silvio D’Arzo’:

“La prima settimana è stata per tutti un problema. Non eravamo attrezzati. I ragazzi avevano una loro mail ma non era mai stata attivata. Il primo passo è stato quello di attivarla. Ora stiamo facendo delle video lezioni di classe e personalizzate o a piccoli gruppi. Proiettiamo in video chiamata quello che facciamo sui nostri terminali”. “Noi insegnanti di sostegno prepariamo del materiale personalizzato e siamo sempre in contatto con i docenti di materia. Il nostro primo obiettivo è stata la socialità- aggiunge la docente- Facciamo delle videochiamate affinché tutti si possano vedere.
Per i nostri ragazzi c’è il rischio di un isolamento sociale, perciò facciamo da mediatori tra i ragazzi disabili e la classe. Usiamo Google Meet per fare le video lezioni e Class Room per lo scambio di materiali e compiti. Il riscontro è stato faticoso nei primi giorni: i ragazzi erano confusi, credevano di tornare presto a scuola. Quando hanno capito che non sarebbero tornati fino al 3 aprile si son dati da fare. Ora su una classe di 25 persone abbiamo una media di 23-24 ragazzi che seguono”.

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