L'Aquila, la casa e il valore della Dad nelle zone terremotate

L’Aquila, la casa e il valore della Dad nelle zone terremotate

Le parole della psicologa Meda (IdO) e dei docenti dell'ic Don Milani di Pizzoli
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Più della metà della popolazione mondiale è stata costretta dalle autorità a rimanere confinata in casa per un lungo periodo a cause dell’emergenza Covid. Se quindi la casa è diventata per alcuni una ‘prigione’ imposta, è stata anche il luogo sicuro in cui ripararsi dalla pandemia che si diffondeva all’esterno. Ma come hanno potuto vivere il confinamento domestico quelle persone per cui la casa, in un recente passato, ha improvvisamente smesso di essere il riparo sicuro per eccellenza?

Gli abitanti delle zone terremotate, per i quali la casa è diventata di colpo una minaccia, lasciando una ferita difficile da rimarginare, come sottolinea Alessandra Lucia Meda, psicologa dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) che da anni lavora con le scuole de L’Aquila.

“La casa rappresenta per ognuno di noi un luogo sicuro- spiega- dove poter ritrovare noi stessi, caratterizzata non solo da oggetti personali, ma soprattutto ricca di abitudini, memorie, colori ed odori. Certamente l’evento del terremoto ha fatto si’ che tutta questa familiarità venisse a mancare; la casa che prima conteneva le nostre abitudini e confortava anche le nostre angosce, come luogo sicuro entro cui tornare, è divenuta successivamente un ambiente temuto”.

Il focolare domestico ha così iniziato a suscitare un’emozione ambivalente: un luogo pericolante da cui scappare, ma anche la volontà di riappropriarsi di uno spazio sicuro. Facendo un paragone fra i due eventi traumatici collettivi del terremoto e della pandemia, notiamo analogie e differenze.

“Durante l’emergenza per il terremoto si chiedeva ai cittadini di non restare in casa, luogo fisico per eccellenza simbolo della sicurezza, per andare in luoghi aperti, dove le persone si trovavano insieme, e dove abbiamo perciò assistito a una maggiore condivisione delle emozioni di paura e shock iniziale- continua Alessandra Meda- Oggi, al contrario, ci viene chiesto di restare al sicuro in casa; assistiamo però ad una forte condizione di isolamento: isolamento relazionale con il mondo esterno, ma anche la tendenza all’isolamento nello stesso nucleo familiare, una mancanza di comunicazione, diremo una incomunicabilità dei propri vissuti emotivi interni”.

Una sensazione di isolamento accentuata, nei più giovani, dall’inevitabile chiusura delle scuole. Ma se i cancelli degli istituti sono rimasti chiusi, le scuole non si sono mai fermate. Consapevoli del loro ruolo sociale indispensabile, le comunità scolastiche hanno lottato per mantenere viva la comunicazione con studenti e famiglie, come sottolineano i docenti dell’IC ‘Don Lorenzo Milani’ di Pizzoli:

“Lo spirito di solidarietà si mantiene vivo eccome, specie in una realtà già provata da un evento traumatico come il terremoto che ci ha colpito. Allora se nell’immediato il panico lascia storditi e disorientati dopo ci si rimbocca le maniche e si pensa agli altri, a chi ha meno, a chi può essere in difficoltà maggiori. La scuola si è affidata alla tecnologia per aiutare, condividere e comunicare. Insieme ai colleghi abbiamo attivato diverse risorse, anche attraverso gruppi dei genitori con Whatsapp per mandare non solo contenuti didattici ma anche videocomunicazioni ai nostri alunni per far sì che ci potessimo sentire più vicini anche se lontani”.

 I docenti, però, ne sono certi: la didattica a distanza non potrà mai sostituire la relazione in presenza, perché la scuola non è solo il luogo della trasmissione di saperi, ma anche lo spazio delle prime socializzazioni e dell’incontro con gli altri:

“L’uso dei telefonini e dei dispositivi tecnologici aveva già un ruolo importante nella vita degli studenti- commentano i docenti- Ora sicuramente hanno solo questa possibilità di comunicare. Il contatto fisico tra le persone però non si può sostituire in nessun modo, loro stessi continuamente ripetono che gli manca la scuola, l’aula, i compagni, i momenti di vissuto vero tra di loro e con i docenti”.

Le scuole in questo periodo hanno comunque acquisito un bagaglio di competenze che potrebbe rivelarsi estremamente utile in futuro, in particolare nelle zone a rischio, dove sarà piùCfacile attivare una risposta efficace in caso di emergenza:

“La fase attuale ci ha senza dubbio mostrato le potenzialità di questo tipo di didattica- riflettono i docenti- le sue possibilità di applicazione in situazioni di emergenza, per continuare a lavorare quando non si ha la possibilità di stare nello stesso luogo per vari motivi. Questo tipo di didattica può rappresentare una soluzione da tenere presente per il futuro”.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

Le notizie del sito diregiovani sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «diregiovani.it» e l'indirizzo “ www.diregiovani.it