Quelle misteriose linee su Marte (studiate dall’Italia)

Quelle misteriose linee su Marte (studiate dall’Italia)

Hanno fatto supporre che corrispondessero a flussi di acqua liquida
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Sono state battezzate Recurring Slope Lineae: strisce scure, stagionali, che appaiono sulla superficie di Marte in corrispondenza di scarpate. Data la somiglianza con la sabbia scura, inumidita dall’acqua, la suggestione è forte e fin dal loro primo avvistamento, nel 2011, hanno fatto supporre che corrispondessero a flussi di acqua liquida.

Uno studio italiano, pubblicato sulla rivista scientifica Planetary Space Science, smentisce però questa ipotesi: le misteriose linee di Marte sarebbero invece il risultato dello scorrimento di materiale secco. La prova arriva dalle immagini uniche ottenuto dallo strumento Cassis, a bordo del Trace Gas Orbiter della missione europea Exomars 2016.

Ne abbiamo parlato con il primo firmatario dello studio, Giovanni Munaretto, dottorando all’università di Padova con una borsa dell’Istituto nazionale di Astrofisica (Inaf).


 
Grazie alle immagini dello strumento Cassis abbiamo quindi capito che non c’è acqua liquida su Marte?

“Più o meno è così: nel senso che le immagini che abbiamo analizzato ci dicono che in particolare per quanto riguarda le Recurring Slope Lineae, e questo almeno per la maggior parte del giorno, non contengono tracce di acqua, sono cioè dei flussi prevalentemente secchi. Per il resto in realtà acqua liquida su Marte è stata trovata sotto la superficie, quindi questo non implica che su Marte non ci sia da nessuna parte acqua liquida, ma diciamo che è un risultato che vale per le Recurring Slope Lineae. Quindi sì, diciamo c’è ancora speranza di trovare acqua liquida”, chiarisce Munaretto.

Come possiamo definire le Recurring Slope Lineae?

“Si presentano come delle linee scure simili a dei piccoli torrenti, se vogliamo fare un po’ di analogia con delle strutture terrestri, che si propagano lungo i pendii; quindi possiamo immaginare delle scarpate- che sono comunemente wall di crateri oppure dei canyon. Inizialmente si è visto che queste strutture erano solite apparire solo durante le stagioni calde marziane, quindi l’estate locale, la fine della primavera,  quando le temperature si portavano sopra gli zero gradi centigradi, quindi supportavano la fusione del ghiaccio d’acqua. Per questo si è iniziato a pensare che fossero probabili sorgenti di acqua liquida e ad aggiungere altri indizi che supportassero quest’ipotesi c’è anche il fatto che quando le temperature poi diventavano fredde e scendevano sotto zero centigradi all’ approssimarsi dell’ inverno marziano, queste strutture svanivano. L’idea era che si sciogliesse del ghiaccio, creasse un flusso di acqua liquida che poi svaniva quando le temperature non rendevano più possibile questo fenomeno. Indagini successive hanno poi incrinato quest’ipotesi, mostrando che molti aspetti in  realtà erano compatibili con dei flussi di materiale granulare, quindi della sabbia, del materiale molto fine che viene fatto scendere da queste scarpate da meccanismi che non sono stati chiaramente identificati. La questione è ancora aperta e non c’è ancora una risposta definitiva, perché secondo alcune analisi queste sono ben spiegabili come dell’ acqua liquida, secondo  altri analisi no, e quindi questo fenomeno è ancora molto dibattuto nellacomunità scientifica. La sua importanza  astrobiologica e anche relativa all’esplorazione futura di Marte è estremamente alta”.  

La strada per risolvere il mistero è lunga, ma lo strumento Cassis- realizzato dall’Università di Berna con il contributo di Italia e Polonia- ha dato una grossa mano.

“Con il nostro lavoro- spiega Munaretto-siamo andati a vedere se ci fossero dei cambiamenti tra mattina e pomeriggio: una cosa che non era mai stata fatta prima d’ora perché non ce n’era la possibilità. Cassis è l’unico strumento in grado di avere osservazioni a una risoluzione così alta e ci ha permesso di vedere queste features al mattino locale. Le abbiamo confrontate con delle osservazioni realizzate da Hirise, la camera ad alta risoluzione a bordo della missione NASA Mars Reconnaissance Orbiter. Abbiamo confrontato queste immagini riprese di mattina e pomeriggio: se fossero dovute ad acqua liquida ci aspetteremmo evaporazione, perché la mattina marziana è  un contesto molto umido dove se c’è dell’ acqua può rimanere per un po’ stabile, mentre il pomeriggio è  estremamente secco e quindi qualsiasi traccia di acqua evaporerebbe, comportando anche un cambiamento di colore di queste features, da più scure a un po’ meno scure. Noi non vediamo nessuna di queste variazioni. Questo ci fa pensare che siano veramente del materiale secco granulare che si propaga lungo queste scarpate“.
 
Il lavoro dello strumento Cassis è prezioso non solo per l’analisi delle misteriose linee di Marte, ma anche perché aiuterà a mappare la superficie del pianeta rosso in 3D. Cassis è una stereocamera che ha come particolarità quella di ruotare inquadrando una stessa zona con due prospettive diverse in quattro diversi filtri. A partire dalla stereoscopia ci sono poi algoritmi che permettono di ricostruire in 3D le caratteristiche del terreno.

La Camera è stata realizzata sotto la responsabilità dell’Università di Berna e ha un forte coinvolgimento italiano. E’ l’osservatorio astronomico di Padova ad essere responsabile della produzione e archiviazione di modelli tridimensionali del terreno di Marte.Un patrimonio che sarà utile per le prossime missioni, anche umane, per caratterizzare i siti di atterraggio delle missioni del futuro.

Intanto nell’orizzonte di Cassis ci sono altre osservazioni, in alta risoluzione e a colori, di quello che accade nelle prime ore del mattino su Marte, sempre alla ricerca di acqua liquida: l’umidità di quella fascia oraria potrebbe far scoprire lo scioglimento di parti di ghiaccio, qualche piccola formazione di acqua che si manifesta solo in quel momento della giornata.

“Il lavoro scientifico prodotto dal team italiano conferma ancora una volta le grandi capacità a livello nazionale di elaborare e analizzare le osservazioni ottiche da remoto delle superfici planetarie, in questo caso la superficie marziana” ha commentato Raffaele Mugnuolo, responsabile dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) per la partecipazione scientifica alla missione ExoMars.
 
L’Italia è il maggiore contributore del programma ExoMars sfiorando il 40% dell’investimento totale, con un ritorno importante per l’industria italiana e per la comunità scientifica nazionale.

 

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