RECENSIONE| Snowpiercer: mille e una carrozza tra claustrofobia e lotta di classe

RECENSIONE| Snowpiercer: mille e una carrozza tra claustrofobia e lotta di classe

Da oggi è disponibile su Netflix il terzo episodio.
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ROMA – Una lotta di classe che disturba l’equilibrio di un treno lungo in mille e una carrozza è quello che mostra, con un risultato poco soddisfacente, ‘Snowpiercer’ di Graeme Manson. Basata sull’omonima graphic novel e sul film di Bong Joon-ho con protagonisti Chris Evans e Tilda Swinton, la serie post-apocalittica è arrivata al ‘binario numero Netlfix’ il 25 maggio con i primi due episodi. La programmazione prosegue da oggi con una puntata a settimana. 

La storia, che si svolge in un futuro in cui il mondo è diventato un deserto di ghiaccio, viaggia su un treno lunghissimo di proprietà del misterioso Mr. Wilford. Il mezzo, in perpetuo movimento intorno alla Terra, è composto da 1001 carrozze (come nel film) ed è abitato dagli unici sopravvissuti all’era glaciale. Qui non si viaggia in armonia. Qui c’è spazio solo per la guerra di classe, ingiustizie sociali, sopravvivenza e disuguaglianza. Un’atmosfera che nasce dalla divisione in classi del treno. Nella prima viaggiano i ricchi, che hanno finanziato la costruzione del mezzo. L’unico brio della loro quotidianità è dato dalle ostriche, champagne e discorsi sul niente. A seguire, la seconda, la terza e il “Fondo”, in cui vive in condizioni disumane la classe più bassa della società, per intenderci, i passeggeri che non hanno pagato il biglietto. Senza dimenticare la mancanza di fonti di luci, come le finestre, e il divieto di procreare.  Se in testa al treno anche in tavola regna il lusso sfrenato, in coda si mangiano delle barrette nere, che sembrano gelatinose, realizzate con gli scarafaggi macinati: sostentamento dei reclusi e dei topi, che vivono con loro in fondo alla locomotiva. Il loro più grande passatempo è organizzare una rivoluzione per ribellarsi al sistema. Tra i leader di questo gruppo c’è Layton (interpretato da Daveed Diggs) l’unico (ex) detective della polizia presente sul mezzo, che viene ingaggiato da Mr. Wilford attraverso la sua portavoce Melanie Cavill (interpretata dall’attrice premio Oscar Jennifer Connelly) per indagare su una serie di omicidi che stanno mettendo a rischio l’equilibrio delle tre classi. A Layton il compito di scoprire il volto del serial killer. Un’occasione per il “fondaio” di prendere appunti sui comportamenti e i movimenti delle classi superiori per preparare una rivoluzione con i fiocchi. Questa non è una semplice locomotiva perché è una vera e propria società, racchiusa in 1001 vagoni. C’è la scuola, l’orto, l’acquario, il centro sportivo, i locali notturni, le prostitute, la criminalità, i presidenti di classe (come fossero dei sindaci), ci sono gli scioperi, un tribunale, e ci sono gli scambi. Scambi, mai legali, che servono per accedere alle classe successive. La merce più preziosa con cui contrattare sono medicine, sostanze stupefacenti oppure soldi. Se Mr. Wilford scopre che qualcuno vuole minare la quiete, quel qualcuno viene punito o facendogli mettere un arto all’esterno, in cui c’è una temperatura di circa -170 gradi, oppure gli vengono sospese le funzioni vitali per un tempo indefinito. 

La storia è interessante, ma la serie non convince (nemmeno un po’)

PERCHÉ SNOWPIERCER NON CONVINCE?

Questa serie è ‘soffocata’ da non pochi difetti. Il grande problema è la mancanza di carisma e di introspettiva psicologica dei personaggi. La storia purtroppo non approfondisce i protagonisti e questo potrebbe portare lo spettatore a non affezionarsi a loro e a non immedesimarsi nella loro paura, rabbia, tristezza, solitudine e nelle loro incertezze. Fa eccezione Jennifer Connelly. Lei non è solo la portavoce di Mr. Wilford ma è anche, e soprattutto, l’unico personaggio intrigante che invoglia a guardare la serie. L’altro grande difetto di  è la sceneggiatura: lenta, superficiale e, a tratti, soporifera. 

Snowpiercer, oltre alla Connelly, ha anche un altro aspetto interessante e positivo. La storia riesce a trasmettere quel senso di claustrofobia dato da luoghi chiusi, in questo caso il treno. 

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