L’Europa si affida a Hera per dare battaglia agli asteroidi

L’Europa si affida a Hera per dare battaglia agli asteroidi

La missione promette un futuro al sicuro da minacce che arrivano dal cielo
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Si chiama Hera, come la maestosa dea moglie di Zeus, la missione europea che svelerà se siamo in grado di difenderci dagli asteroidi. Hera si muove in coppia: l’altra metà della mela, in questo caso, è la sonda della Nasa Dart. Il loro viaggio comune, che avverrà in anni diversi, è verso l’asteroide Didymos e il suo satellite Dimorphos.

Funziona così: Dart, in partenza nel 2021, si schianterà contro il satellite dell’asteroide. L’impatto sarà ripreso in diretta grazie a un piccolo CubeSat installato a bordo dall’Agenzia spaziale italiana (Asi). Alcuni anni dopo, la sonda Hera, ricca di strumenti, arriverà a sorvolare Dimorphos per svelare tutti i dettagli del cratere da impatto e soprattutto per svelarci se è stata deviata o no la traiettoria del corpo celeste.

La missione, che promette un futuro al sicuro da minacce che arrivano dal cielo, deve molto all’Italia. Siamo il secondo Paese finanziatore all’interno dell’Agenzia spaziale europea (Esa), il che comporterà un importante ritorno industriale e scientifico. Non solo. Il cuore della missione è nato dall’intuizione di Andrea Milani, meccanico celeste dell’Università di Pisa scomparso nel 2018. Fu lui, infatti, a prefigurare lo scenario di una missione che prevedesse un impatto sull’asteroide e una successiva osservazione degli effetti, nell’ottica di passare dal semplice monitoraggio alla protezione del pianeta.

Ettore Perozzi, il responsabile dell’Ufficio Sorveglianza dell’Agenzia spaziale italiana, ci ha raccontato la missione Hera nel dettaglio.

“Hera è un pezzo di uno scenario più grande. Inventato da Andrea Milani, un famoso meccanico celeste dell’università di Pisa. Al contrario di altre catastrofi naturali, come terremoti e eruzioni vulcaniche, in cui si cerca di minimizzare l’impatto, noi, grazie alla Difesa planetaria, possiamo eliminare completamente la minaccia perché possiamo deviare l’asteroide- spiega Perozzi-. Tra le varie tecniche di deviazione possibili quella che siamo in grado di fare già ora è mandargli una sonda contro in modo che sbatta e devii la sua traiettoria. Già dimostrato che si può fare da Deep impact nel 2005, che colpi il nucleo di una cometa. Non è una cosa banale, ma siamo in grado di farlo”, rassicura Perozzi.

“Come facciamo a sapere se quando lo abbiamo colpito lo abbiamo anche spostato? Con una piccola sonda siamo in grado di spostare un oggetto grande come una montagna? Andrea Milani aveva risposto con uno scenario di missione che aveva chiamato Don Chisciotte. ‘Mandiamo due sonde, una che impatta e l’altra che misura le conseguenze’”, racconta Perozzi.

Qual è l’asteroide obiettivo?

“È stato scelto l’asteroide Didymos, un asteroide doppio. Si andrà a colpire il suo satellite. Ha le dimensioni giuste, circa 150 metri, che è esattamente la dimensione limite tra un eventuale impatto che ha conseguenze globali e, al di sotto dei 150, che ha conseguenze solo locali. Il fatto che sia il satellite di un asteroide ci permette di calcolare meglio le conseguenze dell’impatto. Dal cambiamento del periodo orbitale e dalle caratteristiche del cratere capiremo quanta dell’energia della sonda che impatta è finita in un cambiamento di velocità e quindi di orbita”.

La missione Hera partirà nel 2024 per giungere a destinazione due anni più tardi. Poi, capiremo se le tecniche ad oggi note sono già in grado di garantirci la sicurezza o se devono essere affinate per schivare l’impatto. 

 

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