Missione Ariel, dimmi che atmosfera hai e ti dirò che esopianeta sei

Ariel fornirà la carta di identità delle atmosfere di almeno mille pianeti. Forte il contributo italiano

di Antonella Salini

ROMA – Una Terra proprio come la nostra, con la presenza di forme di vita, è il Sacro Graal della ricerca planetaria. Fino a metà degli anni Novanta neanche sapevamo che ci fossero pianeti fuori dal Sistema Solare, oggi ne abbiamo individuati più di quattromila. Tutti differenti tra loro. A cosa è dovuta questa enorme diversità? Tra di loro, ce n’è qualcuno abitabile? Sono due delle domande a cui cercano risposta, a modo loro, tre missioni dell’Agenzia spaziale europea. Cheops, già in orbita, Plato, in partenza tra qualche anno, e Ariel, destinata a prendere il volo alla fine del decennio.

La missione Ariel fornirà la carta di identità delle atmosfere di almeno mille pianeti. La lista di quelli da studiare è provvisoria, in continuo aggiornamento. Più sarà ricca di diversità, più saranno interessanti le scoperte che ci aspettiamo. Ne abbiamo parlato con la Co-Principal Investigator italiana Giusi Micela, dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf) di Palermo.

“Ariel è una missione del’Esa dedicata allo studio delle atmosfere planetarie: osserverà pianeti che già si conoscono per determinare le caratteristiche dell’atmosfera, per capire di quali elementi chimici è composta, quali sono le condizioni di temperatura e di pressione. Insomma, si dedicherà a capire le caratteristiche e le proprietà delle atmosfere planetarie”, spiega.

Le atmosfere che risposte ci possono dare rispetto al pianeta?

La ricerca vuole trovare pianeti di tipo abitabile, cioè pianeti con condizioni in cui si può sviluppare la vita: ciò può accadere solo con atmosfere con determinate caratteristiche. Se noi volessimo trovare una Terra come la nostra, dovremmo sempre prestare attenzione all’atmosfera. Pensiamo al nostro Sistema Solare: la Terra è un pianeta roccioso, come Marte e Venere, ma le proprietà sono completamente diverse perché le atmosfere sono completamente diverse”.

La missione dovrebbe partire nel 2029. La strumentazione all’avanguardia richiede sviluppi tecnologici di frontiera rispetto a quello che sappiamo oggi. Lo specchio primario del telescopio, per esempio, è da un metro e realizzato in alluminio: una tecnologia così non ha mai volato prima nello Spazio.

IL RUOLO DELL’ITALIA

La missione Ariel è sviluppata da un consorzio internazionale, in cui il contributo dell’Italia è molto importante.

Ariel ha il payload (l’insieme degli strumenti scientifici) gestito da un consorzio europeo di cui l’Italia è uno dei maggiori contributori. In particolare, l’Italia ha la responsabilità del telescopio, dell’elettronica di bordo, di aspetti termici e di una serie di attività scientifiche, tra cui l’analisi dati (il ground segment). Inaf è capofila, io sono il co-Principal Investigator italiano, con Pino Malaguti di Bologna, poi partecipa l’università di Firenze, la ‘Sapienza’ di Roma e il Cnr di Padova. I finanziamenti vengono dall’Agenzia spaziale italiana (Asi)”.

2021-07-13T13:07:07+02:00