La responsabilità sociale: le riflessioni di una ragazza

La responsabilità sociale: le riflessioni di una ragazza

Vorremmo riflettere insieme sullo scambio di e-mail che abbiamo avuto con Giada
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La mia paura legata al virus comprendere anche le altre persone che fanno parte della mia vita. I miei stanno molto attenti e anche quando vanno al lavoro o escono usano la mascherina. Ma mia sorella è molto più “menefreghista”: spesso esce con il suo ragazzo ed i loro amici e stanno senza mascherine, per di più vanno a cena da uno e dall’altro senza problemi. Io mi trattengo e non le dico niente, ma dentro di me ho iniziato a pensare che devo starle il più lontano possibile perché di lei non mi fido. Io esco, non sto chiusa in casa per carità, ma ogni volta è un’ansia continua: vedo un sacco di gente che si ritrova in gruppo per festeggiare vari compleanni e lauree e durante queste feste non usano mascherine e ovviamente non stanno distanti! E mi domando continuamente: possibile che le persone abbiano già dimenticato tutto? Possibile che nessuno riesca a capire che è meglio essere prudenti? Ho il terrore che mi possa ammalare io, o comunque un componente della mia famiglia. Io non riesco a stare tranquilla, e quando il mio ragazzo mi chiede di uscire io prima voglio sapere esattamente dove vuole andare, per capire se in quel posto potrebbero esserci tante persone o no. Le mie amiche sembrano tranquille (sono state al mare, vanno al ristorante, in centro città di sabato sera, ecc) mi domando se sono io ad essere troppo esagerata. Continuo a sentire gente che si lamenta dell’uso della mascherina, perché “ci stanno togliendo la libertà”. Ma a me sinceramente non sembra che ci sia stato chiesto un sacrificio così grande! Anzi! Mi sento molto più serena e tranquilla quando camminando per strada vedo che non sono l’unica ad indossarla! Perché le persone si devono lamentare in continuo di ogni cosa!? A volte, per colpa di tutte queste paure e ansie, sono arrivata a pensare che forse sarebbe meglio se il virus lo prendessi subito, così da togliermi il peso dell’incertezza. Ma poi mi sento una stupida e cerco di non pensarci più. 

 

Cara Giada,
quanto è successo con la pandemia e la quarantena si può paragonare ad un trauma collettivo che ha sconvolto un equilibrio preesistente, e ci vorrà del tempo per creare un nuovo equilibrio. Siamo ancora in una fase transitoria e complessa. In questa fase ognuno sta reagendo secondo le proprie idee, paure, senso del rischio, ecc… Si alternano atteggiamenti di negazione del rischio ad atteggiamenti di esagerazione; entrambi gli atteggiamenti sono una risposta alle stesse paure e ansie profonde che la pandemia ha creato e di cui spesso non si è consapevoli.
Probabilmente la tua sensibilità ti espone maggiormente al senso di pericolo e alla necessità di tutelarti. Ti vorremmo far riflettere su come questa situazione, oltre alle paure, ti stia mettendo di fronte ad aspetti interni, dubbi e domande che forse erano presenti dentro di te già prima, ma che ora emergono prepotentemente. Forse potrebbero esservi altri timori o bisogni, dietro la lecita paura del virus, che hanno bisogno di essere guardati. Forse il punto non è se baciare o non baciare il tuo ragazzo e la soluzione non è “prendere il virus”, ma forse la strada è capire cosa questa situazione di emergenza ti abbia smosso, quali aspetti di te e quali paure profonde abbia toccato, e quale strada tu voglia intraprendere d’ora in poi. Allora forse, “prendere il virus” per sbloccare questo caos che senti, simbolicamente e metaforicamente potrebbe significare assumersi un rischio di qualcosa di nuovo, che come tutte le cose nuove può far paura, ma che forse è arrivato il momento di incontrare per cambiare e crescere. Un caro saluto!

 

Giada ci fa riflettere su un’altra parola chiave imposta dalla pandemia: il senso di responsabilità. Ancora oggi, di fronte a quella che potrebbe essere definita la seconda ondata del virus, viene chiesto di garantire delle prassi sanitarie, come l’uso della mascherina e il distanziamento. Regole che spesso vengono interpretate, come sottolinea la ragazza che ci scrive, come privazione della libertà individuale. Generalmente sembra che si costellino soluzioni estremiste, da una parte una rigidità e un vissuto di angoscia profonda dall’altro la superficialità che smonta ogni percezione di pericolo. Sembra che ci sia sempre un nemico contro cui proiettare rabbia, colpe e disappunto, ma mai uno spazio per riflettere ed integrare i vissuti emotivi. Scegliere vuol dire differenziarsi, vuol dire creare uno spazio, vuol dire fidarsi e affidarsi. Ma se manca il contenitore emotivo attraverso il quale l’informazione può essere metabolizzata ed integrata nell’esperienza, sarà inevitabile perdere il significato di ciò che si è e si fa. Il sociologo Bauman già nel 2011 descriveva la tendenza della società moderna a parcellizzazione costantemente il suo vissuto in frammenti scarsamente coordinati, facendo venire meno non solo una lettura di insieme degli eventi, ma anche una mancanza di senso di comunità sociale. Probabilmente proprio quel senso di appartenenza che univa il popolo sui balconi delle nostre case, dovrebbe continuare a persistere nella routine della quotidianità. La responsabilità, che sia individuale o collettiva, potrebbe non essere una gabbia, ma una risorsa creativa all’angoscia della frammentazione.

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