Roma, 117 docenti dell’istituto Piaget-Diaz: “Tornare l’11 non è la normalità”

La lettera appello dei professori della scuola romana
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ROMA – “Non si può tornare in classe l’11 gennaio, non siamo in una condizione di normalità”. È la lettera-appello di 117 docenti dell’Istituto superiore ‘Piaget-Diaz’, nella zona dell’Appio-Tuscolano a Roma, a pochi giorni dal ritorno in presenza per le scuole secondarie di secondo grado. Nel documento, che porta in calce le 117 firme, si spiega: “Noi docenti dell’istituto ‘Piaget-Diaz’, in merito alla necessità di una riorganizzazione delle attività didattiche in presenza a partire dal giorno 11 gennaio 2021, sulla base delle più recenti disposizioni, riteniamo necessario esprimere la nostra posizione a riguardo. I tempi, le modalità e la sostanza dei provvedimenti imposti compromettono gli scopi della nostra professione, del servizio che l’istituzione scolastica è tenuta ad erogare, senza peraltro offrire tutele sostanziali al benessere e alla salute dell’intera comunità. Rientrare in presenza il giorno 11 gennaio non significa ritornare alla normalità, semplicemente perché non stiamo vivendo una situazione normale. Siamo persuasi che la scuola sia una istituzione fondante, proprio per questo libera da vincoli di carattere politico, regolata da principi etici codificati e condivisi. Siamo persuasi che la scuola debba sincerarsi in ogni momento di favorire la crescita e il benessere dei ragazzi che la frequentano, le modalità nella somministrazione delle proposte culturali, l’ambiente, il ristoro fisico devono valorizzare e non mortificare il sacrificio e lo sforzo della formazione e della crescita degli adolescenti. Siamo persuasi, infine, che sia necessario prestare la massima attenzione alle famiglie che ci affidano ogni giorno il più prezioso e delicato dei loro beni”.

Dal 6 marzo 2020, “consapevoli che la nostra popolazione scolastica, molto eterogenea per estrazione sociale, provenienza culturale e geografica, avrebbe incontrato difficoltà a misurarsi con i problemi legati alla didattica a distanza e alla sospensione delle attività in presenza,- continuano i docenti- abbiamo profuso il massimo impegno possibile a garantire non solo la prosecuzione della didattica, ma anche il necessario sostegno ai nostri alunni, adolescenti impauriti e spaesati al cospetto di un così catastrofico evento, con l’obiettivo di raggiungerli e coinvolgerli nella partecipazione al dialogo educativo. Il tempo dedicato a ripensare l’attività consueta alla luce delle nuove modalità è stato illimitato ed ha costituito una gigantesca avventura, in cui si sono spese professionalità consolidate, entusiasmo e tenacia senza misura. Durante la modalità a distanza la scuola ha avuto la possibilità di offrire una didattica diversa, più agile e moderna non solo negli strumenti ma anche nei contenuti. I nostri ragazzi hanno compreso questo sforzo che veniva fatto per loro con una intensità che probabilmente non si aspettavano. Siamo entrati nelle loro case, e loro nelle nostre: la scuola nella didattica a distanza paradossalmente ci ha avvicinato, in emergenza non erano soli e lo hanno capito”. “Durante l’estate si è spinto molto per l’apertura delle scuole in presenza- aggiungono- con l’avvicendarsi di disposizioni via via più permissive, il passaggio dal metro e mezzo di distanza al metro tra le rime buccali, consentendo ai ragazzi di stare sei ore in aula senza indossare alcun Dpi, e rimettendo ai dirigenti scolastici ogni previsione in merito”. 

“La motivazione addotta era,- sottolineano i docenti- oltre alla inefficacia della Dad, la necessità di socializzazione degli alunni. Alla ripresa delle lezioni in presenza in settembre, una prima prova di sfacelo didattico: esserci fisicamente non basta. La Ddi sì che si è mostrata inefficace e spesso anche impraticabile con i mezzi a disposizione della scuola: la didattica in presenza segue logiche diverse da quella a distanza, ed entrambe hanno rivelato la loro efficacia, mentre l’ibrido della Ddi disconosce le peculiarità dell’una e dell’altra. Con l’aggravante che il 50% dei compagni a casa, se la classe non è provvista di LIM, seguono il docente collegato con un PC o un tablet. Soprattutto per le prime classi in queste condizioni, è complesso realizzare un clima di socializzazione e di conoscenza reciproca, indispensabili per trasformare un elenco di adolescenti iscritti su un registro in un vero ‘gruppo-classe'”. “Restare seduti a un metro di distanza, con la mascherina, che il nostro lungimirante DS aveva previsto come obbligatoria fin da subito, di fronte al docente a sua volta dotato di mascherina, senza possibilità di muoversi per non superare il famigerato metro di distanza, non favorisce certo le relazioni interpersonali. Le finestre necessariamente aperte con qualsiasi temperatura sono incompatibili con una situazione di benessere in aula. Il pensiero critico certo non trova giovamento in queste condizioni, la socialità neppure”, proseguono nella lettera. 

“La nuova organizzazione prevede inoltre il termine delle attività didattiche alle ore 15.50: anche ammettendo che i trasporti pubblici a Roma si ritengano efficienti e sufficienti nella situazione attuale, ciò avrà impatto pesantissimo sulla vita personale degli studenti, che non avranno tempo per lo studio individuale e per le loro famiglie che saranno travolte da continui cambiamenti dovuti alla necessità di rotazione degli alunni frequentanti. Gli istituti scolastici superiori non sono provvisti di servizi di mensa, molti, neanche di un punto di ristoro e, anche ammesso che ciascuno si organizzi individualmente, è comunque proprio il momento in cui gli alunni consumano il cibo che espone maggiormente a rischio di contagio. La posta in gioco- concludono i 117 firmatari- appare molto elevata sotto profili diversi e riteniamo pertanto necessario che le Istituzioni preposte siano impegnate a valutare l’opportunità di riprendere le attività in presenza solo quando si potrà effettivamente godere dei vantaggi delle stesse. Fino ad allora l’unica soluzione seria ed efficace è la Dad”.

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Autore: Redazione Diregiovani
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